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Scritto Lunedì 12 marzo 2018 alle 19:29

Molteno: 4 rifugiati raccontano i pericoli del lungo viaggio per giungere in Europa

Osas, Lamin, Nuan e Mohamed provengono da Nigeria, Gambia, Guinea, Mali. Quattro origini diverse, quattro storie diverse accomunate dal medesimo percorso: il viaggio per raggiungere l'Europa.

Il parroco don Massimo con i quattro richiedenti asilo ospiti domenica pomeriggio in oratorio

Questi giovani ragazzi richiedenti protezione internazionale accolti nei centri di accoglienza straordinaria (CAS) di Caritas Ambrosiana e gestiti dalla cooperativa Arcobaleno sono intervenuti, nel pomeriggio di domenica 11 marzo, presso il salone dell'oratorio di Molteno per raccontare la loro esperienza. Si tratta di un'iniziativa promossa in occasione della Quaresima, insieme al progetto di sostegno economico attraverso i corridoi umanitari e alla proposta di pranzare con un rifugiato. A questo proposito, un gruppo di quasi centro persone, tra famiglie, catechisti e volontari che operano in stazione a Milano, ha dato la disponibilità a trascorrere un pomeriggio insieme a queste persone.


"E' un momento di ascolto, di vita che si racconta, che va oltre l'immaginazione e il pregiudizio. Quest'incontro vuole essere un salto al di là del mare per permetterci di comprendere quello che succede e di diventarne consapevoli" ha esordito il parroco don Massimo Santambrogio prima di lasciare la parola a Maurizio e Daniela, i referenti della cooperativa che opera sul territorio provinciale.
Sono stati mostrati anche due dei quattro video realizzati da Romina Vinci, pubblicati su un quotidiano nazionale e diffusi anche all'estero. Lamin, protagonista di questi filmati, non compare mai: sono i suoi disegni e la sua voce ad accompagnare il racconto della traversata nel deserto e nel mare. "Lamin non aveva mai scritto né disegnato: ha scoperto in Italia con grande sorpresa che poteva tracciare delle linee con la matita. Questi video mettono in contrapposizione quelli che sembrano disegni di un bambino con la voce di un ragazzo di 35 anni" ha detto Romina che ha vissuto un'esperienza diretta, nel 2014, a bordo di una nave della Marina militare italiana nell'ambito dell'operazione Mare Nostrum.
Il video e le testimonianze dei giovani in sala hanno descritto alcuni aspetti della traversata nel deserto: un viaggio di precarietà e incertezza. 15, talvolta anche 20 persone in fuga dai loro paesi vengono caricate su un pick up guidato da un uomo armato. Il viaggio può durare dalle 2 alle 4 settimane: a ciascuno viene fornito un sacchetto di farina e una bottiglia d'acqua. Sono i soli alimenti con cui sopravvivere. Quando la vettura si affossa nelle dune, tutto il gruppo deve scendere e spingerla per farla ripartire. Appena si rimette in moto, l'autista prosegue dritto per la sua strada e, chi non riesce a salire sul pick up in corsa, sa già qual è il suo destino. Restare a bordo a 4x4 significa rimanere aggrappati in qualche modo alla vita perchè il deserto non fa sconti. E lo sa bene chi oggi lo può raccontare: è un'immagine comune quella delle ossa umane che le sabbie non riescono a nascondere.


Il viaggio è fatto anche di continue contrattazioni e, se qualcuno non ha le risorse economiche per sostenerle, viene separato dagli altri. In questo campionario di crudeltà, però, c'è anche una forte testimonianza di solidarietà, come ha raccontato Mohamed che, insieme ai compagni di viaggio, ha ripetutamente fatto collette per fare in modo che tutti potessero continuare il percorso.
Nell'attesa della traversata, vengono imprigionati, lasciati senza cibo per giorni e picchiati. Sono anche costretti a raccogliere e seppellire i corpi esanimi che il mare rigetta, quelli di chi non ce l'ha fatta ed è morto poco lontano dalle coste. Davanti ai loro occhi si palesa la pericolosità del viaggio, che fino a quel momento non avevano mai percepito perchè gli viene detto che l'Europa è a pochi chilometri. A questo punto, però, si forma in loro un pensiero comune: "Sapevamo che era rischioso attraversare il mare, ma tornare indietro lo era di più". Nessuno vuole tornare indietro.
Il viaggio in mare, stipati in vecchi barconi, è stato altrettanto difficile: sopra le teste solo il cielo blu e sotto l'acqua scura. Solo una luce, quella delle navi di salvataggio, riaccende in loro la speranza. Dalla Sicilia, alcuni migranti vengono trasferiti a Bresso, dove vengono smistati nelle varie Prefetture della Lombardia. La permanenza nei CAS ha tempi molto lunghi nell'attesa che la commissione territoriale si pronunci sul diritto a offrire loro l'asilo politico.


In caso positivo, queste persone devono lasciare i centri di accoglienza, altrimenti possono fare ricorso e, in caso di respingimento, devono abbandonare comunque il CAS. In questo secondo caso, trattandosi di irregolari, diventa più difficile un'integrazione. Ad ogni modo all'interno del centro, seguono corsi di formazione professionale che in questi anni hanno portato anche ad assunzioni all'interno di alcune aziende e svolgono attività di volontariato.
Questi giovani cercano una nuova possibilità nel nostro paese, che non dimenticano di ringraziare per aver salvato loro la vita.
Michela Mauri
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