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Scritto Mercoledì 10 gennaio 2018 alle 09:40

Incontri a Villa Beretta/6: Cristina Chiola, paziente paraplegica e oncologica, è una donna coraggiosa che si batte per tornare indipendente

Non è più quel male con cui convive da 30 anni a spaventarla, ma la mancanza dell'autonomia. E' la vita di prima che non c'è più: ci sono state tante battaglie e sofferenze, ma Cristina Chiola, 43 anni, non mostra segni di cedimento e ancora oggi è solare e sa trasmettere un'energia positiva.
A 13 anni le è stato diagnosticato un sarcoma nella spalla, vale a dire un tumore delle parti molli: al primo intervento chirurgico è seguita la chemioterapia. Per 15 anni la situazione non è mutata, ma il forte dolore al femore presentatosi nel 2003 sarà l'antifona di un ritorno della malattia e di un percorso che ancora oggi non è terminato. In occasione di una visita di controllo delle protesi a femore e ginocchio, ha scoperto che il sarcoma questa volta si è ripresentato nelle vertebre, ma Cristina ha rigettato l'idea della sostituzione. Nel 2004 ha provato una tecnica di cifoplastica, ovvero di "cementazione" delle vertebre:
Cristina Chiola
dopo i primi anni in cui tutto è andato bene, sono tornati i dolori alla schiena e, nel 2011, ha scoperto che la malattia aveva ripreso il decorso.
Nel giugno del 2011 ha quindi deciso di affrontare, al Galeazzi di Milano, l'intervento di sostituzione delle vertebre, a seguito del quale è subentrata un'infezione che le ha causato una paraplegia temporanea alla gamba destra, da cui è guarita dopo quattro mesi. A distanza di poco più di un anno è stata sottoposta a una nuova operazione per la sostituzione di quattro vertebre, ma anche questa volta sono sopraggiunti altri problemi: la fuoriuscita del liquido cerebrospinale (liquor) l'ha condotta nuovamente in sala operatoria. Se fino all'anno prima c'erano i complessi legati al non riconoscersi più fisicamente a causa delle cicatrici che le attraversavano il corpo, Cristina ha poi dovuto fare i conti con una paraplegia agli arti inferiori e con i problemi di controllo sfinterico. Il 22 ottobre 2012 ha fatto il suo primo ingresso a Villa Beretta, fermandosi per oltre tre mesi. "L'entrata è stata destabilizzante perchè sono arrivata senza sensibilità alle gambe. Mi sono fatta forza con la mia esperienza: dopo il primo intervento ho avuto un crollo nervoso pesante. Sentivo che il mio corpo era cambiato e non mi riconoscevo. Per questo ho atteso a lungo prima di sottopormi a un nuovo intervento. Sono quindi arrivata a Costa con un vantaggio psicologico e ho creduto di poter tornare a camminare" ha spiegato Cristina. "A Villa Beretta mi sono confrontata con una realtà pazzesca, con situazioni diverse di sofferenza, ma il confronto e la condivisone mi hanno arricchita emotivamente".
Il 1 febbraio Cristina è uscita sulle proprie gambe, con il solo ausilio di una stampella per la gamba destra. Rientrata a Torino dove ancora oggi vive, ha proseguito la riabilitazione presso l'unità spinale dell'ospedale cittadino. "La situazione era parecchio migliorata, ma la mancanza del controllo sfinterico è stata la parte più difficile da affrontare. Ero preparata alla fatica fisica del recupero funzionale degli arti inferiori ma non ero pronta ad accettare l'eventuale danno neurologico alla vescica. L'ansia e il panico mi hanno avvolta, ma anche in quel caso c'è stato chi mi ha teso la mano infondendomi calore e dolcezza. Nemmeno il primo passo mi ha resa tanto felice come riuscire a urinare di nuovo".
Il 2013 è stato un anno di fermo per Cristina: una pausa voluta, desiderata per ritrovare se stessa, partendo dalla consapevolezza che nulla avrebbe potuto tornare come era prima. Ha così definitivamente chiuso alle sue spalle una porta, quella della persona che era stata fino a quel momento.
Nel 2014 ha scelto di tornare a Villa Beretta con lo scopo di togliere il bastone e lavorare sulla parte intestino-vescicale: è uscita l'anno successivo, soddisfatta per aver raggiunto gli obiettivi.
A Torino, però, ha dovuto fare i conti con la durezza della vita, che in una dozzina di giorni è stata stravolta: perso il lavoro nell'agenzia di viaggi in cui era impiegata, ha sopportato anche il dolore della fine del rapporto coniugale e, come se non bastasse, persino la Tac non è stata foriera di buone notizie perchè ha mostrato la presenza di linfonodi ai polmoni. Le è stato chiesto ancora di mettersi "sotto i ferri". Una decisione difficile da accettare in una fase così delicata della vita, tanto che in quel momento ha preferito fuggire, allontanarsi: si è recata al mare in Egitto per una settimana e, solo il giorno successivo al rientro, si è presentata all'Humanitas di Rozzano.

