Scritto Domenica 27 febbraio 2022 alle 18:43

Viaggio in Brianza/32: alla scoperta di Airuno, Aizurro e del nucleo di Veglio

In questa nuova tappa del nostro Viaggio in Brianza vi vogliamo guidare alla scoperta del comune di Airuno e della sua località Aizzurro che - inserite nel circondario di Merate seppur a ridosso del territorio lecchese - sorgono sulla costa orientale del Monte di Brianza.

IL SORGERE DI AIRUNO
"Airuno sta sulla gran via di Lecco, a due miglia da Brivio, tra l'Adda e la falda orientale del Sangenesio, i cui clivi soprastanti al villaggio e coperti da vigneti e di selve si presentano in aspetto quà i colà vago e pittoresco; antico è il villaggio e fu già culla e tenimento de Vimercati". In questo modo viene descritto Airuno da Giovanni Dozio all'interno della pubblicazione "Notizie di Brivio e la sua Pieve" nel 1850 circa.
Il nome di questo paese costituisce una questione controversa, divisa tra leggende, etimologia e storia:
L'airone: la leggenda più antica della tradizione del paese vuole che quest'ultimo abbia preso il suo nome dall'airone, il re della palude che anticamente si estendeva dall'Adda sino ad oltre l'attuale strada statale. È certo che questo animale abbia frequentato molto la zona, nidificando in primavera come al giorno d'oggi, nonostante lo sviluppo urbano. Per quanto discussa, questa tesi ha portato ad imporre nello stemma del Comune il volatile, elevandolo a simbolo del paese.
Aan Run, la località nascosta: il nome di Airuno potrebbe essere fatto risalire anche all'epoca celtica, circa al Quarto secolo avanti Cristo, dato che il suo nome può essere fatto risalire alle radici celtiche delle parole "AAN" e "RUN", che si possono tradurre come "località nascosta"; Potrebbe coincidere con il primo nucleo abitato formatosi alle pendici della collina, nascosto nella conca scavata dal torrente Tolsera (che attraversa il paese) e ben mimetizzato nella fitta selva.
Le Aurline, le abitazioni delle streghe: se vogliamo rifarci a fonti storicamente documentate invece, il nome di Airuno potrebbe derivare dalle donne al seguito dell'esercito dei Goti, le Aurline, così chiamate perché portavano amuleti e talismani con incise delle rune magiche. Queste donne guerriere, a cui erano attribuite particolari doti di stregoneria, è probabile che si nascondessero in questa conca ai piedi della collina al riparo dai venti, nel corso del Quinto secolo Dopo Cristo, in attesa che i loro uomini portassero a compimento la conquista della Pianura Padana. Questo nucleo abitato doveva essere chiamato al tempo dei Goti come "AAV-RUNK", ovvero "abitazioni delle streghe".

Difficoltà analoga allo studio sull'origine del nome risulta essere la ricerca di riferimenti storici certi sulla fondazione dei primi nuclei abitativi nella zona. È possibile comunque individuare tra il V e II secolo avanti Cristo il periodo di fondazione, probabilmente da parte dei Celti o dei Goti, si trattava di un piccolo nucleo costituito da palafitte costruite sulla palude che circondava l'Adda. Dati più certi si hanno nel periodo romano quando, nel Primo secolo avanti Cristo, vennero inviati molti coloni e militari per realizzare una delle tante vie di comunicazione che resero grande nel tempo l'Impero Romano.
La posizione lungo una strada romana fu motivo di sviluppo di Airuno, anche se non tutti gli storici sono concordi sul percorso che tale strada compiva. Il Dozio, nel suo già citato libro, propose diverse ipotesi sulla presenza di una via militare romana che connetteva Bergamo a Como passando da Airuno. Condivise l'ipotesi di Carlo Readelli (delineata nel testo di Redaelli "Notizie Istoriche della Brianza") secondo la quale questa strada seguiva la costa occidentale dell'Adda verso nord sino a Garlate quando, voltando verso ovest scollinava per raggiungere la piana di Erba e permettere di raggiungere Como. Il Dozio, però, non comprese quest,o fatto perché ritiene che sarebbe stato molto più semplice e breve passare per la valle di Porchera e Rovagnate; questa sua idea fu sostenuta dal fatto che le diverse località sorte sulla strada menzionata erano per la gran parte di origine romana (es. Vicus Porcarius, Porchera).
A mettere pace tra le diverse ipotesi intervenne il professor Giorgio Figini che, concordando con il Dozio, volle confermare che vi era una strada che passava da Airuno, ed era quella che collegava Milano alla Rezia, ovvero l'attuale Svizzera. Per il professore tale strada, dopo aver risalito l'Adda, da Lecco si sarebbe snodata lungo la Valsassina passando per Bellano, Chiavenna ed attraverso il passo del Maloja per sconfinare in Svizzera.

