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Scritto Sabato 27 aprile 2019 alle 09:57

A proposito di una auspicata e purtroppo solo presunta europa virtuosa

Molto interessante l'incontro pubblico che si è svolto ieri sera 26 aprile presso la Casa dell'Economia della Camera di Commercio dal titolo "La giovane Europa. Un pomeriggio di riflessione sull'Europa".

Incontro pubblico promosso, come appreso dai media che ne hanno diffusamente parlato, da varie realtà significative non solo locali sia del mondo ecclesiale che civile tra cui L'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo. La presenza di relatori prestigiosi, a partire dal ministro degli Esteri Enzo Moavero e Marco Tarquinio, direttore di Avvenire ha impreziosito ulteriormente la trattazione particolarmente dedicata dagli organizzatori al mondo giovanile, ma non solo. Visto il contesto di analoghe manifestazioni culturali/info/formative era più che prevedibile la non possibilità di porre domande e qualche considerazione da parte del numeroso pubblico presente.
Ecco quindi alcune considerazioni di fondo e qualche interrogativo di cui i relatori avrebbero potuto tener conto nella loro esposizione, aspetti che mi sono purtroppo sembrati solo, molto parzialmente, da loro sfiorati.
Ovviamente nessuna pretesa che queste mie considerazioni, da cittadino comune che cerca di formarsi opinioni non superficiali e non solo "celebrative" su questa Europa, dovessero entrare in quella trattazione ma essendo stata evidenziato, proprio da parte degli stessi prestigiosi relatori, il deficit informativo nell'opinione pubblica su molti aspetti della cosiddetta architettura istituzionale europea, ritengo sia molto utile, proprio per questo, sottoporre alcuni significativi elementi conoscitivi.
Con questo spero proprio che ai giovani, ma non solo, non sfugga la sostanza attuale di un organismo comunitario con molte pecche ed incoerenze rispetto alla originale e condivisibilissima ispirazione dei padri fondatori.
Infatti tutti dicono che questa Europa così com'è non va bene ma nessuno, soprattutto nei grandi mezzi di comunicazione di massa, indica quali siano le riforme strutturali che abbisognerebbero per renderla più "sociale" come prevista in origine. Il mantra delle cosiddette "riforme strutturali" sembra valere quindi solo dall'Europa verso i Paesi membri (tra cui il nostro, sempre oberato da "compiti da svolgere a casa") e non viceversa. E questa è una prima ed evidente contraddizione, ben visibile a chi la volesse cogliere veramente. Infatti ogni paese membro avrebbe la facoltà giuridica di proporre modifiche alle regole comunitarie ma non c'è traccia, perlomeno nell'opinione pubblica, di tali iniziative per cui prevale nell'immaginario collettivo un rapporto asimmetrico di quasi sudditanza degli Stati al dettato comunitario. Non è certo questo il rapporto "partecipativo egualitario" che immaginavano i padri fondatori !
Per non parlare a vanvera prendo spunto e stralci letterali dall'interessante ed al contempo inquietante libro di Lidia Undiemi, dottore di ricerca in Diritto dell'Economia presso l'università di Palermo "IL RICATTO DEI MERCATI - difendere la democrazia, l'economia reale e il lavoro dall'assalto della finanza internazionale" Ed. Ponte alle Grazie, 2014, illuminato da una preziosa prefazione storica di Roberto Scarpinato, importante e conosciuto magistrato antimafia. Appoggerò quindi le mie considerazioni a precise e documentate affermazioni specialistiche che normalmente non trovano ascolto e divulgazione nel cosiddetto mainstream mediatico. Del resto, per non essere in balìa di più o meno narrazioni dominanti, occorre far la fatica, superando le facili raffigurazioni dei talk show, di scendere in profondità in una materia che può apparire a prima vista ostica ma di cui è indispensabile avere coscienza, quantomeno a fini comparativi.
