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Venerdì, 28 Novembre 2008 - 18:53

Casatenovo: delocalizzare la Ferrarini è davvero una scelta produttiva o un non “senso urbanistico” che avrà conseguenze e un affare edilizio?

Dall’articolo pubblicato lunedì a firma di Roberto Bonfatti emerge un quadro di Casatenovo abbastanza scialbo: quello di un comune che, nonostante i suoi 12.000 e più abitanti, vede i dati del commercio in ribasso, una situazione urbanistica confusa e, di seguito, una difficile accessibilità e una carente dotazione di spazi funzionali in centro paese (ad esempio, piazze e parcheggi). L’analisi che Bonfatti, sulla scorta dei dati della Camera di Commercio provinciale, fa è dettagliata e rispecchia fedelmente il trend di tutto il territorio.

Qualche ragionamento ulteriore si potrebbe avanzare sulle conclusioni che venivano tirate nell’articolo: la speranza di un nuovo centro che risolva i suddetti problemi, rilanci il commercio e elimini barriere e carenze è una speranza vera a metà. Se, di certo, con questo intervento il paese potrà guadagnare una nuova piazza, dei nuovi spazi funzionali e, in questo modo, ridare ossigeno al centro e alle sue attività, non crediamo che l’arrivo di 1200 nuovi abitanti e di nuovi esercizi migliorerà la situazione dei parcheggi, della viabilità e dell’accessibilità al centro. Anzi. Le cubature e il peso antropico previsti, che si abbatteranno su un’area attualmente destinata a scopi produttivi, avranno intuibili risvolti negativi sulla vivibilità e sostenibilità del nuovo ambiente urbano. Senza essere urbanisti, è facile immaginare che la prossima amministrazione si troverà ad affrontare un lavoro di compensazione e contenimento, piuttosto che di progettazione.

Accanto a questo quadro non troppo roseo, c’è da valutare un secondo problema, di cui non si parla molto: la Ferrarini delocalizzerà effettivamente? e in che modo?

Questa sera durante il consiglio comunale verrà approvato il piano esecutivo che darà il via libera ai lavori per la costruzione dei nuovi impianti di produzione: da quanto però sostengono alcune fonti, naturalmente da verificare, sembrerebbe che l’azienda stia vivendo un periodo di consistente calo delle produzioni. Prendendo, ad esempio, uno dei prodotti di punta, il salame, alla fine degli anni ‘90 in Vismara venivano prodotti mediamente 1200 quintali di salame alla settimana, oggi siamo a quota 250. Confrontarsi seriamente con questi dati significa anche pensare quale futuro possiamo credibilmente immaginare per l’azienda: delocalizzare e rinnovare uno stabilimento che ha questi risultati conviene? Assisteremo a un lento declino della ditta e, successivamente, a una nuova delocalizzazione nell’est europeo (come è avvenuto per la produzione dei prosciutti)? Oppure si verificherà una progressiva trasformazione della nuova area da stabilimento di produzione a polo logistico? E l’annunciato mantenimento del livello occupazionale sarà rispettato? e per quanto, se già all’attuale stato delle cose la maggior parte dei contratti a tempo determinato non vengono rinnovati?

L’impressione è piuttosto che l’affaire Ferrarini interessi molto la proprietà dal punto di vista urbanistico, che, insomma, sia la “residenzializzazione” del centro il vero fulcro dell’accordo.

Nell’attuale condizione dei rapporti tra privati e istituzioni pubbliche, con il manico sempre dalla parte dei privati (che possono investire), l’amministrazione potrà intervenire in minima parte per assicurare il rispetto degli standard fissati?

Se lo scenario qui prospettato si realizzerà (anche in modo parziale), col senno di poi, Casatenovo avrebbe forse potuto valutare con più attenzione le proposte di accoglienza offerte alla Ferrarini da alcuni comuni limitrofi, come ad esempio Carnate; Comune peraltro dotato di un’area industriale collegata ad infrastrutture più idonee alle attività dell’azienda. Pur facendo percorrere qualche chilometro in più ai lavoratori casatesi, l’amministrazione avrebbe probabilmente avuto migliori carte da giocare in fase di contrattazione e avrebbe evitato di ubicare una nuova zona industriale nel bel mezzo di un’area agricola, contornata da aree residenziali. Scelte di questo tipo, e a maggior ragione la delocalizzazione di una grande azienda, dovrebbero essere pianificate con coscienza ad una scala non solo comunale, ad un livello di pianificazione che riordini le azioni (e le idee) dei singoli comuni e impedisca dei non-sense urbanistici. Cosa che, come si può vedere, un accordo di programma, proprio per la sua natura deregolativa e nonostante il coinvolgimento di Provincia e Regione, non garantisce.

Alfio Sironi

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