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Scritto Lunedì 02 dicembre 2019 alle 17:52

Galgiana: il tema del perdono sviscerato sotto diversi aspetti in una serata pubblica

"Il perdono: ci sono persone che sbagliano o persone sbagliate?": questo il titolo dell'incontro andato in scena venerdì 29 novembre e organizzato da Romano Limonta, membro dell'Associazione sulle Regole.
Protagonisti il dottor Francesco Castelli, giurista presso l'università degli studi di Milano, Milko Camillo Pennisi, antropologo e blogger e don Marco Rapelli, sacerdote della Comunità di Casatenovo.

I relatori intervenuti alla serata di venerdì a Galgiana

L'Associazione sulle Regole, fondata da Gherardo Colombo nel 2010, è un'organizzazione che, attraverso incontri con studenti e cittadini (circa 200 all'anno) promuove, come ha spiegato Romano Limonta all'inizio dell'incontro "l'idea di società orizzontale, la democrazia partecipata, il rispetto delle regole, il valore di ogni individuo e i fondamenti della Costituzione, per rimuovere gli ostacoli di ordine educativo e culturale che impediscono il pieno sviluppo della persona e l'effettiva partecipazione di tutti all'organizzazione del paese".
Obiettivo della serata è stato affrontare tema del perdono sotto l'aspetto legale, religioso e dell'esperienza personale, parlando di carceri, diritto all'oblio e remissione dei peccati.

Francesco Castelli e Milko Pennisi

Il primo a parlare è stato Francesco Castelli, che ha iniziato il suo intervento mostrando un disegno fatto dal figlio di un carcerato che raffigurava il padre a casa e in prigione, per mostrare come le carceri siano considerate come un luogo altro, separato dalla società. ''La persona colpevole, che giustamente incorre in una sanzione, viene erroneamente esclusa da una collettività, segregata, messa in uno spazio lontano. Le carceri non sono concepite per recuperare chi ha sbagliato, ma per espellerlo e tirarlo fuori dalla comunità".
Eppure - come ha fatto notare l'ospite - la giustizia costituzionale da ormai 70 anni ha un altro scopo, ovvero quello di "rieducare e redimere", citando a tal proposito l'articolo 27 della nostra Costituzione. Le carceri, dunque, non sono coerenti con questo modo di vedere, in quanto annullano la libertà personale, sono uno strumento esclusivamente di punizione e sono persino inutili, dal momento che il tasso di recidiva è del 68%. ''La paura di finire in cella non è sufficiente per creare un deterrente" ha detto. Una domanda, quindi, sorge spontanea: la sofferenza imposta può rendere migliore un uomo?

A seguire Castelli ha citato anche l'articolo 3 della Costituzione, il quale recita che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, per affermare che "chi sbaglia deve essere rispettato e aiutato a rientrare nella società, perché per la Costituzione la persona è dignità e vale per quello che è, non per quello che fa o che ha fatto".
Castelli ha spostato poi l'attenzione sul fatto che chi ha scontato la pena spesso non riesce a uscire dalla condanna che gli è stata imposta, portandosi addosso un'etichetta: la Costituzione, invece, prevede che la dignità della persona debba sempre essere messa in relazione con la libertà. Ha poi concluso chiarendo definitivamente il punto del suo discorso: "la pena deve creare e non distruggere una persona, ha una finalità che non è utilizzare il male per combattere altro male, a differenza delle carceri".

