Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o se vuoi negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Proseguendo la navigazione nel sito, acconsenti all'uso dei cookie.
ACCETTA
  • Sei il visitatore n° 200.933.512
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
bandi e concorsi
cartoline
ozono
Valore limite: 180 µg/mc
indice del 04/05/19

Lecco: V.Sora: 101 µg/mc
Merate: 93 µg/mc
Valmadrera: 92 µg/mc
Colico: 88 µg/mc
Moggio: 106 µg/mc
Scritto Mercoledì 03 gennaio 2018 alle 08:55

Incontri a Villa Beretta/5: Ivan Zimbaldi, dopo tre trapianti, combatte contro la mielite. ''Sono un soldato e combattente''

Il nostro viaggio tra i corridoi e le stanze di Villa Beretta prosegue con la storia di Ivan Zimbaldi, che da anni sta portando avanti una lotta tenace con la malattia perchè se la vita ti prende a pugni, bisogna sempre trovare il coraggio di rialzarsi.

Ascoltare la storia di Ivan Zimbaldi mette i brividi. E' un giovane padre di famiglia con una storia clinica che continua ad allungarsi senza sosta. Una calvario che ogni giorno deve affrontare con la consapevolezza di doversi tutelare costantemente per non perdere la nuova possibilità che la vita gli ha concesso.
Quando aveva 42 anni si è ammalato di polmonite e, nei mesi successivi alla guarigione, ha continuato ad avvertire dolori al costato tanto da decidersi a fare una visita approfondita. "Il 16 luglio 2013 è il giorno in cui sono morto" ha esordito diretto, senza mezzi termini. Un'affermazione capace di far sobbalzare la nostra penna dal taccuino, ma poi abbiamo capito che Ivan si esprime nello stesso modo in cui affronta la malattia: di petto.
Entrato all'ospedale di Carate e sottopostosi a una TAC, ha trascorso quattro giorni senza sapere quale fosse la sua malattia ed è rimasto ricoverato quindici per giorni dopo la diagnosi: mieloma osseo multiplo. Una sentenza. Una malattia terribile che presenta, tra i primi sintomi, uno sfiancamento cronico che a Ivan, in prima battuta, era apparso semplicemente come un generale senso di affaticamento.

