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Scritto Lunedì 18 marzo 2019 alle 12:30

La precarietà nel mondo del lavoro è un male necessario?

Spesso i talk show televisivi ci hanno abituati ad interminabili dibattiti a cura di spesso fantomatici esperti che arrivano immancabilmente a concludere, più o meno velatamente, che la "Precarietà" è comunque un male necessario.
E' proprio da questo spunto che vorrei partire per una personale riflessione sulla precarietà nel mondo del Lavoro, che mi auguro possa svilupparsi col contributo di altri.
Spesso per giustificare l'inevitabilità di questa precarietà alcuni fanno riferimento alla necessità di "inseguire" l'evoluzione continua delle tecnologie attraverso doverosi adattamenti di competenze e quindi già di per se stessa la nostra vita sarebbe sottoposta alla "precarietà professionale".
Ma questa "precarietà professionale" generata dal cambiamento tecnologico non ha niente a che vedere con una serie di normative introdotte che , per adeguarsi alla cosiddetta competizione globale, hanno gradualmente compresso lo "Statuto dei lavoratori " e le tutele annesse, a partire dalla precarizzazione del rapporto di lavoro via via sempre più declinato secondo logiche "flessibili" alle esigenze del cosiddetto mercato, ma sempre meno rispettose della dignità dell'Uomo.
Altri "esperti" osservano che la precarietà era una condizione ben diffusa anche in passato. Basti pensare alla povertà e alle guerre ...".
Anche qui si potrebbe però obiettare che in passato la ricchezza complessiva del Paese era molto inferiore rispetto all'attuale. Quest'ultima poi si è caratterizzata, specie negli ultimi tempi, da un incremento stridente della sua concentrazione in sempre più poche mani, un fenomeno peraltro planetario. Quindi la precarietà attuale deriva anche da una cattiva redistribuzione della ricchezza che sta gradualmente erodendo i redditi del cosiddetto ceto medio ma soprattutto quello dei sempre più poveri.
Vari altri sostengono, sempre relativamente alla precarietà, che nel mondo delle imprese si sono sempre verificati cambiamenti molto importanti che portavano alla chiusura di imprese, ma anche alla nascita di nuove.
Certo che sì, ma allora se un imprenditore avesse chiuso una fabbrica, pur essendo a volte addirittura in attivo, per andare ad impiantarla da un'altra parte, il "contesto sociale" avrebbe comunque disincentivato questi comportamenti bollandoli come ingiusti ed inoltre la mobilitazione, non solo dei lavoratori interessati alla chiusura, avrebbe sicuramente fatto argine.
Ora questi comportamenti invece vengono legittimati come "normali" perché dettati da motivazioni "competitive e concorrenziali" (è il Mercato Globale, bellezza !), peraltro molto spesso strumentali, che forniscono copiosi alibi alla deresponsabilizzazione di certa imprenditoria.
Intendiamoci : giù il cappello a tutti quegli imprenditori che a fatica e con coraggio ( e scelte attive e lungimiranti) riescono a tenere in piedi le loro attività reggendo una competizione globale spesso strutturalmente asimmetrica.
Ma non ho visto quasi mai queste meritevoli categorie cercare di isolare al loro interno comportamenti cinici e predatori. E' anche da lì che nascono poi i preconcetti sugli imprenditori/"prenditori".
La stessa cosa ovviamente deve valere, a mio avviso, anche nei confronti dei lavoratori che non fanno il proprio "dovere".
