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Scritto Venerdì 25 gennaio 2019 alle 19:56

Cremella: la storia di Zita, deportata nei lager nazisti, rivive in uno spettacolo. A lei è dedicata l'azienda agricola di famiglia

Da sinistra Marta Comi, presidente Consorzio Villa Greppi, la sindaca Ave Pirovano, Laura Fornarelli,
Daniele Frisco, esperto storico consulente del Consorzio e Roberto Curatolo

Per Zita, ebrea ungherese deportata nei campi di concentramento nazisti, lo spettacolo "Tre donne nell'inferno dei lager" sarebbe stato un ritorno a casa, ora postumo, nella Cremella che l'ha adottata a suo tempo. Andato in scena, giovedì 24, presso la sala Giovanni Paolo II all'interno della rassegna "Percorsi nella memoria" del Consorzio Villa Greppi, l'opera ha fatto conoscere ai cittadini del paese la storia drammatica di Zita Szegeti, a cui è dedicata l'omonima azienda agricola "Villa Zita".

"La mamma era una donna speciale che cercava di trasmettere sempre i suoi insegnamenti, accompagnata sempre dall'ombra, la cappa come la preferivo chiamare, di quanto aveva vissuto da giovane" ha raccontato la figlia Laura Fornarelli. "Era una ribelle: voleva un riscatto personale dall'esperienza dei lager e alla fine l'ha ottenuto, vincendo la causa per ricevere la pensione per il suo stato di internata nei campi di sterminio".
Figlia di emigrati ungheresi di origine ebraica trasferitisi in Italia nel 1920, Zita è stata ricordata in uno dei tre racconti che compongono lo spettacolo, firmato da Roberto Curatolo e Katia Pezzoni.

"Avevo solo undici anni quando mia madre decise che sarebbe stato meglio tornare in Ungheria. Le mie due sorelle maggiori si erano già sposate e rimasero a Milano. Io, mia mamma e mia sorella Anna con il piccolo Franchino, un bambino nato fuori dal matrimonio, ci trasferimmo in Ungheria. Ci stabilimmo a Szekesfehervar, tra Budapest e il lago Balaton. Io e mia sorella iniziammo a aiutare la mamma nel lavoro di cucito e tutte e tre assieme ci costruimmo una bella clientela e la nostra condizione sociale andò pian piano migliorando. Purtroppo, arrivarono le leggi razziali, la guerra, l'invasione nazista, il dramma delle deportazioni. Ci portarono nel ghetto di Budapest e pochi giorni dopo ci infilarono su un carro bestiame di un treno che dopo un viaggio di quattro giorni e notti ci condusse a Auschwitz. Appena scese, un ufficiale delle SS provvedeva a dividere i deportati in due file distinte. Mia madre, mia sorella e Franchino furono inseriti in quella di sinistra; io a destra. Non li ho più rivisti: la nostra storia comune, la nostra vita insieme finì in quel momento, all'ingresso del lager. Furono eliminati subito, quel giorno stesso. Ovviamente seppi tutto questo solo parecchio tempo dopo. Ero stata selezionata per la fila di destra perché ero giovane e di sana e robusta costituzione. Anche mia sorella lo era, ma aveva il fardello del bambino e questo condannò entrambi".

E' questo il racconto della deportazione di Zita che Federica Toti, l'attrice che giovedì sera ha interpretato con l'accompagnamento musicale di Roberta Corvi, Riccardo Maccabruni e Marco Rovino ha fatto rivivere, giovedì sera, con le parole della donna ungherese di origine ebrea a cui è dedicata l'azienda agricola di Cremella. "Ho compresso per decenni il mio dolore interiore: nulla lo potrà mai cancellare. Ma quando, tanti anni dopo, ho cominciato a sentire che c'era qualcuno che cominciava a dire che l'Olocausto era tutta un'invenzione, mi sono detta che non potevo più stare zitta. Che dovevo raccontare a più gente possibile la mia storia e la storia di tante mie altre sventurate compagne. Non sono più stata zitta. Ho raccontato. Ho raccontato. Ho raccontato. Ho raccontato. Sempre, sempre, sempre, fino alla fine". E anche dopo, grazie all'opera di Roberto Curatolo e Katia Pezzoni. "Sapeva il significato della parola accettazione e accoglieva tutti coloro che si presentavano a casa" l'ha ricordata ancora la figlia Laura. "Aveva una fede profonda che le faceva vedere un nocciolo di umanità in ciascuna delle persone che incontrava. Trattava tutti come esseri umani. E ciò significava e significa tanto, visto il momento che stiamo attraversando".

