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Scritto Venerdì 03 aprile 2015 alle 18:12

Riforma sanitaria/2: lecchese penalizzato, Manzoni e Mandic dentro un’unica Azienda sociosanitaria con Seriate o Treviglio?

Roberto Maroni e Mario Mantovani
Nel servizio di ieri abbiamo visto l’applicazione della riforma dal punto di vista, diciamo così, geografico con l’assoluta novità dell’aggregazione delle attuali province di Lecco e Bergamo.  Come abbiamo rilevato ieri, al di là, di questo aspetto, pure decisivo, la proposta di legge “unificata” che porterà alla “evoluzione” del sistema sociosanitario lombardo consegnata dal Presidente Maroni alle forze politiche riserva non poche sorprese.
Nella Commissione preposta all’iter legislativo per trasformare in legge le indicazione del famoso “libro bianco” il dibattito riprenderà su basi più concrete e speditamente disponendo ora di un vero e proprio  articolato. Lega e Forza Italia sembrano compatte attorno a questa bozza, il NCD invece mostra maggiore resistenza al cambiamento. Secondo Maroni la proposta è comunque destinata a diventare legge prima dell’estate per procedere entro dicembre alle nuove aggregazioni organizzative e alla nomina dei nuovi vertici (tutti gli attuali 44 direttori generali con i relativi staff “scadono” il 31 dicembre prossimo). La proposta mette fine al lungo e tormentato dibattito che ha seguito la presentazione quasi due anni fa  delle  linee guida.
Il dibattito si è concentrato in particolare in merito sul problema degli accorpamenti e sul futuro dei presidi ospedalieri. In questo ambito le linee guida fornivano delle indicazioni generiche che hanno dato adito anche a previsioni strampalate come quelle relative all’asse della statale 36. Si è discusso per mesi di ipotesi che non trovano conferma nella proposta regionale :  Lecco aggregato a Sondrio, Lecco con Como e Varese, Lecco solo con Como, Lecco con Monza. Niente di tutto questo. Nessuna delle opzioni aggregative discusse in questi mesi ha trovato riscontro. La prima impressione, ma naturalmente siamo proprio alle analisi iniziali, è che per il lecchese la soluzione prospettata di una sostanziale annessione alla provincia di Bergamo non sia incoraggiante. Ma intanto rivediamo quale sarà il nuovo modello organizzativo. Delle 29 aziende ospedaliere attuali ne resteranno soltanto quattro: il Niguarda di Milano, i Civili di Brescia, il San Gerardo di Monza e il papa Giovanni XXIII. Strutture con almeno mille posti letto. Le altre aziende saranno aggregate fra loro sotto la denominazione “Aziende sociosanitarie territoriali ASST”). Il bacino minimo previsto è di 600mila abitanti. In questa logica il Manzoni e il Mandic, dato che la provincia di Lecco arriva a fatica a 350mila abitanti potrebbero essere aggregate a Seriate o a Treviglio. E’ evidente che il Manzoni con questo modulo assume il medesimo ruolo del Mandic e non si esclude che l’alta specialità, ovvero la Cardiochirurgia possa essere chiusa. Una pura ipotesi a tavolino, naturalmente.
L'ospedale di Merate.
Sotto il Manzoni di Lecco

Ma andiamo avanti. Le 15 Asl sono destinate a scomparire per fare posto a una “Agenzia di tutela della salute ATS”) la cui mission è quella di programmare la rete di offerta del Servizio Sociosanitario Regionale.
 Questa agenzia si articolerà in sei Direzioni di sede territoriale (DST) a presidio delle vaste aree che a sorpresa vengono individuate nel testo: Città metropolitana milanese, Varese-Como-Monza, Lecco-Bergamo,  Brescia-Cremona-Mantova,  Lodi-Pavia  e Valtellina-Valcamonica.
All’interno di ogni vasta area verranno istituite più Aziende sociosanitarie territoriali ( ASST) organizzate in un settore territoriale e in un settore ospedaliero. Al settore territoriale afferiranno le attività distrettuali, i  centri sociosanitari territoriali (CSST) e i presidi ospedalieri territoriali (POT). IL settore ospedaliero avrà una organizzazione basata su più livelli distinti per complessità. L’ospedale per acuti dovrà avere un bacino di utenza  di almeno 80mila utenti ( il Mandic ne conta 130 mila e tutto sommato può vantare una buona attrattiva rispetto alla popolazione della cosiddetta “isola” bergamasca).
Gli ambiti delle ASST che ricordano le vecchie USSL saranno definite dalla Giunta regionale che, come dicevamo prima, avrà un preciso limite : il bacino di utenza non dovrà essere inferiore a 600mila abitanti  “anche considerando situazioni di densità abitativa particolarmente  basse”.
E questo è un grosso problema per il Lecchese. Meratese e Casatese in particolare non sono tradizionalmente attratti da Bergamo, semmai da Monza o da Vimercate che, giova ricordarlo, è un ospedale di pari livello del Mandic e del Manzoni.
Il punto interrogativo è rappresentato dalla possibilità di istituire nella vasta area bergamasca-lecchese due ASST, considerando che la provincia di Bergamo conta quasi 1,1 milioni di abitanti.
 Meno problematica appare la situazione nel triangolo Monza-Varese-Como. I territori che gravitano intorno agli ex capoluogo di Provincia contano tutti più di 800mila abitanti. Tre ASST nella vasta area non sono una forzatura.
La proposta “unificata” della maggioranza fa chiarezza  anche in merito al futuro dei presidi ospedalieri con ambizioni da “ hub” e quindi di riferimento per la  vasta area.
Conserveranno la natura di  Azienda ospedaliera (AO) quelle che alla data di approvazione della nuova legge risultano dotate, in un solo presidio, di un numero di posti letto accreditati uguale o superiore a mille. Vale a dire il San Gerardo di Monza e il Papa Giovanni XXXIII di Bergamo dislocati nei territori a noi confinanti oltre ai predetti Niguarda e Civili di Brescia.
Il Sant’Anna di Como e il Manzoni di Lecco dispongono di circa ai 600 posti quindi sono destinati ad essere gestiti  dall’ASST,  come il Mandic.
Il “cuore” della riforma – che a prima vista sembra proseguire nel solco del confronto tra privati (30% dell’offerta sanitaria e pubblici, confronto assai squilibrato) – è la creazione di una sorta di cabina di regia tra i servizi ospedalieri e quelli territoriali al fine, recita il testo di prendere in carico la persona nel suo complesso. Una sorta di ritorno al passato, a 17 anni fa, prima che la riforma Formigoni fosse approvata. Quando le Usl prima e le Ussl dopo gestivano in una sola cabina di regia i servizi socio-sanitari e le strutture territoriali come gli ambulatori.


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