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Scritto Martedì 18 aprile 2017 alle 18:44

Crack Perego: c'è la data della sentenza, sarà il 19 settembre. Colombo chiede l'assoluzione, per Barone è ''tutto da rifare''

Particolare dell'ex sede cassaghese di Perego Strade
Il compito di aprire l'udienza odierna, l'ultima prima dell'agognata sentenza calendarizzata per il settembre prossimo è spettato all'avvocato Gian Andrea Balzarini: seppur per il suo assistito - il broker Ruggiero Colombo - il sostituto procurare della DDA di Milano Alessandra Dolci abbia chiesto il non doversi procedere per intervenuta prescrizione, il legale ha comunque disquisito con passione chiedendo per il cliente un'assoluzione piena. "La prescrizione non può essere un obiettivo: il signor Colombo ha estrema necessità di una pronuncia nel merito che gli restituisca dignità" ha esordito, parlando poi dell'eco mediatica avuto dalla vicenda in cui, suo malgrado, il professionista si è visto - seppur marginalmente - coinvolto.
E' ripreso così, quest'oggi, il processo originato dal crack delle società della galassia Perego e della famiglia Oricchio, costola del più celebre procedimento ingenerato dalle maxi inchieste Crimine-Infinito. A giudizio, oltre al già citato intermediatore bancario, troviamo anche l'avvocato Roberto Di Bisceglie, l'ex assessore provinciale di Milano Antonio Oliverio, i commercialisti Gianfranco Fariello e Antonio Carlomagno nonché il ragionier Giovanni Barone, figura centrale nel filone lecchese, il cui difensore è stato lasciato in coda dai colleghi, concedendogli tutto lo spazio necessario per una sostanziosa arringa "avversa" a quella del PM che, per il romano, ha chiesto ben 8 anni di reclusione.

IL PARADIGMA DEL COINVOLGIMENTO DELLE BANCHE
Dimostrando capacità di sintesi, è stato però l'avvocato Balzarini - come anticipato - a rompere il ghiaccio, facendo leva sul danno d'immagine patito dal dottor Colombo, lavorativamente parlando. "Il suo nome è servito a uno scopo" ha spiegato il penalista, citando "il paradigma di questa inchiesta" ovvero il voler - a suo giudizio - andare oltre alla dimostrazione della presenza mafiosa al nord con l'infiltrazione delle cosche - tramite soggetti dal "volto pulito" come Andrea Pavone - nel tessuto imprenditoriale locale "trovando una sponda politica e dunque Oliverio per poi arrivare alle banche: Colombo".
Venendo a quanto ascritto nello specifico al proprio assistito, il legale cremonese, ha innanzitutto evidenziato come il capo d'imputazione inizialmente non riportasse nemmeno la condotta contestata a Colombo, tacciato, in concorso, di aumento fittizio di capitale: modificato in un secondo momento, farebbe ora riferimento all'intermediazione del broker per l'accredito del noto titolo della Royal Bank of Scotland, utilizzato da altri soggetti nel tentativo di scalata della società trentina Cosbau, il cui titolare - il dr. Bonomini - è stato indicato dall'avvocato Balzarini come "il grande accusatore" del proprio cliente. Sottolineando come l'accredito in realtà non sia mai avvenuto, la toga ha così chiesto l'assoluzione dell'imputato. Poi, addentrandosi ulteriormente nella vicenda, ha ricordato come - stando al deliberato - l'aumento di capitale avrebbe dovuto avvenire in denaro.
"L'elemento fittizio è rappresentato dal titolo" ha proseguito. "Non è idoneo a fondare il reato". E se lo stesso fosse stato utilizzato solo come garanzia per poi ottenere liquidità? Ci troveremmo - ha spiegato - dinnanzi al massimo a una truffa. Lasciati fuori altri personaggi a più riprese citati nel corso dell'istruttoria, dunque, secondo Balzarini si sarebbe "tirato dentro" Colombo, in quanto la sua figura incarnava il collegamento con il mondo bancario. Egli però non avrebbe avuto contezza delle vicende pregresse legate al titolo o al contesto della scalata. "Si è limitato a fare il suo lavoro di consulente". Punto.