La prima contestazione di fondo a questa attuale Europa rispetto a quella originaria risiede nella predominanza quasi assoluta degli aspetti finanziari su quelli sociali ed in altri termini delle cosiddette leggi del mercato sulla democrazia dei popoli. Ed il vizio "democratico" era già presente in origine (tra virgolette alcuni stralci del libro):
" In ambito Europeo, la governance economica - intesa come insieme di norme e procedure preposte al raggiungimento degli obiettivi economici dell'Unione - è divenuto oggetto di discussione politica in un Libro Bianco prodotto dalla Commissione Europea per far fronte a quello che l'allora presidente, Romano Prodi, definì << un disagio democratico >>, dovuto allo scarso coinvolgimento dell'opinione pubblica nelle questioni comunitarie. Il libro fu ufficializzato nel 2001, nove anni dopo l'entrata in vigore del trattato di Maastricht (1992), quattro anni dopo l'avvento del patto di stabilità, e a due anni dall'introduzione dell'euro. La governance economica europea è stata quindi costruita ben prima che dai palazzi di Bruxelles venisse emanato un documento sull'effettivo coinvolgimento democratico delle popolazioni interessate ...".
Rispetto all'effettiva portata del termine governance ed alle sue articolate conseguenze , applicate anche agli organismi comunitari, non si può prescindere da valutazioni di ordine planetario :
" Malgrado in origine l'espressione governance indicasse semplicemente il risultato dell'azione di governo, essa, nel tempo, è sempre più stata ricondotta alla politica complessiva delle istituzioni finanziarie sovranazionali, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, le quali definiscono gli standard o le norme comportamentali per l'assegnazione dei prestiti o finanziamenti agli stati in crisi ..... Il fondamento della governance è storicamente rinvenibile nella presunta crisi dello Stato, ossia nel presupposto che le istituzioni nazionali siano incapaci di gestire il territorio a causa delle pressioni esercitate dagli sviluppi dell'economia e della finanza internazionale. Mentre il governo viene più o meno legittimato dai cittadini in base a un percorso democratico che è espressione di specifiche garanzie costituzionali, le varie organizzazioni internazionali, che pure si trovano a esercitare certe funzioni di governo nel territorio nazionale, sfuggono a qualsiasi forma di controllo popolare..... Tra le istituzioni più incisive a livello internazionale troviamo il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale, che stabiliscono i principi da applicare nella conduzione dei rapporti economico-politici sovranazionali. Il quadro include anche organizzazioni definite come <<direttori informali, senza alcuna potestà giuridica>>, per esempio il World Trade Organization (WTO), i forum permanenti G7, G8 e G20 e l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE)."
Eloquente nel libro il successivo passaggio dal titolo "Governance globale e democrazia : crisi dello Stato o fallimento della politica?" che recita :
" L'architettura della governance politica è estremamente complessa, anche in ragione del fatto che non è incardinata entro un sistema normativo, ma si è sviluppata facendo leva su accordi di tipo negoziale fra istituzioni di vario livello ed enti di altra natura. Le organizzazioni che dominano la scena della governance globale sono quelle aventi finalità di gestione dei processi economici e commerciali. Se è vero che i poteri economici e finanziari internazionali occupano gli spazi autorizzati dalla politica, allora la paralisi del governo nazionale è attribuibile o alla mancanza di volontà o alla mancanza di competenza. Il nodo cruciale, dunque, è rappresentato dalla scelta politica di far valere gli interessi dello Stato rispetto a qualsiasi pretesa di governo da parte dei mercati o di altre nazioni più forti ..... ".
Nei successivi passaggi ben si scorgono le competenze specifiche dell'autrice riguardo il diritto nazionale e internazionale, come anche i gravi meccanismi che gravano sulle possibili scelte politiche autonome del nostro Paese .
" Sotto il profilo giuridico-istituzionale, lo stato è titolare del potere d'imperio sugli individui e sui beni ubicati sul proprio territorio nazionale, potere che può addirittura essere considerato come la quintessenza della sovranità .... I trattati e gli accordi internazionali sono facoltativi, rinegoziabili ed estinguibili. Basti pensare che la partecipazione del nostro Paese ad accordi che possiedono determinate caratteristiche può avvenire soltanto previa autorizzazione del Parlamento nazionale. Ciò conferma che lo Stato non può esser sottoposto ad alcuna autorità superiore. Dal punto di vista istituzionale, le autorità statali potrebbero, insomma, utilizzare gli strumenti necessari a gestire la crisi attuale, ma occorrerebbe rimettere al centro dell'azione politica il benessere della collettività, mentre invece si preferisce dichiarare la resa incondizionata, elevando le esigenze del mercato a problema primario ed essenziale nell'amministrazione della cosa pubblica."
