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Scritto Venerdì 01 dicembre 2017 alle 09:13

Incontri a Villa Beretta/1: da medico a paziente, Gianbattista e la sua tetraplegia. ''Misuravo il tempo in secondi, ora in mesi''

Dopo l'introduzione proposta nei giorni scorsi con le testimonianze del dottor Franco Molteni e del cappellano Padre Luca Poli, entra nel vivo quest'oggi la rubrica ''Incontri a Villa Beretta'', un viaggio nella struttura di Costa Masnaga attraverso i racconti di alcuni pazienti che nei corridoi della sede distaccata dell'ospedale Valduce di Como, hanno trovato la speranza di ricominciare, grazie all'assistenza sanitaria e umana ricevuta:

Gianbattista Tshiombo
Da medico a paziente. Dalla sala operatoria alla palestra riabilitativa. Era arrivato da circa sei mesi al Policlinico San Donato, dopo diversi anni al San Raffaele in cui aveva avuto modo di apprendere le basi del mestiere e poi consolidare l'esperienza professionale come chirurgo vascolare. Aveva tanta voglia di fare, di mettersi in gioco e di far decollare la sua carriera.
Gianbattista Tshiombo, medico di Rozzano di 38 anni di origine congolese, quella notte d'autunno del 2013 aveva concluso il turno di lavoro in ospedale e raggiunto gli amici a una partita di calcio, come aveva già fatto tante volte. Mentre rincasava, però, un maledetto colpo di sonno ha stravolto per sempre la sua vita, ribaltandone i cardini attorno a cui ruotava: una vita indipendente, un lavoro, gli amici.
Gianbattista ha perso il controllo della vettura su cui viaggiava e ha sbandato finendo contro un palo dell'illuminazione. Immediata la corsa in ospedale dove è stato sottoposto ad intervento chirurgico a seguito del colpo di frusta che ha provocato la frattura delle vertebre cervicali e una lesione parziale del midollo osseo. Dopo l'intervento per stabilizzare le vertebre fratturate, ha trascorso un periodo in terapia intensiva all'Humanitas di Rozzano.
A seguito della tetraplegia incompleta che gli è stata diagnostica, Gianbattista ha avuto una compromissione delle funzioni motorie.
Dopo due settimane, verso metà novembre, è stato dimesso ed è entrato per la prima volta a Villa Beretta, dove è rimasto per quasi un anno, fino a settembre 2014. Ancora oggi frequenta saltuariamente il centro. Arrivato con una barella, è ora in grado di reggersi sulle proprie gambe.
"Passare improvvisamente da una condizione di autonomia a una di dipendenza non è stato facile: quando sono arrivato a Costa ero molto arrabbiato e lo esternavo con tutti" racconta Gianbattista che nella struttura ha cominciato a seguire le prime sedute di fisioterapia, volte a far riprendere la funzionalità motoria degli arti - a partire dalle dita di mani e piedi - e a far recuperare la percezione del proprio corpo. Il recupero è molto lento e il tempo quasi si azzera. "Se prima misuravo il tempo in secondi, tra sala operatoria, convegni, tempo per lo sport e il divertimento, ora tutto viene scandito in mesi".
Nel 2014, grazie ai graduali miglioramenti, al 38enne è stato proposto di indossare l'esoscheletro. "E' una sensazione impagabile: senti i muscoli che si muovono e ricominci a prendere le misure del mondo". Per tre volte alla settimana portava l'apparecchio per un'ora, affiancando anche l'intensa attività in palestra: "Avevo perso la tonicità muscolare e avevo una percezione scarsa del corpo, pur avendo ripreso i movimenti. All'inizio mi sosteneva, poi ero io che lo portavo in giro e ne sentivo tutto il peso".
All'inizio del 2016 un nuovo balzo in avanti: Gianbattista ha cominciato a muovere i primi passi da solo, cominciando con il deambulatore per arrivare poi alle stampelle. "Prima mi sentivo perso (si esprime con il termine inglese "drift" per raccontare la sua sensazione, ndr). Ora, riuscendo a stare in piedi, sento nuovamente il sangue circolare e questo mi ha fatto riprendere la percezione di me stesso".

Uno degli ingressi alla struttura sanitaria masnaghese
 
Anche la vita lavorativa, nel frattempo ha subito le ripercussioni della malattia. Ambizioso e caparbio, Gianbattista è la dimostrazione che si può guardare oltre, pur con i momenti di sconforto e frustrazione vissuti dopo l'incidente. "A livello professionale il cambiamento è stato davvero pesante. La sala operatoria è lo spazio che più mi manca ancora oggi, così come il contatto umano con le persone. Nella tradizione di famiglia, il primogenito è colui che deve occuparsi degli altri: i miei genitori mi hanno fatto studiare e io ho deciso di fare il medico da quando avevo nove anni. Ora sento in qualche modo di aver mancato, fallito la missione" ha proseguito.
Non è stato del tutto così: il medico sta proseguendo il suo impegno in altri modi. Impossibilitato a operare, Giambattista nel 2014 è diventato codirettore del centro studi sull'aorta toracica e dall'anno successivo è impegnato in Fondazione Cariplo a Milano dove si occupa di ricerca biomedica. Nel frattempo, ha ottenuto un master in data management e ora ambisce a diventare nutrizionista per poter quantomeno riprendere l'aspetto più "umano" della sua professione, quello di stringere la mano a un paziente che è riuscito ad aiutare.
Oggi il giovane professionista frequenta ancora la struttura masnaghese, soprattutto quando gli impegni glielo consentono: da tre anni, torna per un mese a Villa Beretta in estate per la fisioterapia intensiva che poi prosegue autonomamente nel corso dell'anno.
"Racconto la mia storia per far capire alle persone che qualsiasi sia il problema, c'è sempre uno spazio. Con il tempo ho sviluppato un'avversione per l'aiuto e, dove riesco, cerco di arrivare da solo. Non accetto la mia condizione, soprattutto per i miei genitori, ma mi sono adattato" conclude Gianbattista.

3/continua
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Michela Mauri
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