Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o se vuoi negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Proseguendo la navigazione nel sito, acconsenti all'uso dei cookie.
ACCETTA
  • Sei il visitatore n° 263.762.851
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
bandi e concorsi
cartoline
Scritto Mercoledì 04 novembre 2020 alle 17:36

Monticello: il ''Giro'' stravolto dal Covid raccontato dall'inviata Giorgia Monguzzi

Il 2020 è stato sino ad oggi un anno travagliato a causa della pandemia da Coronavirus che ha costretto anche il mondo dello sport a stravolgere i suoi piani. Il ciclismo ne è stato colpito in pieno, molte gare sono state cancellate e il calendario totalmente modificato.
A raccontarci questi cambiamenti è stata Giorgia Monguzzi, un’inviata brianzola che ha vissuto la nuova situazione sportiva in prima persona. Ventidue anni e originaria di Monticello, dopo una laurea in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’università degli Studi di Milano e un diploma in sceneggiatura alla prestigiosa scuola di cinema Luchino Visconti, la giovane sta ora concludendo il percorso magistrale in Editoria, Culture della Comunicazione e della Moda.
Fin da bambina Giorgia è appassionata di ciclismo e di scrittura ed è stata in grado di unire queste due passioni anche nella vita professionale grazie a “tuttoBICI”, una delle testate più prestigiose nel panorama ciclistico italiano e con la quale collabora ormai da anni.
In un’intervista esclusiva per il nostro giornale Giorgia ci ha raccontato com’è nata la sua passione per lo sport a due ruote e le sue ultime esperienze al Giro Rosa e al Giro d’Italia.


Giorgia Monguzzi

Quando e come ti sei appassionata al ciclismo? Hai mai praticato questo sport?
“Mi sono appassionata a questo sport grazie a mio papà Carlo, che è sempre stato tifoso fin da giovane e andava anche a fotografare le varie corse. Il mio incontro con il ciclismo è avvenuto precisamente nel 2002 quando avevo solo quattro anni e mezzo: quell’anno il Giro d’Italia è arrivato a Monticello Brianza per la penultima tappa e così mio padre, che non vi poteva rinunciare per nessuna cosa al mondo, mi ha portata con lui ad assistere alla corsa. Nel momento in cui ho visto la maglia rosa mi sono innamorata del ciclismo e ho iniziato a seguirlo, il mio punto di riferimento è diventato Paolo Savoldelli che proprio quel giorno indossava il simbolo del primato. Correre in bicicletta è sempre stato il mio grande sogno, ma anche il mio rimpianto. A causa di un problema fisico abbastanza grave non ho mai potuto correre e ho capito che l’unico modo per continuare a seguire questo sport sarebbe stato farlo da tifosa. Con gli anni ho imparato a conviverci, anche se penso di non aver mai accettato del tutto questa situazione”.


La giovane monticellese con Davide Formolo

Quando hai capito che potevi scrivere di ciclismo?
“Tutto è cambiato nel 2012, anno cruciale perché sono accadute due cose fondamentali nella mia vita. In primis, grazie a mio papà che ha iniziato a lavorare nell’ambito del ciclismo in maniera più continuativa ho avuto la possibilità di assistere ‘dall’interno’ al Giro d’Italia. Ho seguito con lui la tappa che arrivava al Pian dei Resinelli e per la prima volta mi sono addentrata nella sala stampa. Ero solo una quattordicenne in mezzo a tanti giornalisti affermati nel ciclismo. È stata una sensazione strana ed emotivamente forte. Mi ricordo ancora di un giornalista dell'Ansa, che ha iniziato a definirmi come la mascotte del gruppo e ancora oggi, a distanza di anni, continua a ripetermelo.
Il secondo momento importante risale invece all’estate del 2012 quando ho subito un intervento chirurgico piuttosto impegnativo, che ha stravolto la mia vita e la mia visione del mondo. All’intervento è seguito un periodo molto difficile, ma ho trovato nella scrittura un modo per ripartire e per stare bene con me stessa. Scrivere mi è sempre piaciuto, ma solo in quel momento ho capito che poteva davvero aiutarmi. Nel 2014 ho aperto un blog dal titolo emblematico “Il sogno di una bicicletta da corsa” in cui raccontavo storie sul ciclismo perché nel frattempo aiutando mio padre con le foto sono riuscita a vivere le corse più da vicino, cogliere le varie dinamiche, incontrare i corridori e farmi conoscere. Da quel momento non mi sono più fermata”.