BARONE? UNO SBIRRO SCOMODO PIU' CHE UN COMPARE
Ha risparmiato al collegio giudicante un'integrazione alle proprie già corpose spontanee dichiarazioni, poi, il ragionier Giovanni Barone: prima che il suo avvocato prendesse la parola si è limitato infatti a consegnare una memoria. Lo stesso ha fatto il legale, rassegnando per iscritto le proprie conclusioni, dopo aver comunque a lungo esposte le stesse dinnanzi ai giudici Enrico Manzi, Maria Chiara Arrighi e Salvatore Catalano, non risparmiati da critiche legate alla conduzione del processo. Già sollevate nel corso dell'istruttoria, poi, alcune delle "osservazioni" citate nell'antefatto dell'arringa a cominciare dal fatto che, inizialmente, l'imputato non sia stato adeguatamente assistito legalmente e dalla ricusazione "rigettata" del presidente, dettagli che - secondo Rigamonti - potrebbero portare addirittura ad "azzerare" il procedimento. Entrando nel merito delle accuse, se nella propria requisitoria il pubblico ministero aveva tratteggiato Barone come "partecipe" o comunque come un qualcuno "che ha agevolato" soggetti legati alle cosche, nel proprio monologo il difensore ha insinuato il dubbio che in realtà quel consulente inserito tanto nel "mondo Perego" tanto nelle società degli Oricchio da Andrea Pavone in realtà fosse mal visto dai calabresi. "Barone non era proprio ben accettato dai signori Pelle e Oppedisano: lo chiamavano lo Sbirro perché era stato nei carabinieri o perché non era collaborativo? Perché forse pretendeva di fare il liquidatore e a loro non piaceva?" ha domandato, ritenendo che la risposta sia nelle prove raccolte, prove a suo giudizio da "epurare". "Addomesticata" è stata infatti ritenuta la testimonianza degli Oricchio, nei confronti dei quali l'avvocato è stato particolarmente

Il pm Alessandra Dolci
duro. Discutibile poi è stata considerata la scelta di nominare, quale consulente della Procura, il dr. Perini sulla cui attività si fonderebbe l'intero quadro accusatorio. "Da esaminare con estrema cura e sospetto" poi - sempre a giudizio del legale - anche le deposizione dei diversi curatori fallimentari che si sono, ciascuno per le proprie competenze, avvicendati al microfono. Le loro sarebbero infatti "dichiarazioni derelate". Chi resta dunque? Solo deposizioni degli ex dipendenti della Fratelli Oricchio, che smentirebbero Angelo e Dante (che, nella versione resa dalla difesa Barone, non sarebbero stati affatto estromessi dalla gestione delle loro imprese) nonché i documenti prodotti. Ma quali? Rigamonti ha ricordato infatti di aver dovuto "lottare" per ottenere che le copie dei contratti prodotti dal proprio cliente venissero "periziate", con le conclusioni della propria consulente poi a suo giudizio più "profonde" rispetto a quelle tratte dall'esperta incaricata dal Tribunale.
E ha dimostrato di non volere "arrendersi" anche in relazione all'incartamento di cui aveva chiesto l'acquisizione, "bloccata" poi dalle altre parti, seppur "incideva solo su Barone". "Perché dobbiamo coprire un pezzo di verità che il PM è andato a cercare?" ha domandato ancora, dedicando poi in un lungo "inciso" all'insussistenza - a suo avviso - dell'aggravante dell'articolo 7 (l'aver favorito l'associazione mafiosa), contestata al ragioniere, che si sarebbe limitato a fare (per soldi) il liquidatore, restando estraneo a vicende come la scalata alla Cosbau o a quella - estranea a questo processo - della Cega così come a quelle "operazioni truffaldine" ripercorse nella requisitoria del PM. Sarebbe così stato oggetto delle "attenzioni" di Pavone che, sapendo di avere a che fare con uno bravo, l'avrebbe voluto vicino senza mai divenire organico alla "Assocompari", citata solo per scherzo in conversazioni telefoniche, captate nel corso dell'inchiesta.
Un quadro decisamente distante e a tinte diverse rispetto a quello delineato dalla dottoressa Dolci che, per il prossimo 19 settembre, quando si tornerà in Aula per la chiusura del "caso", ha già preannunciato delle repliche.

 

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A.M.
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