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Scritto Giovedì 17 settembre 2015 alle 17:54

Lo smottamento istituzionale del territorio reclama coraggio e scelte rapide. E la tanto invocata cabina di regia?

Marco Calvetti
L'assetto istituzionale del nostro territorio sta franando, come neanche il San Martino. Ma se il monte marcio, fonte di sciagure secolari, è stato ingabbiato e arginato grazie a una legge speciale e a fondi eccezionali, fatichiamo a scorgere una via d'uscita per un impianto, fresco di vent'anni, destinato a perdere un pezzo al giorno. Ora si stanno levando voci allarmate che si rincorrono, spesso senza incontrarsi, sul destino di Lecco e degli altri ottantanove comuni della defunta provincia.
Con passione, spruzzata di sdegno, il direttore di questa testata, Claudio Brambilla, ha avvertito un bollore nei polpastrelli e ha menato fendenti senza guardare in faccia a nessuno. Come è nel suo (e mio) stile.
Non ho nessuna difficoltà a concordare, in larga misura, sulla sua analisi declinata in chiave locale, mentre sono più prudente rispetto al suo giudizio su Renzi e compagnia governante.
Non gli perdono poi l'accostamento ai compianti Cesare Golfari e Pierluigi Polverari, perchè, avendo vissuto da vicino la loro avventura umana e politica, mi sento autorizzato a dire che è come se paragonassimo il Milan di Sacchi al Lumezzane.
Mettiamola così: il Rino era un formidabile politico d'azione e di pensiero, un professore di strategia mentre Gigi era un autodidatta che con tenacia e fiuto seppe affermarsi come maestro di tattica.

Ma veniamo al nocciolo della questione. Scorrendo gli apprezzabili contributi dei vari interlocutori intervenuti, mi vien da dire che, anche per ragioni anagrafiche, non conoscono a fondo la storia di questa nostra landa. Mi permetto allora di ricordare, a destra e a manca, che nella battaglia per ottenere l'autonomia da Como , combattuta per lustri e lustri, e approdata poi nel 1995 alla nascita della Provincia, circolava una sorta di parola d'ordine che venne copiata dalle consorelle, da Biella a Rimini, a Prato, che suonava così "non vogliamo una provincia dei prefetti delle targhe automobilistiche".
Il tema vero era quello di dare perimetro e sostanza a una realtà socioeconomica che aveva tutte le carte in regola per autogovernarsi. Il processo contagiò associazioni, categorie, forze sociali, molte delle quali erano già indipendenti e furono la locomotiva di quel treno prima balbettante, poi diventato un diretto grazie al voto favorevole dei comuni, di Como, della Regione e del Parlamento.
A cascata si insediarono prefettura, provveditorato, questura, i comandi dei vari corpi militari e via elencando in un vortice di metri cubi.
Ho la sensazione che siano in pochi ad avere le idee chiare e lo sostengo con rammarico perchè sarebbe invece il momento di coniugare la visione, come si dice, con il prodotto reale di riforme calate dall'alto.
Assisto a un gioco di accorpamenti che sanno molto di bussolotti, delineando uno scacchiere dove non sai dov'è collocato il cavallo o la torre. Per esempio sarebbe utile che insieme i partiti, le amministrazioni, il mondo economico e sociale, davanti al rischio di perdere la questura o la prefettura ( che non mi sembra una catastrofe), si battessero per garantire, e anzi accentuare, la presenza delle forze dell'ordine.
La sicurezza dei cittadini non passa dagli uffici, ma dalle strade.
L'idea di un consiglio comunale ad hoc nel capoluogo, avanzata da più parti, mi pare tutt'altro che peregrina, perchè forse permetterebbe un utile foto di gruppo, premessa per quella cabina di regia che, evaporata Villa Locatelli, s'impone nasca a Palazzo Bovara.

Marco Calvetti
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