Giorgia con il papà Carlo

Com’è nata la collaborazione con “tuttoBICI”?
“Negli anni ho cominciato a lavorare per alcune agenzie fotografiche e nel frattempo, grazie al mio blog, ho iniziato a collaborare con alcune testate del settore e non solo. La grande svolta è arrivata con “tuttoBICI” perché in Italia è sicuramente il sito online di riferimento per il mondo del ciclismo. Per questa grande opportunità ringrazierò sempre il direttore Pier Augusto Stagi, che ha creduto in me e mi permesso di fare parte della squadra. Ormai la redazione è diventata la mia seconda famiglia, cooperiamo insieme e ci sentiamo degli ingranaggi che si completano a vicenda. Nel mese di ottobre abbiamo raggiunto un altissimo livello di lettori e questo risultato è stato possibile grazie a tutti noi. Lavorare per questa testata è un’opportunità enorme, ho imparato tanto e posso imparare ancora di più”.


A sinistra Anna Van der Breggen

Data la diffusione del Covid-19 come si è adeguato il mondo del ciclismo?
“Il mondo del ciclismo e in generale il mondo dello sport è stato duramente colpito dal virus. I mesi del lockdown sono stati particolarmente duri per i corridori che non potevano allenarsi all’aperto e facevano solo rulli. Il ciclismo, a differenza di sport come il calcio, non ha un luogo chiuso in cui correre. Il bello di questo sport è proprio gareggiare per le strade dei paesi ed essere accolti dalle persone. La maggior parte delle corse ha cambiato collocazione del calendario, ad esempio tutte le corse di marzo e aprile sono state spostate nei mesi autunnali e la stessa sorte è toccata al Giro d’Italia. Molti corridori hanno sentito la mancanza di preparazione ed è cambiato proprio il modo di vivere questo sport. Per ogni corsa l’Unione Ciclistica Internazionale ha stilato un protocollo e una delle norme imposte è stata creare intorno ai corridori una sorta di bolla che in qualche modo impedisce il contatto con il mondo esterno”.

Quest’anno nel mese di settembre hai avuto la possibilità di seguire come unica inviata italiana, oltre alla Gazzetta dello Sport, il Giro Rosa, gara a tappe del calendario internazionale femminile. Com’è stata la tua esperienza?

“Andare al Giro Rosa come inviata per “tuttoBICI” è stata una grandissima opportunità. Non avevo mai seguito da sola una corsa a tappe dall’inizio alla fine. Ho vissuto questo Giro insieme all’organizzazione e questo mi ha permesso di vedere dall’interno cosa c’è dietro le quinte di questo evento al femminile. Il Giro Rosa è una grande famiglia, soprattutto per il dipartimento della comunicazione che è capeggiato da Lino Santoro, a cui devo dire un immenso Grazie.
Fra le atlete c’è un legame particolare, competitivo, ma quasi rilassato e disteso. Partecipare in veste di giornalista al Giro è stata un’esperienza fantastica, che mi ha dato la possibilità di cimentarmi in qualcosa di nuovo a causa dell’emergenza sanitaria, ma soprattutto per la prima volta la responsabilità era solo mia. Questa esperienza mi ha dato veramente tanto, ho intervistato delle grandi fuori classe e mi sono trovata coinvolta in avventure che mai avrei pensato di fare”.


