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Scritto Mercoledì 29 novembre 2017 alle 09:11

Il cappellano Padre Luca: ''la vera forza di Villa Beretta non è il medico ma il paziente''

Villa Beretta è un ambiente che si impara a conoscere poco alla volta, frequentandola, vedendo la sofferenza sui volti dei pazienti e la luce della speranza che rifulge nei loro occhi.
Padre Luca Poli, da 6 anni cappellano della struttura ospedaliera, ci aiuta a conoscere questa realtà dall'interno, vista con lo sguardo di una persona che fornisce un supporto spirituale nel complesso cammino di miglioramento del paziente. Il suo è senz'altro un aiuto di fede per i credenti e una disponibilità a un ascolto per chi non professa o segue altri credo.

Padre Luca Poli

"La fede è un incontro tra persone: anche nostro Signore instaurava un dialogo con coloro che incontrava. Per un missionario, quindi, la fede è una trasmissione di esperienze. Da quando sono arrivato qui ho cominciato a girare nelle stanze per capire la situazione: il tempo non bastava e per questo ho cominciato ad arrivare prima e a uscire sempre dopo" ha spiegato padre Luca.
Da questa struttura passano pazienti che hanno subito ictus, ischemie ed emorragie cerebrali: malattie che in pochi secondi possono cambiare, stravolgere e lacerare la vita di una persona. In un attimo si ribalta, si azzera un'esistenza spesso fitta e vissuta a pieno ritmo.
Il percorso che si intraprende a Villa Beretta è prima di tutto una sfida umana complessa, oltre che clinica. E' come avere una montagna davanti agli occhi che impedisce di vedere l'orizzonte. Per guardare dall'altra parte, bisogna inerpicarsi su sentieri stretti, spesso angusti e che talvolta fanno mancare l'aria: è un cammino lento durante il quale non si intravvede nemmeno più la cima. Si prosegue, con una lentezza sfiancante, fino ad arrivare in alto: da qui si può tornare a vedere oltre, a respirare la
Un dettaglio della cappella di Villa Beretta
vita e a rimettersi in gioco, profondamente cambiati da una ferita che ha lasciato il solco. In questo percorso serve un considerevole equipaggiamento per affrontare le insidie. In montagna ci sono bastoni, piccozze e ramponi, mentre Villa Beretta si lavora su se stessi. L'aiuto dato dall'attrezzatura durante l'ascensione, viene qui fornito, in parte, da altre persone: il personale medico e quello sanitario, l'equipe di professionisti para medici, le suore infermiere dell'Addolorata, padre Luca e i parenti stretti.
"Spesso più coinvolti del paziente sono i familiari che diventano un supporto indispensabile per recuperare il malato. Il mio compito è quello di fare leva sui sentimenti di solidarietà presenti nella famiglia per far risalire la china al paziente" ha proseguito padre Luca. "La grande forza di Villa Beretta non è il medico, ma il paziente che, aiutato dagli altri, riesce a recuperare. Il simbolo della nostra struttura è il particolare crocefisso presente nella chiesa in cui il Signore ha una mano staccata dai chiodi. Anche il nostro ammalato è così, "inchiodato", ma la speranza e la fede lo porteranno a staccarsi per elevarsi".
E' un cammino faticoso nel quale, attraverso la sofferenza, emerge la parte più intima di sé. "Davanti alla malattia diventa difficile mentire e "vendere" una certa immagine di sé e così si è costretti a mostrare la sostanza. Qui esce la parte più vera che è dentro di noi: è questa la sapienza della croce".
Dopo tanti anni di missione sia in Italia che in Africa, in Kenya, padre Luca ha trovato in Villa Beretta un luogo in cui proseguire il suo mandato. Anche qui opera ogni giorno seguendo il medesimo approccio: la creazione di un rapporto di fiducia e stima reciproca con l'altro, cominciando magari da qualche interesse o passione in comune. Soltanto così il paziente riesce ad aprirsi e a comunicare.
"Qui dentro sono stato io stesso discepolo perchè ho conosciuto persone che hanno mostrato qualità spirituali eccezionali" ha concluso il padre missionario che richiama sempre un buon numero di fedeli alle messe da lui celebrate, grazie alla sua semplicità e concretezza.

2/continua
M.Mau.
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