Parole che sono state ribadite dalla nipote Francesca Fornarelli che ha ricordato gli insegnamenti trasmessi dalla nonna: "erano i valori della solidarietà e del rispetto di ogni essere umano". Proprio in sua memoria, per l'appunto, ha deciso di chiamare "Villa Zita". la sua azienda agricola, fondata pochi anni fa senza che nessuno, ad eccezione di pochi intimi, conoscessero la storia della nonna deportata nei lager. "Villa Zita è sempre stata solo un'azienda agricola con i cavalli. Una volta camminavamo nelle sue vicinanze e abbiamo parlato con Laura Fornarelli che mi ha raccontato la storia della madre, proponendo di organizzare qualcosa durante la Giornata della Memoria" ha raccontato la sindaca Ave Pirovano, soddisfatta per aver portato alla luce una pagina sconosciuta degli abitanti di Cremella in cui le storie dei singoli si intrecciano con la Storia con la S maiuscola.

Lo ha spiegato all'inizio dello spettacolo anche l'autore Roberto Curatolo, spiegando come la sua opera riporti le storie di tre giovani donne, Zita per l'appunto, ma anche Adalgisa, operaia della Bassetti, e Loredana, operaia della Caproni. "Si parla della deportazione nei lager nazisti di donne di origine ebraica ma anche di persone comuni che nei campi sono state mandate dopo gli scioperi del marzo 1944" ha spiegato l'autore. "A venticinque anni, nel cuore della gioventù, a pochi mesi dalla data fissata per il matrimonio, in un giorno di fine inverno, quel maledetto 20/03/1944, mi presero e mi portarono via, lontano dal nonno, dalla famiglia, dalla casa, dal paese. Mi condussero al carcere di San Vittore e mi fecero stare in piedi, lungo un corridoio, per tre o quattro ore, con la faccia contro il muro e i fucili delle SS puntati sulla nuca. In quel momento, per la prima volta della mia vita conobbi la paura della morte, ignara del fatto che, di lì a poche settimane, senza morire veramente, sarei arrivata all'inferno" è il racconto della giovane operaia della azienda milanese, risuonato giovedì sera grazie alla voce di Katia Pezzoni.

"Nel 1944 fui assunta alla Caproni, un'azienda aereonautica che costruiva aerei militari. Nella primavera di quell'anno grandi scioperi coinvolsero le principali fabbriche del Nord Italia e costituirono al più grande manifestazione antinazista di massa nell'Europa occupata dai tedeschi. La famiglia di mio padre era sempre stata socialista, fin dagli anni Venti. Ma io non avevo mai avuto contatti con i gruppi politici all'interno dell'azienda, né mai ero stata contattata da loro. Non riuscii pertanto a spiegarmi la ragione per cui, durante un'assenza per malattia, vennero a cercarmi due questurini. Dissero che dovevo andare subito con loro. Mio padre intervenne dicendo: "la ragazza non ha fatto nulla, è a casa perché è ammalata" Niente da fare dovetti seguirli; ottenni solamente di essere accompagnata da mio padre. In Questura il Commissario disse: "questa ragazza andrà a lavorare in Germania".

Mi chiusero in una cella della Questura e ci rimasi per tre giorni senza avere più notizie dai miei genitori, insieme a altre operaie, giovani come me, che provenivano da altre fabbriche milanesi. Al mattino del quarto giorno io e altre operaie fummo trasferite a San Vittore dove restammo otto giorni. Successivamente fummo trasportate in una caserma di Bergamo. Eravamo in settanta. Impaurite, non ci rendevamo conto di ciò che stava accadendo, nessuno se la sentiva nemmeno di parlare. Cercavo di essere ottimista e pensavo: "Bhè se mi manderanno a lavorare in Germania, prenderò uno stipendio e manderò i soldi a casa; e poi qui a Milano ci sono questi terribili bombardamenti, magari in Germania non ci sono!". I miei genitori riuscirono, non so come, a scovarmi a Bergamo. Ma anche loro si convinsero che sarei andata a lavorare in uni stabilimento tedesco. Mi portarono due valigie piene di vestiti pesanti, maglie di lana e golfini. "Ci sarà più freddo che a Milano" disse mia madre "Emi raccomando, comportati bene". Il 24 marzo fummo caricate su un treno alla stazione di Bergamo, non un vagone normale ma un carro bestiame su cui ci stivarono tutti settanta".

Come per Adalgisa e Zita, anche per Loredana, letta da Silvia Sartorio, la destinazione era sempre la stessa: la barbarie dei lager nazisti.

Alessandro Pirovano
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