E più nello specifico europeo :
" Nel nostro continente, è in atto uno straordinario processo di trasformazione politica. Intanto siamo passati da <<Dobbiamo farlo perché ce lo chiede l'Europa>> (uno dei mantra del governo Monti) a <<Abbiamo il diritto di rifiutare quel che ci chiede l'Europa>>. Oltretutto, è l'Unione stessa a riconoscere di fondarsi <<sul principio dello Stato di diritto. Ciò significa che tutte le azioni intraprese dall'UE si basano su trattati approvati liberamente e democraticamente da tutti paesi membri>>. Il caso più eclatante di questo atteggiamento remissivo è rappresentato dal Fiscal Compact ...."
Rimandando alla fine di questo mio scritto la spiegazione sul Fiscal Compact (immagino che la gran parte degli Italiani non sappia neppure cosa voglia dire questo termine), nel libro si prosegue con un altro eloquente titoletto : " Il crollo annunciato dell'UE" in cui si dimostra come il cambio di prospettiva economica europea dalla fase espansiva a quella "recessiva" rischi di essere governato con regole più asservite alle logiche dei mercati che al benessere dei cittadini, come dovrebbe essere in democrazia.
"L'Europa unita è stata creata ritenendo che l'espansione del mercato comune - l'area dei paesi membri entro cui si realizza la libera circolazione di merci, servizi, persone e capitali - favorisca naturalmente la crescita economica e l'occupazione garantendo, quindi, un maggior benessere sociale. Oggi però siamo di fronte ad una situazione opposta : la crescita è bassa, i livelli di disoccupazione sono alle stelle e il malessere sociale è diffuso più che mai. La governance europea ha dunque fallito la sua missione, e la crisi economica si è rivelata essere la crisi del suo paradigma tradizionale. Se un progetto fallisce, lo si abbandona : e allora perché i leader europei, seguiti dall'elenco degli scroscianti applausi di molti personaggi di spicco della politica nazionale, chiedono a gran voce maggiore unione politica ? Anche in questo caso, il disegno sotteso a questo progetto può essere svelato ricorrendo a qualche tecnicismo e mettendo da parte il folclore mediatico. Ad alcuni giuristi non è sfuggita l'importanza del passaggio, all'interno dell'Unione Economica e Monetaria (UEM), da una prospettiva incentrata sull'attesa di una crescita economica e finanziaria a una prospettiva in cui la gestione della crisi assume un ruolo cruciale nei rapporti tra gli stati aderenti. Tale transizione sta radicalmente modificando il progetto originario dell'Unione Europea, e la trasformazione sta avvenendo con la predisposizione di un sistema di regole che ha lo scopo di porre le basi per la creazione di una nuova governance, quella della crisi. Essendo la redistribuzione dei costi della crisi uno dei principali obiettivi di questa nuova struttura sovranazionale, non ci si poteva aspettare nulla di diverso dai salvataggi delle grandi banche a spese dello Stato, cioè dei cittadini. L'aspetto più imbarazzante di questo disegno politico è che esso è dichiarato apertamente nei documenti ufficiali per i quali il Parlamento ha concesso l'autorizzazione alla ratifica."
