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Scritto Giovedì 20 aprile 2017 alle 22:51

Molteno, infedeltà patrimoniale: chiesti 18 mesi per i tre amministratori di 'Sandridea'

Un anno e 6 mesi di reclusione. Questa la proposta di condanna avanzata nella tarda mattinata odierna dal sostituto procuratore titolare del fascicolo a carico di Daniele Tornaghi (classe 1954 di Rho), Alberto Cattaneo (classe 1961 di Cesana Brianza) e Giuseppe Monciotti (classe 1950 di Lecco), a processo con l'accusa di "infedeltà patrimoniale" in riferimento alla Sandridea srl, controllante (fra le altre) della forse più nota Sandrigarden spa, azienda di Molteno specializzata nella produzione di tagliaerba a macchine da giardino ammessa nel 2015 al concordato preventivo.
Stando al capo d'imputazione, i tre, in qualità di amministratori e membri del consiglio di amministrazione della Sandridea srl, "avendo un conflitto con quello della predetta società in quanto soci e amministratori anche della Sandrigarden spa, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio" avrebbero deliberato "la rinuncia a sottoscrivere l'aumento di capitale della controllata spa al prezzo vantaggioso di un euro per azione (a fronte di un valore reale unitario di 5,70 €), cagionando intenzionalmente alla società un anno patrimoniale di 636.000€, consistito nel mancato acquisto di azioni della Sandrigarden per euro 135.320 a fronte di un valore effettivo di euro 771.324".
Un quadro questo, a detta del PM, provato in sede dibattimentale. Egli nella propria articolata requisitoria, rifacendosi agli atti prodotti nel corso dell'istruttoria, a cominciare dalle perizie, nonché chiaramente alle dichiarazioni dei testi sentiti nelle due udienze precedenti, ha ripercorso l'intera intricata vicenda che ha trascinato a giudizio i tre imprenditori, contrapposti agli eredi Livio Agostoni (la moglie Giovanna Loretz e le sue due giovani figlie Francesca e Valentina) costituitisi parte civile tramite l'avvocato Stefano Pelizzari.

Il tribunale di Lecco

LA VICENDA
All'origine di tutto, ha sintetizzato il magistrato, parlando al cospetto del collegio giudicante (presidente Enrico Manzi, giudici a latere Salvatore Catalano e Noria Lisa Passoni) vi sarebbero dei dissidi tra soci che hanno portato, nel 2009, alla revoca di Agostoni, già amministratore della Spa. Poi, sempre prima della delibera oggetto di questo procedimento, lo stesso avrebbe avviato un'azione giudiziaria "per falsificazione delle scritture contabili di Sandridea, nei confronti degli ora imputati" ha proseguito il PM, sostenendo come avrebbero potuto esserci - se non fossero intervenuti dei "correttivi" - le condizioni affinché la "holding" passasse sotto il controllo di Agostoni, il quale nel frattempo viene a mancare. E siamo così al novembre 2011 quando Sandrigarden - la controllata - decide di procedere all'aumento di capitale. "Tra i soci figurano persone fisiche ma anche giuridiche ovvero la Sandridea che deve decidere se sottoscrivere l'aumento o no" ha argomentato il pubblico ministero, arrivando alla delibera - data 15.11.2011 - attraverso la quale la controllante si tira indietro, "in una situazione di oggettiva di conflitto di interessi": i soci amministratori sono gli stessi per entrambe le società. "Non a caso - ha aggiunto - quando la Sandridea rinuncia Tornaghi, Monciotti e Cattaneo possono sottoscrivere lo l'aumento e l'inoptato (ciò che non è sottoscritto da altri ndr)". Il "no" di un socio - Sandridea - avrebbe quindi avvantaggiato gli altri, che hanno così potuto aumentare la propria quota di capitale, a discapito dei non sottoscrittori. "I nostri imputati hanno avuto una maggiore partecipazione della Sandrigarden" ha concluso, senza lasciare spazio a obiezioni, il titolare della pubblica accusa. "Ma non solo". I tre avrebbe infatti goduto anche di un "vantaggio monetario", avendo acquistato un pacchetto di quote al valore nominale di un euro, quando invece il valore reale delle stesse era almeno 5 volte superiore.
Fissati tali paletti, il sostituto procuratore si è poi focalizzato sulla "inconsistenza" della motivazione addotta per la mancata sottoscrizione dell'aumento di capitale da parte di Sandridea: la mancanza di risorse. A suo avviso - mutuando quanto espresso dal proprio consulente e da quello incaricato dall'avvocato Pelizzari - in cassa mancava sì liquidità ma la Spa avrebbe potuto avvalersi di altri strumenti: avrebbe potuto rivolgersi alle banche, avrebbe potuto cedere beni sociali e dunque partecipazioni societarie, avrebbe potuto "vendere" a terzi il diritto d'opzione sull'aumento di capitale stesso o prima di tutto avrebbe potuto chiedere ai soci di metterci loro del denaro, "quelli stessi soci che, come persone fisiche, vanno a sottoscrivere poi l'aumento di capitale della Sandrigarden", "prova provata che potevano finanziare la Sandridea".
"La decisione del 2011 è stata una decisione sicuramente operata in conflitto - ha così ribadito il PM - ma anche al fine di trarre un profitto ingiusto".

L'ESEMPIO DA MANUALE O UN NON REATO?
"Gli amministratori, i direttori generali e i liquidatori, che, avendo un interesse in conflitto con quello della società, al fine di procurare a sè o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio, compiono o concorrono a deliberare atti di disposizione dei beni sociali, cagionando intenzionalmente alla società un danno patrimoniale, sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni".
Questo l'articolo del codice civile - il 2634 - contestato ai tre imputati, che prevede "una fattispecie di reato particolarmente strutturata" ha sostenuto l'avvocato Stefano Pelizzari, legale di parte civile, evidenziando però come a proprio avviso, nel caso di specie, ci siano tutti gli elementi fondativi. "Manca solo la confessione" ha scherzato (forse), parlando di caso da manuale ed addentrandosi poi - dopo aver "smontato" le tesi del consulente scelto dalla difesa, lo stesso avvocato che segue per gli imputati le cause civili aventi per oggetto i medesimi presupposti - nel confutare anticipatamente le eventuali tesi dell'avvocato Edoardo Fumagalli a cui si sono affidati Monciotti, Tornaghi e Cattaneo. Il decano dei penalisti lecchesi, però, nella propria arringa, rifacendosi al testo dell'articolo 2634 cc ha insistito sul fatto che l'infedeltà patrimoniale sia un reato di azione mentre nel caso della Sandridea "manca l'atto". "La deliberare la rinuncia non è un atto di disposizione del capitale sociale" ha sostenuto con convinzione.
Se dunque il PM ha chiesto la condanna dei tre e la parte civile una provvisionale in favore delle proprie assiste, la difesa ha insistito per l'assoluzione dei propri clienti, "perché il fatto non sussiste".
Per le repliche la causa è stata aggiornata al prossimo 13 luglio.

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A.M.
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