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Scritto Giovedì 26 dicembre 2019 alle 12:20

Vale la pena essere coerenti con i propri valori correndo il rischio di essere lapidati?

Santo Stefano
IL ROTACISMO DI SANTO STEFANO

Tra le modificazioni fonetiche più diffuse nella lingua sia colta che popolare, dagli antichi latini al dialetto meneghino, c’è il mutamento di una consonante alveolare sonora in “r”. Si chiama “rotacismo”, ed è ciò che ha dato vita, già nella declinazione interna latina, al passaggio “flos-floris” da cui il nostro “fiore”, oppure nel dialetto milanese dei miei genitori a “curtell” in luogo di “coltello”, “regolizia” invece di “liquirizia”, “scoeura” al posto di “scuola” (vabbè: “scuola” la lascerei perdere come esempio in questi giorni di vacanza e altro).
Mi è venuto in mente questa mattina quando, svegliato dai figli che non avevano esaurito ieri il montaggio del bendidio di LEGO arrivati per Natale, ho apostrofato il maggiore con un sano “Fa’ minga ‘l martul” che il buon Porta avrebbe sottoscritto.
“Màrtul”, tipico epiteto milanese al pari di “pirla”, “ciulandari”, “baloss” et similia è di quelli che affettuosamente più ci si dice, anche nella sua cacofonica estensione “martulòtt” o – con rotacismo, appunto – “marturòtt”. È lo sciocco, l’ingenuo, il sempliciotto, o anche semplicemente quello cascato dentro per innocenza e candore.
Come ogni anno il giorno dopo Natale si festeggia Santo Stefano, il “protomartire”, il primo martire della Chiesa delle origini. Tralasciando la sfortuna che mi perseguita da 44 anni, durante i quali l’adagio più comune è “ti facciamo un bel regalo graaaande a Natale, nè, così mettiamo insieme le due cose!”, proprio detto così, accompagnato dal “nè” meneghino, sottolineo che il termine greco “martyr” = “testimone”, da cui il nostro italiano “martire”, pronunciato con la “y” semivocalica il cui suono è più una “u” che una “i” (la “ü” di “cü”, per dirla sempre alla milanese) nella mia testa si sovrappone al “martur” di cui sopra.
Un testimone è uno sciocco? Vale la pena essere coerenti con i propri valori correndo il rischio di essere lapidati? Dove si trova il coraggio di perdonare i propri aguzzini come gli Atti degli Apostoli raccontano di Santo Stefano? È per forza necessario che passi un calice come questo per divenire “santi”? Perché dopo Natale la liturgia della Chiesa ci racconta subito la storia di Santo Stefano e poi, il 28, quella dei Santi Martiri Innocenti, i bambini sterminati da Erode alla caccia furibonda del piccolo Gesù? La fede porta con sé coraggio e dolore? Testimoniarla è da “martur”?
Sono sceso a montare la stazione di Polizia dei LEGO coi miei figli, santi perché innocenti. La vita nel mondo delle costruzioni è lineare, coerente, fantasiosa ma pulita. È la nostra, di vita, a dipanarsi per vie traverse in cui i “martur”, i semplici, inciampano. Santo Stefano ci testimonia che, tutto considerato, è meglio stare dalla parte di chi le pietre le riceve che da quella di chi le tira.
Stefano (non poteva essere altrimenti) Motta
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