Seguono alcune puntualizzazioni molto importanti sull'architettura normativa di questa nuova governance che purtroppo giacciono, non casualmente, all'ombra dell'opinione pubblica :
"Guardando più da vicino la creazione della nuova governance europea, non si può fare a meno di notare qualcosa di inusuale, e cioè che alcuni dei principali strumenti di gestione della crisi sono stati posti in essere al di fuori dell'ordinamento dell'UE. Piuttosto che ricorrere alle norme contenute nei trattati fondamentali, si è deciso di realizzare una serie di accordi utilizzando il metodo intergovernativo piuttosto che un atto normativo europeo, vale a dire istituendo accordi internazionali al di fuori del diritto dell'Unione ; il riferimento è in primo luogo al MES, impropriamente definito <<fondo salva -stati>>, e al Fiscal Compact. Siamo di fronte a una sorta di doppia governance europea .... quella dei nuovi accordi intergovernativi, che introducono regole di gestione della crisi non incluse nel tradizionale quadro normativo. "
Segue un'elencazione puntuale e particolareggiata dei "sette assi principali d'intervento" della nuova governance ( Il semestre europeo, il patto Euro Plus, il Fiscal Compact, le modifiche al patto di stabilità, la sorveglianza sugli equilibri macroeconomici, i meccanismi per la stabilità finanziaria tra cui il MES, il patto per la crescita) e la descrizione analitica dei successivi passaggi implementativi. Senza inerpicarsi in articolati quanto dettagliati elementi documentali riportati sul libro (in particolare invito i giovani a documentarsi vista l'importanza che certi aspetti potrebbero avere sul loro concreto futuro), appare chiaro a tutti l'"ossessione" identificativa, strumentale e quasi esclusiva con la stabilità finanziaria, dell'interesse dei Popoli europei. Ecco qui alcuni significativi stralci che rimarcano alcuni elementi interpretativi del perché di tali scelte anche d'impostazione "giuridica".
" Il MES è stato presentato come fondo <<salva-stati>>. Era quasi impossibile accorgersi di come questo rappresentasse la più evidente manifestazione della crisi istituzionale dell'UE e dell'inesorabile declino dei presupposti fondamentali che ne giustificano l'esistenza. Le tante sigle astruse e il complesso intreccio normativo hanno enormemente facilitato la sua entrata in vigore al riparo dell'attenzione dell'opinione pubblica, e tutt'oggi è difficile reperire documenti in cui viene fornita una descrizione organica delle sue caratteristiche e implicazioni politiche .... Il Fondo, in cambio di prestiti concessi ai paesi colpiti da crisi finanziarie, contratta una serie di condizionalità - che nel trattato MES diventano condizioni rigorose- ovvero riforme strutturali riguardanti la politica economica e industriale. In Grecia, Portogallo, Spagna a Cipro e Irlanda, tutto questo è già accaduto - e adesso dovrebbe toccare all'Italia .... L'ESM, sigla che sta per <<European Stability Mechanism>>, in italiano MES , <<Meccanismo Europeo di Stabilità>>, è un accordo che dovrebbe garantire la stabilità finanziaria della zona euro. Il MES è entrato a far parte dell'ordinamento comunitario attraverso la modifica dell'art. 136 del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea) , il quale al nuovo paragrafo 3 recita testualmente <<Gli Stati membri la cui moneta è l'euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme>>. Il presupposto di tale meccanismo è che la moneta unica deve sopravvivere ad ogni costo".
Segue nel libro un breve percorso descrittivo attraverso cui l'Europa si era già data progressivamente strumenti simili, eccone alcuni stralci significativi :
" .... In ragione dell'insufficienza delle risorse messe in campo, si è poi deciso di attivare il Dispositivo Europeo per la Stabilità Finanziaria (EFSF) mediante la costituzione d una società di diritto lussemburghese, partecipata e finanziata pro quota dai paesi della zona euro .. Perché attribuire la gestione degli aiuti comunitari a una società, visto che tale compito era stato assunto dalle istituzioni europee con uno specifico regolamento (11 maggio, n. 470) ? ..... E adesso veniamo alle domande più interessanti : se si avevano a disposizione due forme di assistenza, di cui la seconda per aggirare il diniego degli inglesi, a che fine predisporne un'altra, il MES ...? .... una organizzazione finanziaria internazionale, nell'ambito della quale le stesse istituzioni europee assumono una posizione del tutto marginale. Se siete un po' confusi per via dei nomi e delle sigle sappiate che è soltanto perché siete stati attenti. Hanno utilizzato quasi la stessa denominazione per tre strumenti che si differenziano tra loro per variabili non certo trascurabili : Meccanismo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria (EFSM), affidato alla Commissione e al Consiglio; Dispositivo Europeo per la Stabilità Finanziaria (EFSF), gestito con la creazione di una società lussemburghese ; Meccanismo Europeo di Stabilità affidato ad una organizzazione internazionale.".