L'ingresso a Villa Beretta

In meno di un mese ha subito due operazioni, una per ciascun polmone. "In questo frangente la mia vita era frantumata: dall'agosto 2015 al gennaio 2016 ho deciso di seguire alcuni seminari della scuola di energia che frequentavo. Ho viaggiato per diverso tempo in Bosnia, Inghilterra e Thailandia dove mi sono fermata per un mese. Sul volo del rientro ho iniziato ad avvertire formicolio alle gambe".
Se in un primo momento il problema è stato frettolosamente liquidato come una semplice manifestazione di stanchezza, dopo quattro giorni Cristina è entrata al pronto soccorso priva di sensibilità agli arti inferiori. Dalla metà di febbraio si è ritrovata paraplegica fino a mezzo busto. Ad agosto, a seguito di un nuovo controllo, ha dovuto cominciare un ciclo di radio e chemio terapia per curare le vertebre della cervicale. Superata la difficoltà oncologica e con il morale a terra, è tornata a bussare alla porta della sola struttura in grado di aiutarla a recuperare la paraplegia. Dal marzo 2017 è tornata a Villa Beretta per tre mesi. "E' stata un'esperienza positiva anche se non sono uscita con l'indipendenza che avrei voluto. Ne sono però uscita rafforzata e grata. L'umanità che si trova lì dentro bisognerebbe preservarla perché è il motore di tutto. Ho vissuto in una bolla: mi hanno protetta dall'esterno e così ho cercato di ricostruire me stessa. Villa Beretta mi ha riportato alla vita: non posso che essere riconoscente. Quando sono uscita, mi sono sentita persa. La prima volta, ho addirittura pianto per tutto il viaggio di ritorno. Le prime due volte sono entrata con l'idea di tornare con possibilità migliori, ora è diverso perchè non ho raggiunto i miei obiettivi, anche se continuo a lavorarci. Dopo 30 anni non è più il tumore a spaventarmi: ne sono consapevole. Mi manca l'indipendenza, il fatto di sentirmi ancora capace ed utile nonostante il disagio fisico".
Nell'ampolla, come goliardicamente l'ha chiamata Cristina riprendendo il termine usato nell'accezione medica, si creano legami solidi e forti, emozioni che aiutano a superare le crisi e a liberarsi dalle corazze in cui ci si rinchiude. "I miracoli si vedono tutti giorni: è un luogo dove si trovano la forza e la speranza di potercela fare. La potenza del posto è nell'aria che si respira, forse per l'umanità, per le storie che si intrecciano e le persone deliziose che si s'incontrano, personale compreso. Ho ritrovato una famiglia laddove questa è venuta meno".
Perchè Villa Beretta, pur rappresentando un periodo di transizione della propria vita, lascia il segno, come ha scritto Cristina negli appunti raccolti in questi anni: "Il fulcro di Villa Beretta sono le palestre dove la durezza della vita si respira unita alla speranza, alla voglia di riscatto, al coraggio, alla gioia nel vedere i miglioramenti e alla voglia di riprendersi il proprio tutto. Non smetterò mai di stupirmi di quanto amore circola in questo luogo, di quanto se ne scorge in un gesto, in uno sguardo, in una smorfia, in un sorriso, in una parola ascoltata, l'amore incondizionato, paziente, tenero, rassicurante, doloroso e pieno. Sarà per questo l'Ampolla ti si incolla addosso ed è difficile dirle addio".
Cristina è una donna coraggiosa: come un giunco viene più volte piegato da venti avversi ma resta saldo nelle acque acquitrinose, lei, nonostante le difficoltà e le battaglie, è sempre riuscita a restare in equilibrio e a tenersi legata alle radici della vita.
Michela Mauri
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