Ed ancora, una delle argomentazioni più ricorrenti tra chi in qualche modo "giustifica" la precarietà e nel contempo nega il fondato rischio della riduzione complessiva di posti di lavoro derivante dall'incessante sviluppo tecnologico, è quella che, comunque vada, tutto ciò si tradurrebbe nella necessità di uomini e donne più preparati, con professionalità diverse ma anche più qualificate che porterebbe quindi a tipologie di lavoro più appaganti
Anche qui si potrebbe/dovrebbe a mio avviso aggiungere che l'analisi non si può esaurire nella pura costatazione di un continuo ed apprezzabile progresso tecnologico che di fatto riduce di molto i posti di lavoro (anche nelle più ottimistiche stime degli esperti nel futuro il saldo tra perdite e nuovi posti di lavoro, ad esempio prodotti dalle varie applicazioni della cosiddetta"intelligenza artificiale ", risulta di molto negativo). Compete invece a tutti porsi il problema di come assicurare agli "espulsi" ed "esuberi" del cosiddetto "ciclo produttivo" sostentamento e dignità di vita. Il grande capitolo di una più equa distribuzione della ricchezza ritorna qui prepotentemente alla ribalta abbinato all'ineludibile accoppiata del binomio diritti-doveri.
E questa è e sarà sempre più una questione centrale ai fini di una convivenza civile, degna di tale nome.
Spesso si afferma, soprattutto in tema di lavoro giovanile, che questo quadro lavorativo costantemente mutevole dovrebbe suscitare e in premessa prevedere un'apertura all'apprendimento continuo e al cambiamento e la disponibilità a mettersi frequentemente in gioco con una disposizione anche alla mobilità lavorativa internazionale, presentata come un'opportunità professionale di pregio.
Qui mi sembra si snocciolino molti luoghi comuni relativi alla condizione attuale soprattutto dei giovani. Intendiamoci, queste sono affermazioni realistiche che misurano le condizioni attuali ma la domanda da porsi è : questo rappresenta l'unico modo possibile su cui costruire percorsi di lavoro ma soprattutto di vita che assicuri una dignitosa realizzazione delle persone ? Oppure è semplicemente frutto di un modello di società che fa della competitività e del mito del successo un simulacro funzionale ai propri profittevoli scopi ? Perché, ad esempio, alla competitività "tout court" non si sostituisce la buona collaborazione e al mito della concorrenza a tutti i costi (spesso solo formale) una intelligente cooperazione ? I modelli socio-economici che reggono le nostre società sono frutto di scelte di uomini e non sono Vangelo e quindi altri uomini ne possono ideare e praticare altri, partendo sin da ora dal temperare perlomeno gli aspetti più stridenti di questo modello neo liberista basato sul profitto.
Certo che questo modello è perlomeno molto strano perché da una parte fa della teorizzazione della mobilità lavorativa un suo caposaldo ma poi crea barriere a milioni di diseredati in cerca opportunità lavorative o , all'inverso, li utilizza per abbassare i prezzi di produzione molte volte a scapito della dignità dei lavoratori stessi o mettendoli l'uno contro l'altro.
Tutto ciò configura una rappresentazione pessimistica della precarietà o è pura costatazione degli eventi in cui siamo tutti immersi e che quindi necessitano "correttivi" non più rinviabili ?
Un 'ultima serie di affermazioni mi sembra possano configurare un pensiero diffuso che potrebbe articolarsi così : "Beninteso, la precarietà alla quale si fa riferimento non è certo l'abuso delle condizioni del lavoro temporaneo, che va contrastato con decisione, ma una condizione del contesto economico e sociale e va accettata con realismo, ponendosi il problema di come gestirla sfruttandone le implicazioni positive e avendo comunque come riferimento il bene comune .... L'uomo rimarrà comunque sempre protagonista nel mondo delle imprese ...".
Qui mi sembra stia il cuore del "pensiero corrente" non solo nel mondo imprenditoriale ma anche, purtroppo, di quello sindacale che pure dovrebbe caratterizzarsi con un approccio sì realistico ma anche "critico" rispetto a questo modello corrente.
Anche qui occorre intendersi : se questo "L'uomo rimarrà comunque sempre protagonista nel mondo delle imprese ..." rappresenta un virtuoso auspicio, peraltro a volte fortunatamente praticato da alcune "illuminate" aziende , allora non posso che sottoscrivere. Ma se, dietro l'apparente invito al realismo, si nascondesse una strisciante e supina rassegnazione all' "ineluttabilità" della precarietà, da accettare comunque come "naturale" conseguenza del "progresso" (altro termine che può risultare molto ambiguo), allora non potrei che essere in pieno disaccordo.
Germano Bosisio
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