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Scritto Domenica 22 dicembre 2019 alle 17:12

Quattro capriole di fumo

È il Natale del 1916. Giuseppe Ungaretti gode di una licenza dal fronte del Carso, e la passa a Napoli, in casa di amici, e fa fatica, abituato com'era alla nuda terra del fronte, a dormire nei soffici letti della casa che lo ospita.
Ma quella casa, dopo tante fatiche e paure e pericoli, gli dà anche una calda sensazione di protezione e conforto: per questo egli declina l'invito a uscire fuori, in quei "gomitoli di strade" - mai, che io ricordi, fu usata nella letteratura un'espressione più felice per descrivere i vicoli di una città, e di Napoli in particolare, a Natale - e prega gli amici di lasciarlo lì, come una cosa dimenticata, accanto al caldo buono del caminetto, a guardare intontito le volute di fumo della legna profumata.





Natale

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

Certo, il soldato in licenza ha addosso tutta la stanchezza dei mesi terribili del fronte e prova nostalgia di quell'atmosfera semplice e pacifica, in cui poter essere leggero e disarmato, in tutti i sensi.
Ungaretti ha l'abitudine di datare tutti i suoi scritti. Così apprendiamo che una delle poesie più belle e bistrattate della nostra letteratura, Mattina, è stata scritta sul fronte esattamente un mese dopo Natale, un mese dopo questo disarmato abbandono al caldo del Natale. Come se il "caldo buono" fosse rimasto dentro, come se una scintilla di quel focolare scoppiettasse ancora nel cuore, come se, in mezzo alle volute di fumo delle armi che sfrigolavano nel freddo ci fossero il ricordo e la promessa di altre, nuove e pacifiche "capriole di fumo":

M'illumino
d'immenso

Quando alla sesta domenica d'Avvento si celebra la solennità della Divina maternità di Maria e la pagina del vangelo di Luca ci narra, ancora una volta, il celebre episodio dell'Annunciazione, io mi chiedo sempre cosa stesse facendo Maria quando l'angelo entrò da lei. Non riesco a figurarmela inginocchiata a pregare, come tanti dipinti ce la consegnano. Preferisco pensarla indaffarata a cucire, a cucinare, o anche solo seduta accanto al focolare, divertita dalle capriole di fumo tra i ciocchi, stanca dopo una giornata operosa.
A volte è in questi momenti di abbandono che troviamo nuove idee e nuovo slancio per i nostri progetti. A volte è quando abbiamo deposto tutte le nostre armi e siamo troppo stanchi per erigere difese ed opporre rifiuti che Dio viene a trovarci. A volte è da questa pace che Dio fa nascere le cose più grandi.
A volte no. A volte le armi non vanno deposte, persino a Natale, quando c'è qualcosa di importante da difendere: c'è un tempo per ogni cosa, un tempo per la guerra e un tempo per la pace, un tempo per le chiacchiere a pranzo e un tempo per i Lego coi bambini, un tempo per il sonnellino sazio e un tempo per una carezza ai più anziani, un tempo per fare bilanci del passato e un tempo per fare progetti per il domani.

Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
(Qoelet 3, 1-8)

Che tempo è, questo?

Stefano Motta
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