IL MEDIOEVO AIRUNESE
Il documento storico più interessante dell'età medievale che riguarda Airuno è costituito da una vecchia pergamena oggi conservato nell'archivio privato di una famiglia erede di un ramo dei Vimercati, ricopiata dal Dozio nel suo già più volte citato libro sulla Pieve di Brivio. Si tratta del testamento del nobile Longobardo Alcherio redatto nel maggio dell'anno 960. Questo nobile viveva nella Rocca di Airuno quando venne chiamato da Berengario II per partecipare alla guerra contro l'imperatore di Germania Ottone I il Grande, a difendere l'Isola Comacina. Prima di partire volle stendere testamento e, per "il bene della mia anima e di quella di mia moglie Rodelinda", donò le vigne ed i campi alla cappella di San Damiano di Airuno, altri beni alla chiesa di sant'Alessandro di Brivio e la selva di Campiano alla Cappella del Monte San Genesio.
Alcherio era figlio del nobile Longobardo Tedaldo ed era sposato con una delle famiglie lombarde più importanti del tempo, i Carimati: la moglie, Rodelinda, era infatti figlia di Ottone di Carimate. Il Dozio nelle note del suo libro afferma di essere certo che Alcherio e Arialdo siano gli ascendenti della importante famiglia dei Vimercati.
Infatti dopo la sconfitta di Berengario i figli di Alcherio, Tedaldo e Ariprando, per salvare i loro possedimenti divennero sostenitori dell'imperatore Ottone dei Germani; l'Arcivescovo di Milano, Landolfo di Carcano, li nominò capitani della Pieve di Vimercate (da qui il nome Capitani de Vimercati). È bene ricordare che il loro nipote Arialdo da Vimercate è lo stesso che abbiamo incontrato nella tappa alla roccaforte di Osnago.

Il pronipote di Alcherio si trasferì a Milano dove ricevette dall'Arcivescovo il beneficio della Corte di Cisano nel 1095. Questo ramo della famiglia Vimercati esprimerà una figura nobile di grande importanza: Pindemonte, ovvero colui che durante l'invasione della Lombardia da parte di Federico Barbarossa si ritirò nel castello di Cisano insieme allo zio Alberto, Priore del Monastero di Pontida. Nei cinque anni successivi Pinamonte si adoperò in tutti i modi per convincere i comuni Lombardi ad unirsi per sconfiggere l'invasore, successo che venne raggiunto grazie all'alleanza chiamata Lega Lombarda, suggellata nel giuramento avvenuto nel monastero di Pontida il 7 aprile 1167.
Dopo che si ritirò il Barbarossa, si ebbe lo scontro tra i Visconti di Milano ed i Torriani della Valsassina per il dominio sulle terre del Ducato. Si ebbero aspri combattimenti e la popolazione venne obbligata dai signori locali a distruggere tutto ciò che aveva per evitare che cadesse nelle mani degli avversari. Solo Airuno sopravvisse a tali devastazioni grazie alle fortificazioni realizzate nell'anno Mille.
Ma le lotte non cessarono. Fu il turno della lotta tra Guelfi e Ghibellini che investì tutta la penisola ed Airuno si schierò dalla parte di Barnabò Visconti, ovvero i Ghibellini. La conferma di questa scelta è data dalla più antica casa signorile del paese oggi conosciuta come Pizzagalli-Magno. Le mura di cinta di questa casa sul lato della strada presentano una merlatura ornamentale di stile prettamente ghibellino, del tipo a coda di rondine (mentre le merlature delle torri dei guelfi avevano la forma a parallelepipedo).

Nella nostra zona, lo scontro finale tra le due fazioni avvenne il 7 aprile 1429 ai piedi del Monte di Brianza. Barnabò Visconti, Duca di Milano e Vicario generale imperiale, si era già da tempo assicurato l'appoggio dei paesi di quasi tutta la Brianza e se ne servì per sconfiggere i Guelfi in quell'ultima battaglia. In segno di concreta riconoscenza per la devozione e fedeltà degli airunesi, venne loro concessa l'esenzione da ogni onere o tributo, cosa che, come abbiamo già visto lungo il nostro viaggio, avvenne altre due volte nei confronti di quella che poi sarà conosciuta come Universitas Montis Briantiae.
I Vimercati lasciarono Airuno nella seconda metà del Settecento per motivi economici in seguito al matrimonio di Don Gerolamo de Capitani Vimercati con una nobildonna di Boemia. Questo esponente della importante famiglia airuneseaveva scelto la carriera militare e dopo la nomina a Capitano di Cavalleria del Reggimento dei Karabinieri (con la K perché corpo di chiara ispirazione germanica) sotto l'impero austriaco, venne inviato a prestare servizio in Boemia agli ordini di Sua Altezza Reale il Principe Alberto Duca di Sassonia.
Durante la sua permanenza in Germania, Gerolamo incontrò Maria Cristina, nobildonna di Boemia di cui si innamorò. Il loro matrimonio venne sottoposta a ad una clausola dal Comandante del Reggimento a cui apparteneva Gerolamo: gli venne imposta una cauzione di seimila fiorini "per il caso di viduanza (vedovanza) della sposa". Per questa ragione il Vimercati rinunciò per sempre ai suoi possedimenti ad Airuno.

L'OTTOCENTO: LA VISITA DEL VICERÈ, LA SCUOLA ELEMENTARE, L'ASSISTENZA MEDICA E LA NASCITA DELLA "BIROCIA" DEI COSCRITTI
Ad inizio Ottocento Napoleone inviò a governare l'Italia del nord appena conquistata il Principe Eugenio Beauharnais con la qualifica di Viceré. Per entrare nelle grazie del nuovo governatore, i nobili fecero a gara per ospitalo nelle loro terre: il Dottor Bernardino Cantù di Brivio, a conoscenza della passione per la caccia del Viceré, allestiva grandiose battute nelle paludi intorno all'Adda. In queste occasioni il Viceré ebbe modo di notare la sagoma caratteristica della Rocca: volle subito visitarla per godere del panorama della vallata dell'Adda delimitata dalla Grigna, dal Resegone e dalla Valcava.
L'istruzione in questo secolo era ancora una prerogativa dei soli figli dei nobili a cui si aggiunsero via via anche i figli dei nuovi ricchi divenuti tali grazie alla loro posizione di proprietari terrieri. Ad Airuno, come racconta il Dozio, una prima forma di scuola, per quanto non aperta a tutti, ebbe origine nel 1737 grazie alla generosità del signore locale Nicola Magni che aveva lasciato in dote una rendita annua in perpetuo di quaranta lire imperiali "... per l'istruzione elementare, leggere scrivere e far conti ad otto poveri fanciulli del Comune".
Solo nell'Ottocento si ebbe lo sviluppo di una scuola più vicina a quello che noi ci immaginiamo, ovvero a cui tutti possono accedere. Questo fu possibile quando gli Austriaci tornarono ad essere nuovamente padroni di quei luoghi nel 1815, andando a colmare quella mancanza che Napoleone aveva lasciato: divennero più attenti alle mutate esigenze della gente con l'intento di soddisfarle ed evitare insurrezioni sulla scia di quanto avvenuto con la Rivoluzione Francese.
Per poter edificare al più presto una scuola nei loro comuni, i sindaci di Airuno ed Aizzuro convocarono e le Deputazioni Comunali (simili ai consigli comunali di oggi) e deliberarono sulla "istanza di istituzione di una Scuola Normale Elementare" da trasmettere al Commissario Distrettuale di Brivio. Il governo austriaco, con Dispaccio del 6 maggio 1820 approvò la richiesta. Nonostante il favore del governo centrale, come risulta dallo "Stato economico del comune di Airuno" redatto dal commissario distrettuale in data 21 settembre 1830, venne istituita solo la Scuola Elementare Maschile e contemporaneamente vennero istituite anche tre condotte essenziali: l'ostetrica, la medica, la chirurgica. Per la scuola femminile i tempi non erano ancora maturi, ma ad Airuno vennero istituiti dei corsi privati con il patrocinio del Parroco, tenuti dalla Maestra Angela Maghetti Pizzagalli fino alla sua morte nel 1855.
Che si riuscisse o meno a frequentare la scuola, tutti i maschi erano designati a svolgere il servizio militare all'età di vent'anni. L'introduzione della leva obbligatoria avvenuta con l'Unità d'Italia nel 1861 contribuì a creare occasione per esaltare la giovinezza.

Previsto l'obbligo di una visita medica sommaria che si concludeva, di norma, con il verdetto: "Abile, arruolato". Questo era considerato come un vero e proprio evento dato che la vita di tutti gli abitanti di Airuno e di Aizzurro girava intorno a tre cardini: casa, campi e chiesa, il tutto entro i vicini confini comunali. L'occasione per cui andare a Como e poi a Merate per la visita di leva e successivamente più lontano per il servizio militare costituiva un avvenimento eccezionale da festeggiare solennemente e da ricordare per sempre.
Nel gran giorno i ventenni si servivano dell'unico mezzo di trasporto conosciuto da loro: il carretto agricolo trainato da cavallo. Per questa occasione però il carretto, normalmente utilizzato per il lavoro nei campi, veniva decorato con frasche d'alloro e di pino oltre che con ghirlande di fiori e bandiere tricolore: veniva così creato la "Biròcia", un elemento di folclore sopravvissuto per tanti anni all'avvento della motorizzazione, sino alla soglia degli anni Sessanta.
Il grande appuntamento dei coscritti divenne un autentico giorno da leoni, un misto di religiosità, di amor di patria e paganesimo che trovava fondamento nella cultura tipicamente maschilista dell'epoca: le ragazze, infatti, vennero rigorosamente escluse da questi festeggiamenti.
Ad Airuno la fatidica giornata seguiva un rigido programma: i ventenni si radunavano la mattina presto in Rocca per celebrare la Messa, poi sulla Birocia si veniva condotti sull'onda di canti patriottici sino a Merate o a Como per svolgere la visita di idoneità. Dopo l'accertamento dell'idoneità fisica vi era il rientro trionfale in paese per gli "abili del Re", mentre gli insufficienti di statura o di torace, i rivedibili, si consolavano partecipando alla baldoria generale che di solito non si concludeva in serata, ma durava due o tre giorni sino all'esaurimento del gruzzoletto racimolato negli anni trascorsi in attesa di quel giorno.