L'ingresso a Villa Beretta

Al reparto di ematologia dell'ospedale di Bergamo ha cominciato il percorso di chemioterapia, affiancato da farmaci e cortisone per fermare la crescita del mieloma. Inoltre, per evitare cedimenti a livello vertebrale, ha cominciato a indossare un corsetto. La cura gli ha permesso di sottoporsi al primo auto trapianto di midollo osseo a cui, dopo quattro mesi, ne è seguito un altro per cercare di stroncare la malattia. Dopo un anno e quattro mesi, a seguito di un controllo, quel male si è di nuovo affacciato nella sua vita e lui non ha fatto altro che combatterlo. Ancora una volta.
Ivan ha accettato di sottoporsi a una terapia sperimentale farmacologica che, dopo sette mesi di estrema sofferenza fisica e mentale, ha finalmente fatto regredire il tumore osseo, permettendogli di fare un trapianto di midollo da un donatore esterno. Era l'aprile del 2016: la sacca è arrivata dalla Germania e, dopo un'ora, per Ivan è cominciata la rinascita. "Sono rimasto da solo in camera isolata per 25 giorni: è stata una prova psicologica durissima perché ero solo e consapevole che sarei potuto morire. La stanza d'ospedale è stata messa a disposizione dall'associazione Paolo Belli a cui sono ancora oggi grato". La sua paura ricorrente, ancora oggi, è l'immagine della porta in legno e alluminio che separa la camera isolata dal resto del mondo. "Quando ero lì dentro mi sono reso conto che una porta era il limite della mia vita, ma volevo uscire in piedi. Così, quando, il giorno della dimissione, mi hanno portato la sedia a rotelle, mi sono rifiutato di usarla e sono uscito sulle mie gambe".
Solo ad agosto ha potuto fare rientro a casa: i controlli eseguiti regolarmente accertavano che tutto stava proseguendo per il meglio tanto che a maggio di quest'anno avrebbe dovuto fare le prime vaccinazioni per rigenerare il suo sistema immunitario e riprendere in mano la vita.
Un dolore alla gamba sinistra però l'ha preoccupato e, giunto al pronto soccorso, ha scoperto che la mielite aveva causato la perdita di sensibilità del tronco e degli arti inferiori. Subito trasferito in neurologia è rimasto per 89 giorni prima di cominciare il percorso di riabilitazione a Mozzo, all'interno del centro specializzato del nosocomio bergamasco. Dal 20 settembre, dopo aver chiesto il trasferimento per avvicinarsi maggiormente a casa, è arrivato a Villa Beretta per vincere un'altra sfida: camminare sulle sue gambe.
"All'inizio è stato uno shock perchè arrivavo da un ambiente in cui ero stato bene e avrei dovuto ricominciare tutto da capo. Qui ho trovato una realtà diversa, ma sono stato bene accolto. Frequento palestra e seguo le indicazioni del personale. E' la prima volta che sono così concentrato su un obiettivo: mi è stata data una possibilità che non intendo sprecare. Anzi, voglio coglierla senza deludere nessuno. Per stare qui devi avere sempre la testa, ma devi lavorare tanto anche con il fisico"
ha proseguito Ivan che oggi si serve della sedia a rotelle per spostarsi. "Dico che sono morto nel 2013 perchè non ho più potuto lavorare, prendere in braccio le mie bambine, andare in moto. La mia vita da quattro anni è come quella di uno scalatore a cui tolgono la piccozza: cade di qualche centimetro, ma si rialza, risale e via, di nuovo, gli tolgono il sostegno. Scivola ancora giù e cerca di arrampicarsi un'altra volta". Anche Ivan si aggrappa alla montagna, composta dall'affetto dei familiari e dalle attenzioni
Ivan Zambaldi
del personale ospedaliero.
La notte, quando tutto è buio e silenzioso, vive i momenti più difficili: solo, si trova spesso a dover convivere e combattere contro uno stato di iperattività cerebrale. Durante il giorno, invece, è proiettato sulla terapia e, per via del suo precario stato di salute, tende a limitare i contatti con altre persone. Un semplice raffreddore, per lui, equivarrebbe perdere i traguardi faticosamente guadagnati e utilizzare uno sforzo doppio per risalire la china.
"Cerco di stare il più possibile in palestra, andare dalla psicologa e parlare con le persone da cui posso imparare qualcosa e il più isolato possibile, perchè se mi ammalo e mi debilito perdo giorni preziosi, quindi mangio in camera e indosso la mascherina quando esco. E' faticoso stare qui, ma mi è stato chiesto e lo sto facendo cercando di non pensarci. Mi sento un soldato perchè prendo ordini, ma anche un combattente perché lotto ogni giorno. Non so se sono fiducioso, ma sicuramente sono concentrato sull'obiettivo. Finché c'è speranza e non sentenza, combatterò".
Si ispira anche al protagonista di Rockie I, parlando della sua vicenda. "Quel film è la metafora della vita. Si prendono tanti pugni, ma si deve avere sempre l'obbligo di rialzarsi facendo tutto quello che si può fare". Alla nostra domanda risponde senza esitazione. "No, non mi sento una cavia, ma un privilegiato sottoposto a ogni attenzione per restare qui. Per questo sto lavorando sodo: non non voglio far soffrire gli altri, la mia famiglia che è stata fondamentale e il personale che mi segue con dedizione".
Articoli correlati:
20.12.2017 - Incontri a Villa Beretta/4: Antonio racconta la stenosi lombare. ''Restare qui è stato terapeutico per i muscoli e per la mente''
13.12.2017 - Incontri a Villa Beretta/3: Giovanni Bareato, 13 anni in giro per il mondo. Ora un unico obiettivo: tornare a camminare
06.12.2017 - Incontri a Villa Beretta/2: Giovanna Paolone, paralizzata in un letto a 32 anni, oggi cammina e ha imparato ad accettarsi
01.12.2017 - Incontri a Villa Beretta/1: da medico a paziente, Gianbattista e la sua tetraplegia. ''Misuravo il tempo in secondi, ora in mesi''
29.11.2017 - Il cappellano Padre Luca: ''la vera forza di Villa Beretta non è il medico ma il paziente''
29.11.2017 - Costa: nasce ''Incontri a Villa Beretta'' per raccontare le storie dei degenti. Il dottor Franco Molteni traccia il percorso clinico
Michela Mauri
© www.merateonline.it - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco