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Scritto Sabato 11 febbraio 2017 alle 09:46

Oggiono: il dramma delle spose bambine raccontato da Claudia Ryan in ''Sant'Agata''

In occasione della commemorazione di Sant'Agata, l'assessorato alla cultura del Comune di Oggiono e la parrocchia di Sant'Eufemia hanno presentato il libro di Claudia Ryan "Hana la yazida - L'inferno è sulla Terra".
"È una scelta simbolica perché il libro tratta il dramma delle spose bambine e di tante donne strappate alle proprie famiglie, rappresentanti di una femminilità di cui Sant'Agata è emblema. Stasera parliamo di donne portatrici di valori. Comprate come schiave già a nove anni eppure capaci in alcuni casi di perdonare, nonostante gli orrori subiti", ha esordito l'assessore Elena Ornaghi.

Da sinistra l'assessore Elena Ornaghi e Claudia Ryan

Claudia Ryan, professoressa di storia dell'arte al liceo linguistico, ha mostrato un video realizzato per introdurre il suo libro.
"Il 3 agosto 2014 comincia il settanduesimo genocidio degli yazidi, minoranza religiosa curda della piana di Sinjad invasa dai Daesh, che si dichiarono musulmani. Gli yazidi convivono con una maggioranza sunnita e una minoranza cristiana; praticano una religione monotesita antichissima che professa la fede in un unico dio e in sette angeli, ma per questo motivo i Daesh li ritengono politeisti e perciò si sentono liberi di poterli schiavizzare. La conquista della piana di Sinjar è stata attuata per prendere le donne yazide: donne da dare in pasto agli uomini dell'esercito dell'ISIS. Durante la conquista i Daesh hanno attuato un piano sistematico: vengono uccisi gli uomini e le donne anziane, i cadaveri vengono gettati in fosse comuni, le altre donne e i bambini invece vengono caricati su un pullman e portati verso l'inferno".
La protagonista del libro, Hana, è un personaggio di fantasia ma è il simbolo delle donne yazide e del genocidio. "Sono entrata in contatto con le storie di queste donne in maniera del tutto casuale. Mi hanno colpita per l'atrocità di ciò che avevano vissuto. Non avevo la finalità di scrivere un libro all'inizio, ma solo di approfondire la mia conoscenza di queste vicende terribili. Il libro quindi è nato per caso, possiamo dire che la storia mi è venuta incontro. Come protagonista avevo bisogno di una donna colta, così scelsi un'infermiera, che poteva anche lavorare in un campo sfollati e mi permetteva di evidenziare la vita nel Kurdistan", ha spiegato l'autrice, che ha poi mostrato con delle slides i luoghi in cui è ambientato il libro.


"Hana, prima di essere rapita, lavorava prima presso un ospedale di Dohuk, ma poi decise di farsi trasferire all'infermeria di un campo per sfollati, per essere più vicina alla gente che aveva sofferto come lei. Uno psicologo le suggerì di parlare da sola della sua storia e di registrarsi, in modo da dare libero sfogo ai propri traumi. Il racconto all'inizio è molto lento, poi però Hana è sempre più determinata a buttare fuori tutto il suo malessere. Lei è riuscita a fuggire ma non è sempre così facile. Le donne più determinate sono scappate in tanti modi diversi, a Raqqa, ad esempio, spesso durante i bombardamenti, ma dopo aver subito violenze e aver perso le proprie famiglie. Nel romanzo ci sono tre figure maschili prevalenti, due Desh diversi tra loro, ma entrambi portatori di sofferenze, e un uomo positivo che riscatta il ruolo maschile".
La scrittrice ha deciso di andare in Kurdistan per conoscere meglio ciò di cui doveva raccontare; la parte più difficile, però, è stata far proprie queste testimonianze, riviverle dentro di sé. Cosa che le ha provocato incubi tutte le notti di quel mese e mezzo durante il quale, d'estate, ha scritto il libro. "È stato fondamentale per me non lavorare a scuola in quel periodo, perché ho potuto concentrarmi appieno su questo lavoro. Una volta tornata dal Kurdistan mi è risultato difficile ritornare alla normalità: non sopportavo più lo shopping ad esempio, né la superficialità della nostra società rispetto a chi non ha niente, come quelle povere donne che ho visto nei giorni di permanenza in Kurdistan".


Donne private anche della dignità, del prezioso valore della verginità, tanto da non voler scappare dai propri carnefici per la paura di non essere riaccettate dalla società. "Al mercato delle schiave queste giovani venivano vendute per poco, ma col tempo i prezzi sono aumentati, così come i cospicui riscatti richiesti alle famiglie, di solito modeste e quindi costrette a indebitarsi. Ma l'orrore è continuato e continua tuttora con le aste organizzate tramite chat, dove compratori da tutto il mondo si scambiano foto e acquistano lotti comprensivi di mamme e bambini che poi vengono smembrati e rivenduti" ha continuato la giornalista. 
Claudia Ryan è in contatto con Wadi, un'associazione tedesco-irachena, che aiuta queste ragazze a ritrovare un sorriso, la dignità perduta. Così ha deciso di raccogliere fondi da devolvere all'associazione, in particolare a una donna che aveva subito la rottura dei denti superiori dopo aver perso il marito e i due figli ed essere stata torturata perché non voleva diventare musulmana. Per cui è stata violentata, è rimasta incinta ma, non volendo il bambino, le altre donne yazide le hanno fatto perdere il figlio saltandole sul ventre. Questa donna vive con lo zio nel campo per gli sfollati voluto dell'ONU e grazie ai soldi raccolti è riuscita a sistemarsi i denti.


"Quando, grazie a Wadi, mi ha mandato un video per ringraziarmi, mi sono sentita un angelo perché lei stava sorridendo e io avevo contribuito a renderle di nuovo la felicità"
 ha commentato la docente, che ha provato a chiedersi perché questa donna, come hanno fatto tante altre, non ha finto di accettare la conversione pur di non essere più torturata. "Una donna che aveva nove figli, ad esempio, è stata presa quando era incinta. Così ha deciso di fingersi musulmana per salvare la sua numerosa famiglia. Ma all'altra donna avevano tolto tutto, non aveva altro che la propria religione, quindi piuttosto si è fatta massacrare, come Sant'Agata".
Queste ferite sono molto difficili da rimarginare, soprattutto per le donne più mature che non vedono un futuro da vivere di fronte a loro. Dal 2016, inoltre, le pene per chi cerca di scappare si sono inasprite. Ma il libro della Ryan finisce bene, perché per l'autrice la speranza deve vincere sempre, come nel dipinto "Guernica" di Picasso. 
"In Arabia Saudita, ad esempio, le cose stanno cambiando, anche se lentamente. E forse è giusto che il cambiamento avvenga per gradi, perché altrimenti sarebbe ancora più traumatico. L'importante è ricordare sempre queste tragedie, parlarne, fare il possibile nel nostro piccolo" ha concluso la docente.
Roberta Scimè
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