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Scritto Domenica 28 giugno 2020 alle 18:38

Casatenovo da scoprire/12: viaggio inedito nell'affascinante storia di Cascina Porrinetti

Dopo la pausa dovuta al Covid-19, torniamo a parlarvi dei luoghi storici di Casatenovo. Nella puntata di oggi, la dodicesima, la protagonista è Cascina Porrinetti, che si trova nel territorio casatese al confine con Correzzana, il che le permette di classificarsi come una delle ultime cascine del territorio lecchese. Conosciuta in zona anche come "Cassinetta", questa struttura presenta due versioni rispetto alla nascita del suo nome.

Cascina Porrinetti vista dall'alto

La prima lo attribuisce alle coltivazioni del porro, una verdura che qui aveva trovato un terreno particolarmente adatto e fertile dove crescere. La seconda versione fa riferimento ad un libro sulla diocesi di Milano, scritto da don Rinaldo Beretta, un presbitero e storico lombardo, dove in un capitolo sugli antichi conventi di Casatenovo si parla di un certo Giorgio Consonni, il quale lasciò in eredità Cascina Porrinetti al convento di San Giacomo. In questa frazione, Porrinetti appunto, dovrebbe aver vissuto un uomo conosciuto come Nonno Porrino, dal cui nome è nato quello con cui la cascina è conosciuta oggi.
La proprietà della cascina risale alla famiglia Carminati De' Brambilla, che viveva in quella che era un tempo una maestosa villa padronale posta proprio accanto alla cascina. Questa villa si distingue dagli edifici della Porrinetti per un portone separato e ancora oggi visibile, ma l'abitazione presenta comunque alcune finestre che danno sulla corte e che, all'epoca, permettevano di controllare la cascina. Una volta che i più anziani della famiglia se ne sono andati, gli edifici sono stati venduti ai propri affittuari; si parla degli anni '50 circa. A ricordo della famiglia Carminati De' Brambilla rimane un'effigie ancora visibile nel piccolo cortile posto subito aldilà del portone. Questa effige ricorda il Capitano Giorgio Carminati De' Brambilla, morto in Albania il 29 Aprile 1918, a soli ventidue anni, a causa della Prima Guerra Mondiale.

Il pozzo presente al centro del cortile

Le prime tracce della cascina risalgono al 1600/1700, con significative integrazioni nella parte più a sud nel secolo successivo. La chiesina della Beata Vergine del Rosario che si trova all'entrata della cascina, invece, ha una menzione in un documento del 1692. Secondo la tradizione, l'edificio religioso fu fatto costruire anni prima dalla proprietaria della cascina per permettere ai suoi abitanti di andare a messa e curarsi spiritualmente. Col brutto tempo, infatti, venivano rovinati i sentieri circostanti, che divenivano impraticabili e non permettevano a chi stava a Cascina Porrinetti di andare a messa. Nella metà del secolo scorso, questa chiesina è divenuta parte della proprietà parrocchiale: il prevosto Don Grossi diede mandato all'avvocato Perego, da poco laureato, di presentare un ricorso al Tribunale di Lecco per acquisirla alla proprietà parrocchiale. Poco prima dell'udienza fissata dal Tribunale, però la proprietà acconsentì alla cessione alla Parrocchia della chiesina e da allora questa è affidata alla cura dei residenti. Tuttora, qui si celebra regolarmente una messa prefestiva. Gli abitanti della Cassinetta, grazie a questa chiesa, non andavano mai in parrocchia a Casatenovo, se non per celebrazioni più importanti quali matrimoni, battesimi e cresime. Qui non c'era un prete fisso, ma per molto tempo la messa è stata celebrata da don Luigi Colombo che veniva sempre a dire messa la domenica mattina alle 8.

Galleria immagini (clicca su un'immagine per aprire l'intera galleria):


Il sacerdote si recava in cascina grazie ad una macchina dei Vismara che lo portava qui, dove venivano a partecipare alla funzione anche persone dalle cascine Gemella e Toscana.
Oltre alla chiesina e alla villa dei Carminati De' Brambilla, la cascina è formata anche da una parte rurale adibita ad abitazioni, stalle e rustici. Al centro di uno dei due cortili, poi, compare un pozzo. Questo dovrebbe essere della stessa epoca della chiesina e, fino al secolo scorso, serviva a raccogliere l'acqua, la quale era riconosciuta come la più fresca nel circondario secondo la tradizione, che veniva utilizzata per usi domestici. L'accesso a questa fonte fu possibile fino alla caduta di alcuni calcinacci, i quali resero il pozzo inutilizzabile. Più indietro nel tempo, lo stesso pozzo veniva utilizzato da alcuni monaci, che non si volevano far vedere dalle persone e raggiungevano la fonte tramite un condotto sotterraneo. Questi monaci, secondo la tradizione, abitavano un piccolo convento di clausura che sorgeva nei pressi della corte.