Giorgia con il tre volte campione del mondo e icona del ciclismo Peter Sagan

Hai sentito la tensione nel Giro Rosa? C’è stato un momento particolare che vuoi raccontare?
“La tensione un po' c’era perché sentivo di avere una certa responsabilità sulle mie spalle. Ero una delle prime persone a dover comunicare le notizie e ad aggiornare costantemente sulla corsa. Fortunatamente ho avuto dei compagni d’avventura che mi hanno aiutata: da una parte Alessandra Giardini, giornalista della Gazzetta dello Sport, una grandissima professionista e una persona straordinaria; e poi c’era Flaviano Ossola, che nell’ambito del ciclismo femminile è il fotografo italiano più importante in circolazione. Ho lavorato sempre al suo fianco sia nel pre-gara sia nel post-gara perché era fondamentale avere i suoi scatti per raccontare la corsa. Per me è stato una presenza importante e lo devo ringraziare per avermi sempre tirata su di morale, per avermi detto di non mollare mai, soprattutto nei primi giorni.
Al Giro Rosa ci sono stati tantissimi momenti belli ed emozionanti, ma se dovessi sceglierne uno in particolare direi quello della terzultima tappa con l’arrivo a Maddaloni. Quello che è successo nel dopogara è stato pazzesco: nell’ultimo chilometro la ex campionessa del mondo e maglia rosa Annemiek Van Vleuten è caduta, noi non la vedevamo arrivare al traguardo e non capivamo cosa fosse accaduto. In serata si è poi ritirata, ma noi nell’immediatezza dovevamo raccontare al mondo cosa stava succedendo, ma non avevamo le immagini e nemmeno molte informazioni, eravamo veramente in tensione, ma con un buon lavoro di squadra abbiamo messo insieme i pezzi. È stata poi pubblicata una foto, che ha fatto il giro del mondo, in cui si vede la campionessa con me sullo sfondo. Io la guardo scioccata e quasi impaurita, penso che quello scatto descriva alla perfezione quegli istanti di confusione”.

Giorgia con il fotografo Ossola

Poi nel mese di ottobre sei ripartita per il Giro d’Italia maschile. Che esperienza è stata? È stato lo stesso nonostante la pandemia?
“Senza dubbio il Giro d’Italia è una competizione più grande con occhi puntati da tutto il mondo e i protocolli erano veramente molto rigidi. Per noi giornalisti è stato molto difficile lavorare perché non si potevano avvicinare i corridori per porre loro qualche domanda a caldo. Il clima era strano: tra i corridori e i rappresentanti dei media si percepiva questa distanza e mancanza di contatto che nel ciclismo è fondamentale. Molti ciclisti hanno risentito dell’assenza del pubblico, non poter scambiare con loro qualche parola prima e dopo la gara, fare le foto, gli autografi è stata una grande mancanza.
È stato un Giro che rimarrà di sicuro nella storia perché non c’erano i tifosi e soprattutto sono successe delle cose incredibili: a Cesenatico una squadra ha scritto una lettera all’Unione Ciclistica Internazionale chiedendo di far fermare il Giro prima di approdare a Milano; addirittura a Morbegno i corridori hanno scioperato e gli organizzatori hanno dovuto stravolgere la tappa… ha fatto un certo effetto essere lì a raccontare al mondo tutto questo”.


A destra Annemiek Van Vleuten

Come vedi il tuo futuro?
“In realtà mi fa strano parlare di futuro perché sono una persona piuttosto pessimista. Però devo ammettere che ho molti progetti. In primo luogo, ho intenzione di proseguire il mio lavoro nell’ambito del ciclismo, continuando a lavorare per “tuttoBICI” per migliorarmi sempre di più. Negli anni ho sempre scritto non solo di ciclismo, ma anche storie, racconti e spero che un giorno ci sarà un editore che voglia mettersi in gioco e scommettere su di me. Coltivo anche il sogno di poter lavorare nel cinema, infatti mi piacerebbe arrivare a scrivere sceneggiature per il cinema o per la televisione. In questi mesi sto scrivendo molto e magari un nuovo lockdown (ormai prossimo) mi darà una nuova vena creativa” .
Silvia Buzzi
© www.merateonline.it - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco