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Scritto Mercoledì 27 febbraio 2019 alle 11:03

Magnificat (voci in coro) a Cassago

La scorsa domenica 17 febbraio, nella messa "grande" delle ore 11, la nostra parrocchia ha ospitato - e potuto ascoltare - il coro del Centro Orientamento Educativo (COE) di Barzio, che con la direzione di Raymond Bahati e insieme alla corale parrocchiale ha animato la s. Messa delle ore 11 di domenica 17 febbraio.
L'interpretazione mi ha molto emozionato, e questa sensazione è proseguita anche durante il pranzo comune presso l'Oratorio: è stato davvero bello sentire queste persone parlare di musica e canto corale all'interno di varie culture, in cui la diversità dei popoli e delle provenienze costituisce una ricchezza, ovunque ma in modo speciale in una casa di preghiera.
La bellezza di voci diverse che cantano all'unisono è infatti un'immagine potente di quello che le persone possono arrivare a fare quando badano più al lavorare insieme che a guardare i particolari che ci differenziano l'uno dall'altro; quello che si ottiene allora è un'armoniosa differenza in cui l'espressione della diversità delle voci - soliste e unite nella fraternità e nella fede - crea qualcosa di nuovo e ne esalta la bellezza. Se a questo aggiungiamo che un coro come quello del COE ha il merito di mantenere forte le tradizioni canore dei Paesi di provenienza conservando e diffondendo cultura, ci rendiamo conto di come occorra essere grati davanti a opere di volontariato come questa.
Del resto il canto corale è una delle espressioni più forti, e probabilmente antiche, dello stare insieme, sia che ciò avvenga in chiesa, o davanti a un falò, o per solennizzare feste e ricorrenze o addirittura - oso dire - in osteria: cantare tutti insieme infatti insegna una disciplina importante perché obbliga ad ascoltare l'altro, a saper utilizzare correttamente la propria voce senza sovrastare quelle che ci circondano. In una parola insegna a non voler prevalere sul prossimo ma piuttosto a fondersi dentro un contesto di unità, insegna insomma a essere umili e, quando il canto è sacro, ad aprire uno spazio interiore facendo largo a Dio tanto nei momenti di sofferenza quanto in quelli di speranza.
Mentre in quella bella domenica di febbraio ascoltavo coro e accompagnamento musicale, la lode pareva uscire dal cuore e in me è salita la nube del ricordo dei ben diversi cori della mia infanzia, che erano guidati e condotti con maestria certamente più "nostrana" ed erano sicuramente modesti, ma anche spontanei; in essi con orgoglio, facevamo la nostra parte pur passando dal verdiano "Va' Pensiero", al canto di "Evviva nümm", o dalla Traviata col suo "Libiamo" agli Alpini di "Era una notte che pioveva" per arrivare ai fasti dei primi Festival di San Remo con "Vola colomba". Poi c'erano ovviamente le cerimonie religiose, in cui si cantava il "Tantum ergo" a conclusione della benedizione eucaristica, e di sicuro non potrò mai dimenticare né il "Noi vogliam Dio", fragoroso e potente, né "Sotto quel bianco velo" in cui con fede cantavamo la presenza reale di Cristo nell'Eucarestia.
Erano canti entusiasti, che si cantavano a pieni polmoni e che vedevano tutti partecipi e solidali tra loro, mentre le voci pareva facessero tremare le mura della chiesa nella loro salita al cielo con l'incenso benedetto. Soprattutto, "in quel tempo" c'era il desiderio di essere coro anche senza partiture brillanti, melodie celebri o la bacchetta di un maestro austero, perché quelle voci non cercavano l'applauso ma sentivano la gioia - l'euforia sarebbe meglio dire - di trasformare la misera realtà fatta di pensieri amari in una condivisa allegria e, in una entusiastica, anche se magari momentanea, beatitudine nell'animo. Certo erano voci a volte lubrificate da un buon bicchiere di vino accompagnato a pane, salame e formaggio in un cortile d'osteria, ma rendevano bella anche la serata qualsiasi di un giorno qualunque.
Naturalmente di ben altra pasta è stato l'accompagnamento alla liturgia da parte del coro COE e della nostra corale, e infatti è stato proprio al "Magnificat" che sono tornato alla realtà e al presente, sentendomi dolcemente obbligato a unirmi umilmente al di lode, dentro la chiesa delle genti, con la voce del cuore.
Benvenuto Perego
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