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Scritto Martedì 07 febbraio 2017 alle 15:29

Casatenovo: l'esperienza di dieci volontari della Croce Rossa, impegnati nel campo di Camerino in supporto ai terremotati

Nella terra che trema, c'è "un'Italia che aiuta". Sono stati una decina i membri del Comitato Locale Croce Rossa di Casatenovo che, negli scorsi mesi, si sono dati il cambio per lavorare come volontari al campo di Camerino, nelle Marche. Il campo Croce Rossa "Le Calvie" è stato uno dei primi ad essere allestiti dopo il terremoto del 26 ottobre che ha devastato il Centro Italia.

Le immagini dei volontari CRI impegnati nell'emergenza terremoto

"Nello statuto di Croce Rossa è previsto l'impegno in caso di emergenze di questo tipo. Appena si verifica l'evento, c'è una squadra speciale sul posto in pochissimo tempo per il soccorso a feriti. Poi, la Sala Operativa Nazionale coordina l'allestimento dei campi. Ad Avezzano c'è un polo logistico da cui partono mezzi e strutture", ci ha spiegato Eros Bonfanti, presidente del Comitato casatese CRI.
Un'organizzazione precisa, in grado di reclutare uomini e mezzi a livello nazionale e, capillarmente, fino a tutti i Comitati Locali, come quello casatese.



"Io sono il delegato attività emergenza qui a Casatenovo e ho ricevuto richieste specifiche in base alla necessità. I volontari mi hanno comunicato le disponibilità e sono partiti su cinque turni di una settimana"
, ha spiegato Diego. Da fine novembre a fine gennaio, i volontari casatesi - Diego, Maristella, Orlando, Franca, Franca, Daniele, Roberto, Mario, Angelo e Alfredo - si sono quindi messi in viaggio per Camerino.



"Il campo è stato allestito 24 ore dopo la prima scossa e si trovava vicino al palazzetto dello sport. Circa mille persone si sono rifugiate in palestra per dormire. Poi, pian piano, i cittadini si sono spostati nei moduli abitativi preparati in seguito, sempre vicino al campo. Noi volontari dormivamo nelle tende esterne, poi ci siamo spostati nel palazzetto. Le strutture sono state smontate pochi giorni fa, a fine gennaio: la popolazione si è infatti trasferita interamente nei moduli abitativi", hanno spiegato i volontari. "Il campo era organizzato come una piccola città: oltre alla cucina e alle tende c'era un container-banca, una farmacia, una stazione mobile dei carabinieri, una tenda della Protezione Civile per la raccolta dei vestiti".



Intorno al campo, vero e proprio punto di riferimento per tutto il territorio, gravitavano circa mille cittadini, con una cinquantina di volontari tra divise della Croce Rossa e altre associazioni. "C'erano anche volontari della Misericordia, oltre a volontari e dipendenti CRI da diverse regioni d'Italia". Realtà diverse, con compiti diversi, unite però per un unico scopo: aiutare un territorio in difficoltà, senza distinzioni di divise. "Nel campo ognuno aveva il proprio compito, secondo un'organizzazione precisa e ben curata e in base alle varie specializzazione di ciascuno. Ogni volontario Croce Rossa frequenta un corso base di operatore in attività di emergenza, poi ci sono diverse competenze. C'erano cuochi, operatori generici, logisti, volontari del servizio sanitario, tecnici, idraulici, elettricisti. Noi casatesi siamo stati impiegati in cucina o come operatori generici. A seconda dei momenti, al campo arrivavano 700-800 persone a mangiare, molti erano anche studenti".



A Camerino, che conta circa settemila abitanti, l'economia è basata in gran parte sulla presenza dell'Università. "La sede è nuova e non ha subito danni, ma molti uffici si trovano all'interno della zona rossa, che è presidiata dai militari: sono quindi stati trasferiti nei container per permettere il regolare svolgimento delle lezioni a partire da gennaio. Abbiamo conosciuto molti studenti che, dopo gli esami, venivano a pranzare al campo", hanno spiegato. Tra la cucina e le varie attività di manutenzione, ci si rimbocca le maniche per aiutare, cercando di non far mai mancare un sorriso. "Tra i cittadini, c'era chi non parlava con nessuno, chi era arrabbiato, chi si trovava per la terza volta senza casa ed era demotivato. Chi, invece, aveva voglia di rimettersi subito all'opera, ma sempre con grande timore verso il futuro. Spenti i riflettori e smontato il campo, temono di essere dimenticati da tutti. Alcuni vivevano volentieri nel campo e faticavano ad andare via, altri invece soffrivano un po' la convivenza forzata", hanno raccontato.



Tra freddo, stanchezza e fatica, il rapporto con la gente resta alla base delle attività di volontariato. "Quello che più mi ha colpito è stato un anziano che ci ha detto "Non ho mai mangiato meglio in vita mia. Voi ragazzi della Lombardia siete i più sorridenti di tutti: se potessi rientrare a casa vi regalerei una bottiglia del mio vino, ma di quello buono!", ha spiegato Maristella, raccontando un'esperienza condivisa a tratti anche da Roberto.
"A differenza degli altri, io sono stato inviato sui Monti Sibillini. Tra i miei servizi c'era anche quello di accompagnare un'anziana signora, Dora, a casa sua, inagibile, per dare da mangiare alle galline. Si vive da mattino a sera in contatto con la popolazione e con gli altri volontari da tutta Italia: ci si scambiano esperienze, punti di vista, mentre con i cittadini si è creata una sorta di complicità. Al momento di tornare a casa Dora voleva regalarmi cinque uova", ha ricordato Roberto. "Giocavamo con i bambini, che hanno proseguito le attività di catechismo o gli allenamenti nel palazzetto. Mentre eravamo lì, è stata restituita ai cittadini un'effige mariana salvata dalle macerie. La gente ha voluto collocarla vicino ai moduli abitativi perché diceva che ora il suo paese era quello", hanno raccontato Orlado e Franca.



In una situazione costantemente mutevole, non sono mancate criticità e difficoltà. "Prima tra tutte il freddo: siamo arrivati a -17 gradi, con la neve". Intanto, le scosse continuavano. "Essendo a piano terra e in tenda non le abbiamo percepite molto: mi è capitato una volta di sentirmi strano, ho dovuto sedermi per una sensazione di vuoto. Poi mi hanno detto che c'era stata una forte scossa. La popolazione era in stato di allerta, sentiva ogni scossa minima e tornava a rifugiarsi al palazzetto dove sapeva di trovare un luogo sicuro: spesso faticava a tornare nei container. La cosa più difficile è guardare in faccia le persone, che spesso hanno perso tutto, e non sapere cosa dire, imbarazzati. Ci si sente impotenti, smarriti. Si cerca di aiutarli al meglio", ha spiegato Daniele.



"Bello anche vedere aziende private che mandano aiuti, anche grazie a convenzioni già esistenti, tutti sempre organizzati al meglio dalla Sala Operativa Centrale. Si vede un sistema che funziona, che organizza nei minimi dettagli attingendo da un bacino di mezzi e uomini a livello nazionale, per far arrivare soccorsi preparati e competenti: farne parte è fonte di orgoglio".


Chi alla prima, chi alla seconda esperienza di questo tipo - dopo il terremoto di L'Aquila -, tutti i volontari sono concordi nel ritenere che "si tratta di un'esperienza che ti cambia fortemente, sia come volontari che come persone". E anche se la stanchezza e la fatica si fanno sentire, "saremmo pronti a partire di nuovo", hanno concluso.
Laura Vergani
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