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Scritto Mercoledì 20 dicembre 2017 alle 08:23

Incontri a Villa Beretta/4: Antonio racconta la stenosi lombare. ''Restare qui è stato terapeutico per i muscoli e per la mente''

Oggi nella nostra rubrica ''Incontri a Villa Beretta'' raccontiamo la storia di Antonio, che grazie alla permanenza nella struttura di Costa Masnaga ha cambiato il suo approccio alla vita. Una parentesi terapeutica non solo per il suo fisico, ma anche per la mente.

Antonio Cassina
Il mal di schiena è cominciato tre anni fa. Poi le medicine hanno cominciato a non sortire più gli effetti analgesici e così, a seguito di alcune difficoltà nella deambulazione che lo stavano conducendo verso la deformazione della colonna vertebrale, ha cominciato a farsi visitare dai medici.
Antonio Cassina, 72enne residente ad Inverigo, ha così scoperto di essere affetto da stenosi lombare. Dopo la visita a Villa Beretta ha compreso che non era più il momento di aspettare. "Mi avevano detto che ero grave. Questo all'inizio mi ha turbato, ma poi mi ha aiutato a prendere la decisione di operarmi" ha spiegato.
Dopo otto mesi e mezzo di attesa, lo scorso luglio ha subito l'intervento presso l'ospedale Humanitas di Rozzano. Cassina però, a seguito della debilitazione dei mesi precedenti, presentava segni di ipostenia nell'arto inferiore sinistro, messo a dura prova dalla malattia. Cosìè entrato nella struttura masnaghese il 10 agosto e vi è rimasto per quasi cinquanta giorni a seguire la fisioterapia di recupero funzionale. Ancora oggi frequenta il centro per tornare a camminare senza le stampelle, ma il percorso è ancora in salita.
"Non è stato molto piacevole all'inizio perchè pensavo di andare al mare e non di restare chiuso nella camera di una clinica" ha affermato. "Dopo qualche giorno la situazione è cambiata: la mia stanza si affacciava direttamente sul giardino dove passavo le ore a leggere sulla sedia a rotelle". Durante la permanenza ha avuto modo di conoscere altri ammalati e trascorrere il tempo in loro compagnia. "Si comincia raccontando dell'esperienza che ha condotto qui e poi si finisce per parlare della vita perché, chi riesce, ha voglia di chiacchierare. Non c'era compassione tra di noi, ma uno spirito di condivisione". Sono nate belle relazioni, coltivate anche al di fuori della struttura. Nel periodo di degenza, gli ospiti si ritrovavano in giardino o nelle sale comuni per scambiare alcune parole e condividere un aperitivo.
La permanenza a Villa Beretta ha cambiato il suo modo di guardarsi intorno. "Dopo ogni esame mi sentivo male. La malattia mi occupava la mente aggiungendosi al dolore fisico e all'incapacità di guidare e muovermi in autonomia" ha raccontato. "Stare qui è stato terapeutico per i muscoli, ma soprattutto per la mente. Ho capito che questa è una tappa della vita per andare avanti negli anni con più serenità e accogliere con più calma quello che si presenta davanti agli occhi".


Antonio, di professione architetto, continua a lavorare nello studio oggi condotto dalla figlia che ha seguito le sue orme. "La malattia è stata importante per me perchè ho compreso che si può vivere la vita in altre condizioni fisiche e mentali. Vado ancora in ufficio, ma sono più disteso e meno nervoso. In generale sono più distaccato dalle piccole cose per cui capita di arrabbiarsi".
Antonio ha avuto anche l'occasione per riflettere su quanto ha provato nel reparto. "Ho avuto modo di conoscere un dolore silenzioso negli occhi delle persone che non parlano. Questi pazienti trasformano l'infermità in una medicina per lo spirito. La lentezza e il tempo dilatato che la malattia fa vivere mi hanno permesso di pensare e di avere una visione più positiva della vita".

6/Continua
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Michela Mauri
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