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Scritto Mercoledì 14 marzo 2018 alle 18:00

Incontri a Villa Beretta/14: don Ambrogio Cerizza racconta la chiamata di Dio tra gli ammalati e la serenità raggiunta grazie alla fede

Per questa puntata della nostra rubrica ''Incontri a Villa Beretta'' ci spostiamo a Lomagna per incontrare don Ambrogio Cerizza, l'ex parroco della comunità, che nella struttura masnaghese ha vissuto un periodo di ricovero a seguito dell'ictus che lo ha colpito nei mesi scorsi. Carica di umanità e di fede la sua testimonianza:

 

Don Ambrogio Cerizza
Il volume di don Luigi Giussani poggiato al centro del tavolo del soggiorno, accanto a un vaso di fiori. Sulla sedia, con a fianco il deambulatore, don Ambrogio Cerizza, 78 anni, appare sereno. Siamo a Lomagna, nell'appartamento del già parroco della comunità, ora residente senza incarichi pastorali. A fine novembre del 2017 un ictus lo ha colpito mentre era si trovava a letto: non ha percepito alcun dolore, nessun fastidio, nulla che potesse far presagire questo malore improvviso. Ha dormito tutta la notte e solo al risveglio, indolenzito, non è riuscito a mettersi in piedi. Si è rivolto alla vicina di casa che ha chiesto l'intervento di un'ambulanza. Trasferito all'ospedale San Leopoldo Mandic di Merate, vi è rimasto per un mese prima di essere condotto a Villa Beretta dove ha seguito la terapia riabilitativa per due mesi. Qui don Ambrogio ha incontrato i volti, ormai adulti, dei ragazzi che un tempo ha accompagnato durante le vacanze estive: oggi professionisti o operatori all'interno della struttura, gli hanno raccontato il percorso di crescita personale e lo hanno accolto con calore.
Affrontare la malattia ogni giorno, conviverci è la battaglia di tutti gli infermi, ma don Ambrogio è riuscito a trovare il modo per viverla con serenità. "Ho percepito questo periodo come una grazia per due ragioni: innanzitutto perchè sono stato preso da Dio e buttato nel calderone degli infermi. Prima di allora non avevo provato sulla mia pelle cosa significasse. Qui invece ho compreso che la vita è grazia e dono e che molte persone sofferenti possono superare questi momenti vivendo di più il rapporto con Dio. Mi ha colpito che qualche infermiere mi abbia fatto notare la felicità che avevo sul volto: voler bene a Dio mi dona una letizia e una serenità che vorrei vedere anche negli occhi degli altri pazienti" ha commentato il religioso. "In secondo luogo ho compreso il metodo che Dio usa per salvare gli uomini, l'incarnazione. Il Signore si serve di volti umani, con i loro difetti e debolezze, per portarmi la sua salvezza. Nel personale sanitario quindi ho incontrato il volto di Dio che mi ridava una speranza, anche umana, dal momento che vedevo la possibilità di guarire".
La dipendenza dagli altri è stata la difficoltà psicologica più impegnativa da fronteggiare. Chiedere continuamente l'intervento del personale per faccende ordinarie gli ha procurato la sensazione di sembrare un ingombro e così molte volte ha chiesto scusa per aver suonato il campanello in cerca di un aiuto. L'attenzione verso il paziente viene messa in primo piano a Villa Beretta. "Negli operatori ho visto delicatezza e vicinanza che non sempre si trovano negli altri ospedali. Questo non significa che siano esenti da difetti: i momenti di stanchezza sono comuni a tutti, ma qui mi sono sentito trattato come una persona".
In questo percorso di patimento Don Ambrogio ha cercato e trovato conforto nel raccoglimento e nella preghiera. Capitava spesso di vederlo con il rosario tra le mani o intento a leggere il breviario, soprattutto nei momenti di attesa prima di recarsi in palestra o di sottoporsi a una visita. Queste erano anche le occasioni di incontro e ascolto con altri pazienti. "La coscienza della presenza del Signore nella mia vita mi ha aiutato molto. Ho sempre vissuto la fede allo stesso modo e questa mi ha fatto comprendere che Dio voleva vivessi con lui quest'esperienza. Agli altri degenti consigliavo di vivere il momento come una chiamata di Dio, che esige questa fatica. Così si riesce a trovare pace nella malattia, altrimenti diventa disperazione, un continuo lamento".

 

L'accesso a uno dei reparti di Villa Beretta

Durante gli incontri con altri pazienti, il sacerdote non rappresentava più un'autorità religiosa: era un malato tra gli ammalati che viveva con fede quello che Dio gli aveva donato. Ritiene sia questo il motivo per cui attraeva l'attenzione su di sè, non per l'abito che indossava. "Questo momento di dolore è stato una ricchezza perchè la mia vita ha conosciuto qualcosa che aveva soltanto percepito dall'esterno ma mai affrontato. La fede diventa così un'esperienza, non più una teoria astratta. Vorrei quindi che anche gli altri ammalati capissero che il credo religioso può dare risposte: ho visto tanti lamenti e l'incapacità di accettare la propria situazione. Se queste persone vivessero la malattia come una chiamata del Signore, forse riuscirebbero ad affrontare con serenità queste tribolazioni".
Nella permanenza a Villa Beretta don Ambrogio ha avuto modo di incontrare, nel corso di una visita informale al centro, l'Arcivescovo Angelo Scola con il quale ha condiviso l'inizio del sacerdozio e gli esercizi spirituali guidati dal fondatore del movimento di Comunione e Liberazione. "L'impronta che ha lasciato don Giussani è una grazia che mi ha reso contento di essere prete tanto che oggi sono ancora più consapevole del dono che Dio mi ha offerto".
Don Ambrogio, dopo 53 anni di sacerdozio, si sposta ancora poco e per farlo di serve del deambulatore mentre ha avuto un recupero rapido agli arti superiori.
A fare da intermezzo tra le letture e la preghiera, ci sono la pittura, a cui si è avvicinato sin da giovane e le visite, tante, di amici, ex parrocchiani e dei ragazzi di un tempo. Queste presenze che riempiono la casa sono un segno del seme lasciato in passato, durante gli anni a Biassono Brianza, a Cassina de Pecchi e a Lomagna. Dal 1968, infatti, il sacerdote ha accompagnato nelle vacanze estive numerosi studenti delle medie e delle superiori. Lo ha fatto fino a tre anni fa quando ha dovuto lasciare per motivi di salute. Anche la malattia e il periodo a Villa Beretta, lo ha ripetuto, restano una grazia "per le persone incontrate e per il clima respirato in quanto Dio non era mai assente".

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Michela Mauri
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