Ecco altri elementi valutativi che ben potrebbero "giustificare" la nascita del MES :
" l'UE e il MES sono soggetti distinti della comunità internazionale, ognuno in grado di concludere accordi a nome proprio, e gli stati membri hanno aderito a entrambe le organizzazioni .... Il Meccanismo Europeo di Stabilità poteva, dunque, essere realizzato in forza di poteri delle istituzioni europee con un atto normativo dell'Unione stessa. In una situazione di grave emergenza economica, pare che l'UE abbia deciso di abdicare al proprio ruolo istituzionale in favore di un'entità deputata a diventare il principale punto di riferimento, nel governo della crisi del continente, non soltanto per gli aderenti ma anche per l'intera comunità internazionale interessata, in un modo o nell'altro, al futuro economico e finanziario dell'Europa. Le implicazioni politiche sono enormi :... Cos'è che l'Unione Europea non ha voluto o potuto fare ' vediamo di scoprirlo. "
Il libro continua con una serie di efficaci ed oggettive motivazioni dietrologiche (leggendole miratamente se ne capisce bene la grande fondatezza) che, per esigenze di spazio, cerco così di sintetizzare :
Il trattato MES prevede che il peso del voto nei suoi organismi decisionali sia proporzionato alle quote di capitale effettivamente versato, "contrariamente a quanto previsto dallo statuto del Direttivo della BCE, che assegna il pari diritto di voto a ciascun rappresentante degli stati membri. Il MES, guarda caso, utilizza lo stesso modello di contribuzione della BCE (Banca Centrale Europea) ma applica un criterio di votazione differente, non più basato sul principio di parità fra gli stati membri." " ... lo Stato che ha difficoltà a reperire le risorse finanziarie da destinare all'organizzazione - si pensi che la quota di pertinenza dell'Italia ammonta a 125 miliardi di euro su un totale di capitale autorizzato pari a 700 miliardi - perde tale diritto <<per tutta la durata dell'inadempienza>> (comma 8, art.4)." " un membro del MES può decidere di accelerare il versamento della sua quota di capitale (comma 3, art. 4), aumentando conseguentemente i propri diritti di voto." " Il consiglio dei Governatori è l'organo decisionale del MES, formato dai rappresentanti dei paesi sottoscrittori nominati tra i <<responsabili delle finanze>> dei governi nazionali, dunque non necessariamente ministri .... Il trattato attribuisce al Consiglio dei Governatori poteri enormi ...." " Il MES dispone, potenzialmente, del potere legislativo e del potere esecutivo, ed è conseguentemente dotato delle prerogative necessarie per governare i territori in alternativa agli stati sovrani, sia nei rapporti interni con i cittadini sia nei rapporti esterni con istituzioni internazionali quali FMI, la BCE, altri stati, ecc." "Il MES coincide sostanzialmente con la Troika (UE, BCE e FMI)" "I paesi firmatari del MES sono obbligati in ogni caso a versare le proprie quote, anche nell'eventualità in cui possa essere proprio questo obolo la causa della richiesta di un aiuto finanziario." " La politica dei tassi d'interesse viene decisa dal Consiglio dei Governatori" " Per la realizzazione dei suoi scopi, il MES può infatti a sua volta indebitarsi sui mercati di capitale con banche, istituzioni finanziarie o altri soggetti (art. 21), e può effettuare operazioni di sostegno nel mercato primario e secondario mediante l'acquisto dei titoli di debito emessi dallo Stato. Non possiamo sapere con certezza se e in che termini le condizioni rigorose, ovvero le <<riforme>>, siano imposte tout court dai finanziatori internazionali, mediati dal MES. Vi è comunque il ragionevole dubbio che ciò possa realmente accadere, il che significherebbe ammettere che la finanza è concretamente riuscita ad assumere un ruolo politico di governo dei paesi debitori. A tale proposito, il trattato prevede che il Consiglio dei Governatori possa nominare e invitare alle riunioni una serie di osservatori <<esterni>> .... "

Aggiungo qui una mia sconcertata considerazione personale : quello che non viene accordato alla BCE (possibilità di agire sul mercato primario) viene invece garantito a questa "organizzazione internazionale" !!!!
