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Scritto Venerdì 30 aprile 2021 alle 15:26

1° maggio 2011 – 1° maggio 2021 : 10 anni e quali cambiamenti?

Oggi, scartabellando nel mio archivio di appunti vari mi sono occasionalmente imbattuto in un mio vecchio scritto da lavoratore preoccupato, come molti altri a varie latitudini, per il proprio posto di lavoro alla Leuci di Lecco, fabbrica purtroppo ormai chiusa da tempo nonostante anni di lotta e di controproposte concrete “dal basso”per mantenere i posti di lavoro e rilanciare con attività innovative.
Era il maggio 2011 e 10 anni dopo trovo quelle stesse questioni (aggravate) che ponevo allora, ancora di grandissima attualità, giudichi il lettore.
Oggi sono un pensionato e cittadino attivo e continuo a credere che ognuno di noi debba fare la propria parte per contribuire collettivamente a cambiare questo sistema di regole e valori (direi spesso disvalori) che permea a tutti i livelli la nostra Convivenza Civile.
“Uscire dall'economia del profitto e costruire la Società della Cura” è questo il titolo di un eloquente articolo del settembre 2020  che avevo letto e che qui evidenzio :
https://www.liberacittadinanza.it/articoli/societa/manifesto-uscire-dalleconomia-del-profitto-costruire-la-societa-della-cura
Così pure quest'altro articolo del novembre dello stesso anno sull' “Economia di Francesco”, una delle tante iniziative promosse da Papa Francesco per un cambiamento strutturale del modo di concepire e praticare l'Economia (CLICCA QUI)
In questi periodi di PNRR e Recovery Plan mi limito solo ad aggiungere : Non basta investire miliardi occorre realmente CAMBIARE !
In questo senso non posso che confermare, con qualche adattamento, la stessa “qualifica” con cui già allora mi definivo. Quindi l'invito, che rivolgo a tutti, è quello di mettere al bando ogni tipo di rassegnazione !



LETTERA DAL MONDO DEL LAVORO
                                       
Sono un lavoratore.
Penso non sia importante  aggiungere di quale fabbrica del nostro territorio, perché siamo in molti a vivere situazioni occupazionali critiche in quest’Italia , oserei dire in questo mondo, dove sempre più il Lavoro viene ridotto esclusivamente a merce e le Persone ad elementi di costo.
Con questa lettera aperta non mi preme tanto informare sull’ennesima intricata situazione aziendale, quanto esprimere pubblicamente alcune riflessioni e sollevare qualche interrogativo che possa aprire uno spazio di confronto su alcune questioni di carattere più generale che però condizionano pesantemente e quotidianamente le nostre vite a partire da quella lavorativa.
Senza girarci troppo attorno, le domande di fondo che mi pongo e pongo a tutti è : Quali sono oggi i valori di riferimento nel vasto mondo del lavoro ? Quali i principi ed i fattori reali che contano ? Qual’è la mentalità “normale” che si respira ?

Prendo spunto da un articolo comparso sulla stampa locale qualche tempo fa che parlando della nostra situazione citava letteralmente : “ … E’ la spietata legge della globalizzazione. La’ in Africa e nell’Europa, costa tutto molto meno e se la qualità è garantita perché non andarci ? I conti devono tornare... la nuova proprietà non è locale, e guarda prima di tutto ai suoi interessi, come biasimarla ? se non sarà più conveniente produrre qui, se ne andrà, semplice e scontato, la città perderà un’altra sua pietra miliare della sua era industriale, e lì che ci faranno ? resterà produttiva ?
il sindaco apre anche ad altre soluzioni ….”
Mi chiedo : è normale tutto questo ? E’ veramente così ineluttabile e soprattutto veramente non biasimevole visto che la nostra azienda è si in sofferenza ma è tutt’altro che “cotta” ?

Ritorno col pensiero alla nostra Costituzione che abbiamo, non molto tempo fa, difeso da una smaniosa voglia di presunta modernità.
Da un libricino per studenti universitari, che da allora conservo, leggo :

