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Scritto Domenica 17 marzo 2019 alle 14:01

L'UC Costa finisce al centro di una ricerca a cura dell'antropologo Massimo Pirovano

Grazie all'Unione Ciclistica Costamasnaga, il professor Massimo Pirovano ha realizzato un libro dal titolo "Un antropologo in bicicletta - Etnografia di una società ciclistica giovanile". Frutto di un dottorato di ricerca presso la Bicocca, il volume racchiude dei concetti di non facile comprensione: già il titolo necessita di una spiegazione. L'autore ne ha parlato giovedì sera presso la biblioteca masnaghese.


"L'antropologo è uno studioso che ascolta, sta immerso in culture diverse dalla propria e confronta quel mondo con gli altri. Nel mio caso, ad esempio, è stato immediato un confronto tra ciclismo e calcio. L'antropologia è una disciplina che nasce dallo studio degli uomini primitivi, ma ha poi assunto altri significati" ha specificato l'autore.
In paese ha avuto modo di confrontarsi con i fratelli Rigamonti, pilastri dell'U.C. Costa. Ha chiesto loro se si potesse fare questa ricerca, dato che è un tesserato della società e in passato è stato anche un direttore sportivo. "L'etnografia è la descrizione di un popolo o gruppo umano. Nel mio caso, ho preso in esame il ciclismo, perché è un fenomeno importante in Italia e in Brianza. Lo studioso deve fissare ciò a cui assiste con registrazioni, appunti, interviste, fotografie: per capire come mai il ciclismo è diventato così importante nella nostra zona, ho svolto però un lavoro molto diverso da quello del cronista e del giornalista. Ho partecipato come osservatore e praticante: ecco perché nel libro parlo di un'etnografia "a partire dal corpo". È stato un lavoro di 4 anni utile a comprendere e spiegare i comportamenti dei ciclisti".

Uno dei protagonisti è proprio Giorgio Rigamonti, che Pirovano ha conosciuto quando era un ragazzo e ora è una colonna portante dell'U.C. Costa. Altro interlocutore privilegiato è stato Luigi Bosisio, importante archivista della società, venuto a mancare da poco. "L'U.C. Costa è nata negli anni '50, quando soffiava un vento di modernità economica e anche sportiva. La nostra era una terra agricola e sede di industria tessile, ma dal '900 subì un'ulteriore industrializzazione e si concentrò sullo sviluppo dell'artigianato. Lavorare e allenarsi era un sacrificio per i giovani che si avvicinavano al ciclismo: Achille Gerosa e Sergio Rigamonti erano tra questi. Nell' ultimo caso tra l'altro le cose erano complicate dall'opposizione del padre, che pensava che il ciclismo distogliesse dal lavoro in famiglie sempre modeste. Lo sport era quindi un'occasione di ascesa sociale. Il periodo d'oro del ciclismo fu tra il 1945 e il 1960: esso fu un simbolo di rinascita italiana dopo la sconfitta nella guerra".
Mostrando fotografie d'epoca, Pirovano ha spiegato come inizia la passione per il ciclismo: si comincia da bambini nel cortile di casa, con le rotelle attaccate alla bici. Due sono i piaceri che il ciclismo provoca in quel momento: la vertigine dopo aver tolto le rotelle e il piacere dell'imitazione. Poi l'agonismo porta il bambino a giocare fuori casa: è importante che i bambini vengano portati a vedere le gare dai parenti per appassionarsi. Se si decide di iscrivere un bambino alla società, lo si affida pedagogicamente ai direttori tecnici: questo rapporto non è sempre semplice. "La società è anche una macchina economica che deve far quadrare i conti: entrano così in gioco gli sponsor, tra cui Piastrella dal '97. Anche questi fanno parte delle forme del capitale sociale, tutte diverse: umane e non solo economiche" ha aggiunto l'autore.
Di cosa si occupa l' U. C. Costa durante l'anno? Allenamenti, gare, corse: tutto l'anno è pieno di impegni e per questo servono tanti sponsor, che ne appoggiano l'aspetto educativo.

"Con le gambe e con la testa": così si può riuscire in questo sport, sviluppando naturalmente i muscoli delle cosce e soprattutto il cervello e la concentrazione. Le doti fisiche sono necessarie, ma sono date dal cuore e dai polmoni prima che dai muscoli. I campioni devono avere testa e conducono una vita simile ai monaci eremiti. La loro è un'intelligenza tecnica, cioè basata sull'uso appropriato della bici: campioni si diventa, non si nasce. Bisogna allenare il corpo a cose che altrimenti non farebbe, tipo usare i pedali o non usare le mani per prendere rifornimenti. Conoscere se stessi in gara e saper capire gli altri fa parte invece dell'intelligenza tattica" ha spiegato Pirovano. La vita del corridore è fatta quindi di sacrifici per migliorarsi: tutto l'anno deve impegnarsi e la stagione migliore per iniziare è l'inverno, dedicato a una preparazione sempre più intensa. Dopo ci si può concentrare sulle gare su pista, ma in Italia non bastano per essere professionisti: bisogna anche essere dei bravi stradisti. "Il campione diventa un modello pedagogico per la società. Con le sue foto in sede, le sue maglie e il ricordo di ciò che l'U.C. Costa gli ha insegnato, diventa un esempio da seguire. Anche il pranzo sociale è molto importante, perché vengono premiati i campioni in quell'occasione. A fine carriera, poi, il ciclista mette a frutto le conoscenze acquisite, ad esempio come meccanico, direttore sportivo o commentatore" ha detto Pirovano. Da ultimo, lo studioso oggionese ha studiato il modo in cui correre in bici crea un senso di appartenenza: "la tv ha avuto questo ruolo in passato, ora ci sono i siti. Anche i segni sul corpo dopo le cadute concorrono a questo senso di appartenenza. Poi si sviluppa una vera devozione verso gli idoli che resistono alla morte, una sorta di sacralizzazione, specie se hanno avuto una vita difficile. Si crea un mito post mortem ancora di più che in vita, come nel caso di Pantani, che aveva ravvivato la passione di molti ciclisti per il suo modo di correre particolare. Si aspira alla familiarità col campione e il ciclismo è una passione che diventa quasi una malattia, fatta anche di collezionismo e feticismo, incomprensibili a chi non è tifoso sfegatato" ha concluso l'antropologo. Il libro, edito da Mimesis, è un'interessante ricerca che aiuta a conoscere un fenomeno davvero interessante e che potrebbe far appassionare nuovi seguaci a una società prossima ai 70 anni, ma ancora in piena salute.
R.C.
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