Nell'eloquente elencazione, molto più significativamente dettagliata nel libro, mi fermo qui, riportando alcune, a questo punto, lucide, conseguenti e più che fondate considerazione dell'autrice :
" ... Che le regole del gioco siano state disegnate per mettere a capo dell'organizzazione i paesi che detengono maggiore potere finanziario la si evince anche da altre disposizioni ... Il ricorso di un sistema di votazioni calibrato sulla base dei rapporti di forza era d'altronde uno degli obiettivi della leadership tedesca ... Lo scopo è stato quello di istituzionalizzare un sistema di governo stabile, extra-UE ed extra-statale, dove i rapporti di forza economici e finanziari fra stati membri potessero prevalere rispetto a qualsiasi logica di interesse <<comune>> europeo e a qualsiasi principio democratico..... Sia gli stati che le istituzioni europee hanno attuato un trasferimento permanente di poteri d'emergenza al MES. Le carte costituzionali dei singoli paesi membri non sono state abolite, ma depotenziate dal nuovo sistema sovranazionale, nel quale assumono funzioni del tutto marginali. Lo Stato viene considerato alla stregua di un socio in affari o, peggio, di un debitore costretto a chiedere un sostegno finanziario. Istituzioni e rappresentanti hanno sostanzialmente creato una struttura di governo ulteriore, sovrapposta a quelle preesistenti, in grado di scavalcare il consenso popolare e gli ordinamenti costituzionali, e pertanto passibili ed enormi conflitti di interesse.... Il <<papello>> presentato dalla Troika (il pool composto da UE, BCE e FMI poi, si ricorda ancora, strutturatosi come MES) al governo greco comprendeva una serie di manovre : drastica riduzione della spesa pubblica in settori come scuola, sanità e ricerca, tagli rilevanti ai salari e alle pensioni, aumento delle tasse, privatizzazioni delle imprese pubbliche e altre misure impopolari ... Quanto accaduto in Grecia e a Cipro dimostra come la nuova governance economica europea miri a delegittimare e sostituire, di fatto, le istituzioni nazionali. Uno Stato che si ritrova in difficoltà per via delle scelte operate dai mercati viene costretto a chiedere assistenza finanziaria mediante organizzazioni internazionali, le quali la concedono o la negano a patto che il Parlamento e il Governo diventino organi atti alla mera ratifica delle loro decisioni ...
L'autrice cita poi anche Jean-Claude Juncker : "ex presidente dell'Eurogruppo in carica sino al 2013 e attuale presidente della Commissione UE, il quale .... ha fatto autocritica sostenendo che la crisi greca avrebbe dovuto essere affrontata qualche decennio fa e non all'ultimo anno e che <<tutti noi sapevamo che un giorno la Grecia si sarebbe trovata di fronte a questo problema, ma la questione non fu sollevata prima perché eravamo consapevoli che la Germania e la Francia erano grandi esportatori verso il mercato greco>>.... Qual è, quindi, l'origine della crisi finanziaria ? E cosa è stato realmente salvato con i meccanismi di stabilità ? .... "
Ed ancora, in modo documentato, rispetto agli squilibri strutturali (che si è data questa "Europa della Finanza") che obbligano alcuni Stati a rispettare indicatori per nulla scientificamente comprovati, come il deficit di bilancio al 3%, mentre consentono ad altri potenti stati di beatamente non rispettarne altri come il cosiddetto surplus commerciale (saldo tra esportazioni ed importazioni ) :
" La crisi dell'Eurozona come crisi di bilancia dei pagamenti è divenuta insostenibile dopo il terremoto finanziario scatenato nel 2007 dal fallimento della Lehman Brothers, che causò l'arresto improvviso dei flussi di capitale privati in surplus dai paesi del "centro" verso i paesi della "periferia" in deficit commerciale.... L'instabilità finanziaria dell'Eurozona ( cui si riferisce indirettamente l'art. 136 del TFUE e il Trattato MES) derivante dall'incapacità del sistema bancario di finanziarsi senza l'intervento della BCE, è quindi il prodotto di una crisi del debito <<privato>> estero, causata proprio dalle scelte dei <<mercati>> ..... In effetti, vista la situazione, l'Eurozona aveva a disposizione solo due possibilità : abbandonare la moneta unica o far pagare gli squilibri finanziari, alimentati dai mercati, agli stati. La scomparsa dell'euro avrebbe reso molto più difficile un riassetto finanziario a spese della collettività ... La possibilità di utilizzare risorse degli stati con l'obiettivo specifico di tutelare gli interessi finanziari dei mercati è, in effetti, prevista dall'art. 15 del Trattato MES .... Non sono, insomma, le banche ad indebitarsi direttamente con l'organizzazione, ma gli stati, i quali richiedono e garantiscono il prestito a favore degli istituti di credito in difficoltà .... Il Meccanismo Europeo di Stabilizzazione è dunque potenzialmente idoneo a consentire alla banche del "centro" più esposte, di ottenere indietro i soldi attraverso salvataggi pubblici."
Per "centro" e "periferia" s'intendono rispettivamente paesi ad economia "forte" e paesi ad economia "debole". Un altro esempio conosciuto e citato nel libro è quello fortemente significativo del "percorso sotto schiaffo" spagnolo che termina con :
"Secondo il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), infatti, a fine marzo 2012 le banche tedesche erano esposte nei confronti della Spagna per 112 miliardi di euro. Tali interessi finanziari <<Privati>> sono stati coperti e garantiti dagli stati membri del MES. La Spagna ha, dunque, pagato tre volte : prima con l'aiuto governativo, poi contribuendo al MES con la sua quota di capitale e infine accollandosi il debito nei confronti dell'organizzazione per salvare chi ci avrebbe rimesso se la bolla immobiliare fosse stata abbandonata al proprio destino. In quel tragico luglio, il premier Rajoy ha annunciato nuove politiche di austerità. Fra queste l'aumento dell'IVA, i tagli alla spesa pubblica, la riduzione delle tredicesime, dei giorni di ferie e dei permessi sindacali per i dipendenti della pubblica amministrazione, la riforma delle pensioni e del lavoro ...."
Infine per quanto riguarda le contraddizioni dell'architettura finanziaria europea la Undiemi descrive alcuni elementi, poco noti all'opinione pubblica, relativi alla situazione delle nostre finanze pubbliche di allora ( ma comunque da tener presente anche oggi) sia ai tentativi di impugnare la legittimità giuridica del MES da parte di un eurodeputato irlandese sia della, guarda caso, Banca Centrale Tedesca : consiglierei di approfondire le risposte emanate dalla Corte di Giustizia Europea, competente nel primo caso, sia della Corte Costituzionale Federale tedesca.
Considerando molto esaurienti queste oggettive documentate osservazioni, peraltro mai veicolate - sarà un caso ? - dai grandi media lascio soprattutto ai giovani ( che rappresentano il futuro dell'Europa) l'approfondimento di altrettante contraddizioni sul cosiddetto "Fiscal compact" (Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell'unione economica e monetaria) che ci "imporrerebbe" (purtroppo con la sua ratifica immediata avvenuta a larga maggioranza nel nostro Parlamento nel luglio 2012 - tra i primi stati a farlo ) di rientrare dal debito pubblico a colpi di circa 50 miliardi di euro l'anno per circa vent'anni. Ognuno può giudicare quanto siano insensati ed impraticabili questi indicatori peraltro convenzionali e sospinti da alcuni Stati forti che già beneficiano di trattamenti e rendite di posizione.
Cari ragazzi e cari cittadini tutti, prima di farci bere del tutto il cervello da parte degli "economisti" del mainstream mediatico e da falsi miopi europeisti (troppe volte anche strumentali) , cerchiamo di approfondire e confrontarci anche ricorrendo a voci "fuori dal coro". E non vendiamo aprioristicamente la formazione delle nostre opinioni a nessuno !
Ce lo impone una vera Democrazia Partecipativa, il futuro ed il rispetto dell'autentico spirito innovativo dei padri fondatori di una effettiva Europa sociale dei Popoli !
Germano Bosisio, cittadino italiano, europeo e del mondo
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