Romano Limonta e don Marco Rapelli

Dopo l'intervento di Francesco Castelli, la parola è passata a Milko Pennisi, che ha raccontato la sua esperienza personale nell'ambito del perdono, spiegando la battaglia portata avanti a favore di chi si ritrova in una condizione come la sua. Il tema del suo discorso è stato infatti il diritto all'oblio, ovvero il diritto a rimuovere determinate informazioni sul passato di una persona nel momento in cui sono state pagate le conseguenze e l'evento non ha più nulla a che fare con l'individuo.
L'ospite ha spiegato di aver compiuto egli stesso anni fa uno sbaglio, ma, dopo averne pagato le conseguenze, di essersi ricostruito e di aver però avuto problemi, anche a distanza di anni, per esempio a trovare lavoro, a causa di queste informazioni sul proprio conto, ancora rinvenibili nel web''.
''Ora è tutto digitale, siamo in un altro mondo. Nel momento in cui viene fatto un processo, una volta ottenuta la riabilitazione legale, dev'essere garantito che nei motori di ricerca non appaia come primo risultato il reato che ti ha macchiato, a maggior ragione considerando che la pena può, se non deve, essere vista come la possibilità di riflettere e capire di aver sbagliato".
E' in questo modo, infatti, che Pennisi ha tentato di spiegare il tasso di recidiva del 68%: "se ogni qualvolta che si cerca lavoro si viene respinti perché le ricerche google mostrano come primi risultati un reato, l'individuo non verrà mai assunto, e verosimilmente sarà costretto a compiere altri reati".
Ecco dunque di cosa si occupa Pennisi ora, cioè del diritto all'oblio: "l'aspetto virtuale è più sentito dell'aspetto reale, e tutte le decisioni sono prese dai motori di ricerca".

La terza parte della serata è stata occupata dall'intervento di don Marco Rapelli, che ha affrontato il tema sotto l'aspetto religioso. In primo luogo ha specificato che per capire cosa sia il perdono bisogna chiedersi cosa sia il peccato, e ha spiegato le diverse concezioni che questo termine ha assunto con il tempo.
''Inizialmente era visto come una colpa, un'offesa contro Dio, ovvero una trasgressione da riparare con delle penitenze. Ma con Gesù, questo termine ha assunto un altro significato, e ora il peccato è ciò che rende l'uomo impuro a causa degli atteggiamenti negativi nei confronti del prossimo, e dunque è una qualsiasi azione contro l'uomo, non una semplice trasgressione di alcuni riti religiosi".
Da questo punto di vista, perciò, il peccato è qualcosa che autodistrugge l'uomo e che lo disumanizza, per citare le parole del sacerdote, e impedisce la pienezza divina a cui è chiamato: "il peccato è un'offesa all'uomo verso se stesso, Dio non si può offendere, perché Dio è amore. L'unico modo con il quale Dio può agire manifestando la sua onnipotenza è quello di continuare a offrire il perdono in colui che l'ha perso. L'uomo fa il male perché in lui non c'è l'amore, Dio va all'origine e distrugge il peccato, non il peccatore". Dio, dunque, guarisce donando l'amore a chi non ce l'ha.

Il sacerdote ha poi chiarito, rifacendosi all'etimologia del termine perdono, che non è un merito, bensì un'offerta d'amore, qualcosa che viene concesso. "La prova che Dio ci ama è che Cristo morì per noi quando eravamo peccatori. Dio perdona senza nessuna necessità di richiesta. Non serve chiedere perdono, perché Dio ci ha già perdonati. Quello che dobbiamo fare è invece perdonare gli altri, perché il perdono che riceviamo lo dobbiamo diffondere agli altri e viceversa. Se perdoniamo, saremo perdonati'' ha spiegato, collegandosi a ciò che è stato detto dagli altri partecipanti. Il religioso ha poi concluso il suo intervento con tre provocazioni: la prima è di Papa Francesco e riguarda il diritto alla speranza per i detenuti in carcere, la seconda riguarda il Cardinal Carlo Maria Martini, già citato da Francesco Castelli, e propone il pentimento e il dialogo tra condannati e vittime insieme con la pena, e l'ultima infine lo riguarda personalmente, in quanto implica la reintegrazione di alcuni detenuti tramite il canto, con un commento finale però un po' aspro: "abbiamo ancora tanto da fare per diventare una società civile e umana", ha affermato, dal momento che quest'iniziativa ha subito parecchi attacchi.

L'ultima parte della serata è stata poi dedicata alle domande, che hanno dimostrato una grande e sentita partecipazione da parte dei presenti, che sono intervenuti con diversi dubbi e considerazioni.
Nel ringraziare per la partecipazione il pubblico intervenuto, Romano Limonta non ha nascosto la difficoltà che spesso incontra nell'organizzare serate e momenti di confronto come quello andato in scena appunto venerdì, carico di spunti di riflessione e chiuso da un gradito rinfesco finale.
Giulia Guddemi
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