Gli affreschi di San Giobbe e Sant'Antonio Abate

Un altro elemento di spicco della Cascina Porrinetti è il trittico religioso posto sotto ad un portico che si trova in un edificio appena entrati sulla destra. Questo è composto da Giobbe, Sant'Antonio Abate e, al centro da una Madonna. L'elemento più interessante dei tre è sicuramente la Madonna; questa è particolare, lontana dalle iconografie classiche della Vergine ma anche da quelle che si trovano di solito in questa zona. Essa, infatti, viene chiamata Madonna degli zingari o della Basella, un santuario che si trova nel comune di Urgnano, nella Bergamasca. Il nome Madonna degli zingari (o anche Regina degli zingari), invece, è attribuito agli abiti e alla posa. La Vergine, infatti, porta due orecchini pendenti, una collana di perle al collo e una corona sul capo, da dove parte un lungo velo scuro che scende lungo le spalle. Indossa un lungo abito tutto bianco, stretto ai fianchi da una cintura, con un corpetto ricamato e una larga gonna a pieghe. Ha poi una posizione eretta, un aspetto solenne, da regina; il suo viso non esprime particolari sentimenti, ma solo autorevolezza. Tiene le braccia lungo il corpo: dalla destra le pende un rosario, mentre nella sinistra porta il Bambino con un atteggiamento distaccato, sembra quasi volerlo allontanare da sé per offrirlo ai fedeli. La statua è posta in una nicchia ed è realizzata in cartapesta, i due santi a destra e a sinistra, invece, sono due dipinti. Quello a sinistra raffigura Giobbe, protettore dei bachi da seta, e raffigura, dietro al personaggio, un albero di gelso coi bachi. Sotto il dipinto, poi, compare la scritta P di B, abbreviazione del dialetto "Prutetur di bigatt", ovvero protettore dei bigatti, i bachi da seta.

La chiesina della Beata Vergine del Rosario

A destra della Madonna, invece, troviamo Sant'Antonio Abate, il protettore della vita in cascina, soprattutto contro gli incendi, che porta in mano una fiaccola e presenta, ai piedi, un porcellino. Intorno a questo trittico, probabilmente, c'erano delle greche come decorazioni, mentre davanti ad esso si trovano i resti di un altarino e due vecchi vasi di fiori finti, segni di una devozione passata, molto lontana nel tempo. Il muro, che contiene la nicchia, è di colore marrone percorso da linee bianche che, assieme a una corona di stelle blu, formano una specie di cornice.
Da segnalare è sicuramente il ritrovamento, nel lontano 1770, di un cippo in marmo bianco risalente all'Epoca Romana, probabilmente del IV secolo d.C. Questo cippo fu posto prima nel giardino della Villa Reale di Monza e poi donato da re Umberto al Museo Archeologico di Milano.

Per quanto riguarda la vita in cascina, tutti erano allevatori o contadini. Prima che arrivasse la Vismara, tutti lavoravano lì, c'era qualche mucca, la stalla e i campi coltivati, nessuno andava in ditta. Le famiglie erano circa quattro oltre ai Carminati De' Brambilla: Perego, Crippa, Frigerio e la più grande, quella dei Casati. Negli ultimi cinquant'anni qualcuno ha iniziato ad andare a lavoro, ma prima si lavorava solo lì. Ognuno si gestiva un po' per conto loro per guadagnare soldi e pagare l'affitto ai proprietari; talvolta le famiglie erano però chiamate a "dare" delle giornate di lavoro per i terreni rimasti in capo alla proprietà e il corrispondente importo veniva scalato dall'affitto. Non si andava quasi mai a Casatenovo, la spesa si faceva nella corte della cascina, tramite gli ambulanti che passavano ogni tanto. Si usciva poche volte e spesso a gruppetti, tre o quattro donne andavano al mercato il sabato mattina, sempre a piedi e lungo la strada che ancora non era asfaltata. In paese si andava solo per quel motivo, oppure per la parrocchia e la posta. C'erano invece rapporti, più che altro tra i contadini, con le cascine Gemella e Toscana. La lontananza della cascina dal capoluogo rendeva, in effetti, particolarmente complicate alcune funzioni come recarsi in centro, in chiesa o a scuola. Oltre alle strade, venivano regolarmente usati alcuni sentieri, in particolare quello che dall'attuale Via S. Francesco conduceva al Rombello ed al Giovenigo per poi sbucare a S. Rocco e quindi in centro a Casatenovo e quello che portava alla Cascina Lodosa che veniva usato in particolare dagli affittuari della Corte di Campofiorenzo quando dovevano recarsi a "pertegàà l'acqua" nelle tubazioni dell'ex-acquedotto Mellerio.

Uno di questi sentieri, che dalla Cassinetta attraversava i campi e passava anche da cascina Lodosa, collegava ad una fermata del pullman, il quale si prendeva per andare a Monza. A scuola, invece, si andava a Modromeno per la prima e seconda classe e a Montecarmelo per le restanti tre. Si creava una sorta di precursore dell'attuale piedibus perché il gruppetto di bambini cresceva mano a mano che si passava dalle altre cascine: Gemella, S. Francesco, Levada, ecc. Si andava a Rogoredo, al quale si arrivava sempre tramite quel sentiero. Quando c'era il brutto tempo e nevicava, però, si era quasi intrappolati in cascina.
Gli abitanti del posto, infine, ricordano due particolari eventi in cascina. Il primo è un grosso incendio che aveva distrutto parte del fienile dei Casati, arrecando molti danni; il secondo, più frequente e tipico delle cascine, era l'uccisione del maiale. In questa occasione ci si alzava presto per andare a vedere l'uccisione dell'animale, il quale veniva poi cucinato e mangiato insieme a tutti gli abitanti della Cassinetta.

La testimonianza di Cascina Porrinetti, in conclusione, è importante sia dal punto di vista della vita in cascina e delle tradizioni di un tempo passato, sia della presenza dei segni del sacro, che sono diffusi in tutto il nostro territorio.

Si ringrazia, per il contributo, Francesco Biffi, Aldo Villa, Letizia Confalonieri e il Gruppo AFCB per alcune delle immagini presenti nell'articolo.

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