“ Art.1 : L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro “ ; nelle note alla voce lavoro c’è scritto : “ valore fondamentale che qualifica la forma di Stato e che impone il perseguimento di una politica di difesa sociale attraverso la promozione e la tutela di ogni attività lavorativa “ ;  nell’introduzione al titolo III che regola i rapporti economici si legge : “….I rapporti di lavoro e di produzione non sono stati dal costituente abbandonati al libero gioco del mercato, in quanto la Costituzione impone allo Stato di assicurare il rispetto della libertà, della sicurezza e della dignità umana e la piena realizzazione del diritto al lavoro “.
“Art.35 : la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni…”
“Art.41 : L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale od in modo di recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana….”; nelle note trovo :
“ Utilità sociale : ogni attività privata, sebbene finalizzata al perseguimento di un profitto personale, non può identificarsi con l’interesse esclusivo dell’imprenditore, ma deve realizzare , seppure indirettamente, interessi della società nel suo complesso. Nel disegno del legislatore costituente, lo sviluppo economico non è un fine, ma un mezzo per la realizzazione dei valori fondamentali della persona e dei doveri di solidarietà sociale. “
“ Art.42 : La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti od a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. “; nelle note si legge : “ Funzione sociale : Il diritto di proprietà deve soddisfare contestualmente l’interesse individuale del suo titolare e l’interesse della collettività, con il quale l’esercizio del diritto potrebbe entrare in conflitto, in tal caso fra l’interesse privato e quello sociale, è quest’ultimo a prevalere.”

In definitiva ne conseguirebbe , sia per la norma che per lo spirito della nostra Costituzione, che occorre ricordarlo sempre, è la Magna Charta della nostra convivenza civile, che l’imprenditoria è legittimata pienamente non unicamente “pro-domo sua“ ( interesse privato ) ma in quanto anche finalizzata a scopi sociali ( posti di lavoro ).
Perciò se l’imprenditore prescindesse dai fini sociali, non sarebbe più legittimato socialmente anzi, se fosse solo mosso da intenzioni speculative particolari ( ad esempio lo “sfruttamento“ di marchi produttivi italiani per commercializzare sostanzialmente prodotti d’importazione oppure “svuotare” aziende per fare business immobiliare sulle aree dimesse …ecc., ecc…) finirebbe col diventare un vero e proprio “parassita sociale” e quindi andrebbe, Costituzione alla mano, contrastato sia dallo Stato che dalla Società Civile ( compreso il mondo dell’informazione ).
Coerentemente nessun uomo o donna delle Istituzioni dovrebbe “fare da sponda” a simili ipotesi ma semmai scoraggiarle apertamente proprio in ragione dello specifico ruolo statuale.
Così pure dalla Chiesa in ragione della propria costante Dottrina Sociale. Dall’ Enciclica “Laborem exercens” di Giovanni Paolo II ( p.12 dell’ Introduzione : Priorità del Lavoro ) : …si deve prima  di tutto ricordare un principio sempre insegnato dalla Chiesa. Questo è il  principio della priorità del “lavoro” nei confronti del “capitale”... “.
Anche un Sindacato che, magari inconsciamente o per eccesso di senso di realismo, finisse con l’assuefarsi a svolgere in sostanza solo una funzione lenitiva o di gestione della riduzione del danno,
rischierebbe di snaturare la propria funzione sociale.
Altra cosa sarebbe di un imprenditore che s’impegnasse realmente a fondo, anche e soprattutto in un contesto difficile di mercato, a coniugare giuste esigenze di profitto con l’altrettanto irrinunciabile funzione sociale d’impresa ( dare posti di lavoro ). A quest’ultimo non potrebbe non andare la stima e la riconoscenza di tutti.
Purtroppo però sempre più spesso stiamo assistendo ad uno stravolgimento dei valori fondanti non solo del mondo del lavoro ma anche della nostra convivenza civile che vede la Persona essere  sempre più ridotta al servizio della cosiddetta economia di mercato piuttosto che il contrario, come dovrebbe  essere in un normale sistema sociale che ponga realmente “al centro” l’Uomo.
L’aspetto particolarmente grave è che tutto questo “scivola via” sottosilenzio, anzi spesso è considerato normale, scontato, ci si è fatta l’abitudine quasi che fosse ineluttabile.
E’ vero la penuria, se non addirittura l’assenza, di strumenti normativi e contrattuali ( alla Politica ed al Sindacato dare risposte tutelative concrete ) rende enormemente complicato l’opporsi a questa cultura della massimizzazione dei profitti anche a scapito dell’Uomo, con l’aggravante di un sistema legislativo che sostanzialmente pone pochissimi argini a comportamenti antisociali.
Ma è proprio così vero che non si possa concretamente andare oltre la riduzione del danno ricorrendo in sostanza ai soli cosiddetti ammortizzatori sociali, pur a volte necessari ?
Perché non sarebbe invece possibile, Costituzione e Dottrina Sociale della Chiesa alla mano, costruire una virtuosa convergenza d’azione, un vero e proprio “cordone sociale” protettivo, per scoraggiare questi eventuali comportamenti speculativi che pretestuosamente pretenderebbero di trovare giustificazione nell’ “assolutismo economico” ????

Tocca a tutti e ad ognuno di noi contribuire a costruire risposte concrete in altrettanto concrete situazioni !!!!
 
1° MAGGIO 2011

Un lavoratore che non si rassegna
Germano Bosisio
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