Scritto Venerd́ 27 novembre 2020 alle 09:41

Un ''lapis''… per lo Zambia

Mi è capitato, come credo capiti spesso a ogni buon nonno, di voler fare una piccola riparazione in casa. Quello che ora chiamano “bricolage”. Inevitabilmente avevo come assistente (più curiosa che collaboratrice) una nipotina. Niente di strano finché non ho chiesto a mia figlia, anche lei presente, il favore di passarmi un “lapis”.
Sbalordita, la piccola saputella mi ha chiesto cosa fosse, perché quella parola non compariva ancora nel suo sempre più aggiornato vocabolario. La prima risposta che mi è venuta in mente è stata che si trattava di un modo di dire antiquato per dire “matita”, oggetto cui sono affezionato perché la usavamo quando ero giovane, specialmente mio papà quando stava in bottega a fare qualche lavoro di falegnameria: “Passami il lapis, che devo segnare il punto dove tagliare”. Eh sì, perché il “lapis” e il metro erano come fratelli, indispensabili per tracciare in “modo vivo” (dotto mi vien da dire, e acuto) l’area da lavorare. Ero solo un ragazzetto, ed ero affascinato da quel matitone rosso con una grande mina rettangolare all’interno, che lasciava segni ben visibili ed era difficile da temperare perché serviva una buon scalpello e parecchia maestria per appuntirlo. Conservo ancora un mozzicone del lapis di mio padre, ricordo di un tempo consumatosi tanto in fretta.
Racconto questa piccola storia, perché ho letto in questi giorni la lettera che il nostro caro don Giuseppe Morstabilini ha scritto ai parrocchiani dallo Zambia e in cui ci ha confidato che vorrebbe essere – come scrisse Madre Teresa – una matita nelle mani di Dio. Ebbene, ho pensato che è un gran bel proposito, e che questo desiderio sarebbe se possibile addolcito nel chiedere a Dio la grazia (la carezza…) di diventare non una matita, ma un vero lapis da falegname. Linee forti e robuste, tracciate da una mina di grafite resistente che lascia una traccia ben visibile; qualcosa di molto diverso dai minuscoli pastelli multicolori che davo ai figli come regalo di Gesù bambino, che si consumavano rapidamente e – temperati spesso – finivano prima… “dell’ultima pagina” dopo aver disegnato righe curve, aver riempito spazi sotto il comando urgente di fantasie bambine. Dico che “erano” perché oggi sono un po’ superati, un esercizio di libertà di espressione dal colore tenue che col tempo si è scolorito. Ora i nipotini usano i moderni pennarelli che hanno sì tonalità intense per dare forma alla loro fantasia sempre più vivace, ma se ti dimentichi di mettere il cappuccio ecco che macchiano, sporcano, si seccano e sono da buttare.
Così, mentre adesso questo anziano rimpiange il mozzicone di lapis di suo papà, il pensiero corre alla mia infanzia e poi alla missione di don Giuseppe, esempio di come il pensiero umano corra libero e veloce, altro che internet. Ripenso alla sua mamma Clara, cui ha dato e da cui ha ricevuto tanto e che sempre è stata presente nella vicinanza e nel sostegno “portandolo al Signore”, che certamente ancora gli è vicina dal cielo. Eh sì, caro don Giuseppe, bagaj de Michele del Gambaiomm. Tutti noi parrocchiani di Cassago ti siamo vicini in questa tua nuova missione, augurandoti di cuore di piantare anche nello Zambia semi di gioia e germogli di felicità, portando la Parola che trasforma e addolcisce le tante difficoltà che certamente hai trovato.
Ti assicuriamo vicinanza, affetto e… qualche preghiera affinché tu, don Giuseppe, anche nelle difficoltà di questa pericolosa situazione sanitaria mondiale, possa vivere oggi, domani, e il giorno dopo ancora tenendo in mano il “lapis dalla grossa mina, sicura perché fatta non di grafite ma di quella materia umile e generosa che si chiama fede”. Proprio come hai fatto nei mesi scorsi donando la tua esperienza di infermiere nell’assistenza e nel conforto ai malati di Covid, seguendo l’esempio e l’invito del Risorto a fare il bene, riconoscendo la ricchezza del disegno d’amore che è dono anche per chi nostro Signore non lo conosce o non lo capisce… quel Gesù di cui comunque porti nel mondo la Parola di pace, giustizia e amorosa misericordia.
È il Dio che ti ha chiamato don Giuseppe, che hai ascoltato: ti sia sempre vicino e ti aiuti caro amico e parrocchiano, da anni sacerdote e ora evangelizzatore laggiù, tra i nostri fratelli in Cristo nello Zambia; possa tu vivere ogni giorno le beatitudini in umiltà e dolcezza, vivendo la tua vocazione e il tuo apostolato avendo sempre tra le mani… il lapis dell’amore.
Benvenuto Perego
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