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Scritto Giovedì 29 dicembre 2016 alle 12:18

La poderosa macchina sanitaria lombarda si rivela un disastro incapace di rispondere a una maggiore domanda ampiamente prevedibile

La poderosa macchina del consenso, guidata dai formigoniani prima e dai maroniani ora – più efficiente dell’Istituto Luce, più convincente di un discorso di Galeazzo Ciano o di Joseph Goebbels – ci ha martellato per anni con la storia della sanità lombarda, la migliore del mondo conosciuto. E noi a crederci, anche se qua e là qualche scricchiolio si udiva. Poi arriva l’influenza – puntuale come le tasse – e come le tasse e Natale, prevedibilissima, ed ecco che le strutture sanitarie vanno in crisi, tutte, una dopo l’altra. Sta succedendo in questi giorni nei pronto soccorso di Lombardia, è successo lo scorso anno e quello ancora prima. E se non è l’influenza la colpa del superaffollamento, è della calura che provoca malori soprattutto a vecchi, bambini e donne in gravidanza. Le storie che raccontiamo sono da paese del terzo mondo, altro che da sanità migliore del mondo. Maroni e il suo fido Gallera dovrebbero trascorrere le vacanze nei posti di primo intervento anziché sfilare nei grandi corridoi imbiancati per la circostanza a tagliare nastri con al seguito gli incensatori dell’Istituto Luce lombardo. Dovrebbero raccogliere loro le storie di anziani abbandonati su una sedia per 12 ore senza il conforto di una bottiglietta d’acqua, disabili lasciati stesi sul lettino dell’ambulanza perché non si trova un posto neanche in reparto. Invece, curiosamente, nel momento in cui l’attenzione della stampa è sul fallimento della poderosa macchina del primo soccorso, gli infaticabili giornalisti dell’Istituto lombardo di informazione non hanno ancora speso una riga per spiegare almeno il perché del disastro. Evidentemente sono anche loro in vacanza.

Ma se le responsabilità del livello regionale sono evidenti – e del resto al di là dei bollettini ufficiali è noto che l’assessorato alla sanità dopo Rizzi è sostanzialmente paralizzato – anche il livello locale va tirato pesantemente in ballo. Dalla direzione generale affidata a Stefano Manfredi a quella sanitaria, aziendale e di presidio. Tutti sapevano che tra Natale e Capodanno – ma la storia si ripeterà fino all’Epifania – complice l’assenza di parecchi medici di medicina generale, i punti di pronto soccorso sarebbero stati presi d’assalto. Organizzare un piano straordinario, che poi in realtà è ordinario dato il ripetersi del fenomeno, non avrebbe implicato uno sforzo superiore alle capacità di questi top manager. Invece ci si è limitati a mettere a punto un cosiddetto piano in caso di sovraffollamento che è scattato sulla carta a Natale ma che evidentemente o non è stato attuato o non ha funzionato perché del tutto insufficiente.
Certo una grossa responsabilità ce l’hanno la Regione e l’Agenzia di Tutela della Salute – che non hanno ancora predisposto una struttura di medici di base da allestire accanto ai pronto soccorso per la gestione dei codici bianchi e verdi. E’ ora e tempo di intervenire – ma se ne parla da almeno 15 anni – su questa categoria oggettivamente privilegiata che ormai riceve su appuntamento, non prima delle nove del mattino ma non dopo le 17 del pomeriggio; mai la notte, il sabato, la domenica e i festivi. Più che medici sembrano impiegati statali, il contrario di quello che facevano i vecchi dottori della mutua, come Bonamomi e Sindoni che i meratesi ancora ricordano con affetto e gratitudine. In provincia di Lecco operano 263 medici di medicina generale per 340mila persone, un medico ogni 1.300 residenti circa. Nel distretto sanitario meratese – 25 comuni per 125mila abitanti – lavorano 91 medici; 40 nel distretto di Bellano; 132 in quello di Lecco. Se ognuno dei 91 medici del distretto meratese-casatese prestasse tre ore al giorno a fianco del personale di pronto soccorso del Mandic dovrebbero ruotare 8 medici al giorno. Ciascuno con un turno di 3 ore ogni 11 giorni. In più c’è da riciclare il personale della guardia medica da togliere dall’ambulatorio interno (e introvabile di notte) e piazzare in un locale nei presi del triage. La manovra medici di base + guardia medica al PS per i codici bianchi e verdi non risolverebbe del tutto il problema del sovraffollamento ma costituirebbe comunque un buon passo in avanti.
Il resto è affidato alla capacità organizzativa dei dirigenti dell’Asst e dei capidipartimento perché oltre al personale di pronto soccorso occorrono risposte celeri anche dai reparti a iniziare da quello radiologico. Sarebbe interessante – ma impossibile per la privacy – conoscere il numero di medici oggi in vacanza. Ne hanno diritto, per carità. Ma ben prevedendo la situazione le ferie potrebbero essere godute fuori dalle punte della domanda. Insomma, ce ne sono di accorgimenti cui fare ricorso per evitare la vergogna di questi sta accadendo in questi giorni nei presidi di Merate e Lecco, ma anche di Vimercate, Como Sant’Anna, Como Valduce e così via. Ma bisogna essere determinati e “sul pezzo”. Piuttosto che chiedere maggiori sforzi a chi già è in prima linea e addossare le responsabilità sempre ad altri.
Dica la direzione Manfredi (ASST) che cosa ha messo in campo per affrontare la domanda proveniente dai cittadini in questo periodo. Precisi la direzione Giupponi (ATS) se in previsione del sovraffollamento ha studiato interventi di sostegno affinché il pronto soccorso non diventasse – come è diventato – il “soccorso pronto”.
Spieghi Gedeone Baraldo, direttore sanitario del Mandic, quale strategia ha predisposto ben sapendo che cosa sarebbe accaduto dal 20 dicembre in avanti. Non a noi, certo, ma alle decine di persone che ci scrivono. E soprattutto alle centinaia di pazienti che hanno atteso 10-12 ore prima di gettare la spugna e tornare a casa. Altro che “passare dal curare, al prendersi cura del paziente”. Qui il paziente non lo si visita nemmeno. Si spera solo che se ne torni a casa. Perché non c’è posto.
Claudio Brambilla
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