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Scritto Martedì 28 gennaio 2020 alle 11:15

Dopo la memoria?

Ci sono regali di Natale che giacciono intonsi da anni nei recessi più impensati di casa mia. Aperti, apprezzati di fronte al donatore, persino forse desiderati sul momento, e poi abbandonati. Parole spese con ampollosità e pompe magne annesse, spentesi nella banalità del quotidiano. Il tempo è così: si dice che sia galantuomo, che possa essere talora persino una medicina, perlopiù è uno schiacciasassi che tritura stolidamente persino i macigni e i propositi che credevamo più granitici.
"Cose, e non parole" è uno dei motti del "Caffè", il periodico pubblicato dal 1764 al 1766 per opera dei fratelli Verri, Pietro e Alessandro (l'altro, Giovanni, era impegnato ad amoreggiare con Giulia la Rossa), con il contributo non secondario di Cesare Beccaria, che della Giulia era il padre e di Alessandro Manzoni fu il nonno, non so se mi spiego. Giacché Alessandro è figlio del conte Pietro Manzoni come io discendo dalla nobile dinastia di chi inventò il panettone, ma lui, quell'Alessandro, scriveva molto meglio di me, e nel capitolo ventottesimo dei "Promessi Sposi", dice bene che "noi uomini siam in generale fatti così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi; sopportiamo, non rassegnati ma stupidi, il colmo di ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile".
Lo diceva a proposito della carestia e della rivolta del pane, e dei soprusi visti, mal digeriti, osteggiati da principio, e poi tollerati (perché "mors tua vita mea"), forse persino giustificati se non addirittura condivisi. Ma vale per ogni frangente della nostra esistenza, poiché la carestia e la peste nel Romanzo sono simboli del male universale, non solo cronache dei fatti contingenti il Seicento.
Ieri era il 27, fra poco sarà il 4 febbraio: da "Schindler's list" a Sanremo il salto è carpiato ma avverrà a breve.
Non che si debba flagellarsi ogni giorno con il ricordo del male che è stato, ma se la Memoria, al posto che essere una pagnotta annuale enorme e finanche indigesta, fossero briciole sul cammino quotidiano, in cui inciampare, allora sì si tradurrebbe in comportamenti virtuosi. "Pietre d'inciampo", secondo la felice invenzione dell'artista tedesco Gunter Demnig.
Una di queste è stata posta proprio ad Acquate, in uno dei due rioni di Lecco che si contendono il blasone di "paese di Renzo e Lucia", e ricorda la deportazione di Pietro e Lino Ciceri, padre e figlio (Clcca qui).
Nel marzo di due anni fa presenziavo al cippo di Pagnano alla cerimonia di commemorazione per i 40 anni della strage di via Fani: ascoltavo gli alunni della Scuola Primaria intitolata ad Aldo Moro leggere i loro pensieri e mi chiedevo "chissà se li hanno scritti loro, chissà cosa ne sanno delle BR?". Che è la stessa domanda che mi sono fatto quando mio figlio è tornato da scuola con un lavoretto sulla Shoah.
Credo che perché la memoria si traduca in comportamenti, e non sia solo la venerazione della cenere, chi ha responsabilità istituzionali o intellettuali o anche solo educative debba darsi come obbligo morale quello di essere fastidioso. Di disseminare di piccoli inciampi quotidiani l'esistenza stolida delle generazioni chine sugli smartphone (come quel cippo). E di esempi, naturalmente. Ieri era il 27 gennaio, Giornata della Memoria per le vittime dell'Olocausto, e abbiamo parlato, suonato, proiettato film, pianto, discusso. Oggi è il 28: che si FA perché cose del genere non accadano più?
Stefano Motta
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