IL NOVECENTO: DALLA BONIFICA DELLA PALUDE, ALLA VISITA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SARAGAT
L'alveo in cui scorre il fiume Adda era denominato come "Canale del fiume Adda" perché li erano raccolte le acque nei periodi asciutti, mentre nei mesi di disgelo e dopo i temporali estivi, il fiume, privo di argini, straripava regolarmente. In questo modo veniva continuamente alimentata la distesa paludosa registrata nel Catasto Teresiano del 1756 come "Palude liscata", nome derivato dalla presenza di lisca e cannette. In queste acque vi guizzavano abbondanti tinche, carpe, anguille, alborelle, lucci, barbi e tante altre specie tipiche della fauna fluviale. In questo ambiente arricchito dalle piante igrofile come l'olmo o il frassino, trovavano rifugio e nidificavano i germani, le gallinelle d'acqua, le folaghe e, soprattutto, il celeberrimo airone cenerino e l'airone bianco.
Ricordi e aneddoti raccolti da Angelo Tavola e Tarcisio Longhi nel volume "Airuno un paese da amare" raccontano di piene famose e di straripamenti che giungevano sino alle soglie dell'ex Convento che sorgeva davanti al ponte che sovrasta il Tolsera all'altezza di Piazza Monumento, dove erano attraccate alcune barche dei pescatori. Questi fatti non hanno alcun documento che li possa confermare ma è certo che la strada spagnola del Diciassettesimo secolo seguiva la riva dell'alveo dell'Adda. Nei secoli seguenti si è lavorato duramente per strappare alla palude nuovi terreni da coltivare.
Solo ad inizio Novecento si è provveduto ad imbrigliare il fiume con la costruzione della diga di Olginate per regolare il deflusso delle acque e con l'innalzamento degli argini della Fornasette a Brivio. Contemporaneamente, in prossimità del torrente Bevera, iniziarono i lavori di bonifica della "Peschiera", proseguiti per alcuni decenni e conclusi con la realizzazione di un nuovo canale per dirigere direttamente il torrente nell'Adda, evitando che questo formasse una delta nella piana tra Airuno e Brivio.
Come nell'Ottocento abbiamo visto esservi i primi esempi di scuola, nel Novecento si rese necessaria anche la presenza di un oratorio e di un asilo infantile per soddisfare le esigenze delle madri lavoratrici in merito della cura dei figli, sia in tenera età che ragazzini.

Fu la Parrocchia ad occuparsi per prima della questione giovanile istituendo nel 1923 l'oratorio maschile e nel 1935 quello femminile, servendosi per quest'ultimo di due suore che la domenica pomeriggio venivano da San Zeno ad Airuno nella vecchia casa del Coadiutore, vicino alla fontana di Via dei Nobili. Per i più piccoli, sempre nei primi decenni del Novecento, un gruppo di laici diede inizio al primo asilo, nel retro delle vecchie scuole elementari, con risultati apprezzabili.
Nel 1938 la famiglia Fenaroli volle edificare un vero e proprio asilo lungo la Via Postale Vecchia quale monumento in memoria dello scomparso Cavaliere Quirino Fenaroli, grande benefattore e sindaco del paese all'inizio del medesimo secolo. A dirigere questa nuova struttura vennero chiamate le Suore dell'Immacolata approfittando del fatto che in quel periodo erano state estromesse dal Collegio Comunale di Merate passato sotto direzione laica.
La famiglia Fenaroli divenne importante anche per un altro fatto avvenuto molto più avanti nel Ventesimo secolo. Dopo aver abbandonato il palazzo situato sulla piazza che aveva preso il loro nome, si trasferirono nella moderna villa costruita lungo via Solaro. Questa nuova villa era circondata da un ampio parco.
Ma la famiglia Fenaroli venne scossa da un evento che è rimasto nella storia della cronaca nera italiana come "il Mistero di via Monaci". Roma, 11 settembre 1958, ore 10: qualcuno suona all'uscio di un appartamento al primo piano di via Ernesto Monaci 21, una tranquilla strada nei pressi di piazza Bologna. È la domestica della signora Maria Martirano che, dopo ripetuti squilli e non ottenendo risposta, si rivolge ad un vicino. L'uomo dal suo appartamento rompe un vetro di casa Martirano, entra nell'appartamento e scopre il cadavere della donna. È stata strangolata. Maria Martirano è la moglie di un industriale da sempre in cattive acque, il geometra Giovanni Fenaroli, titolare della Fenarolimpresa, che vive tra Milano e la villa di Airuno.
Chi l'ha uccisa e perché? Gli investigatori si fecero subito un'idea: da tenere d'occhio è proprio lui, Fenaroli, il marito della vittima.
Per quasi due mesi non accade nulla. Ma ad accusare il suo datore di lavoro ecco arrivare il ragioniere della ditta, Carlo Sacchi. Messo sotto torchio dalla polizia Sacchi racconta di aver ascoltato una telefonata tra il suo principale e la moglie. Nella telefonata Fenaroli la avvisava che si sarebbe recata da lei, a ritirare dei documenti molto delicati e compromettenti, una persona di sua fiducia, un tale Raul. Lei avrebbe dovuto aprirgli con tranquillità e consegnargli quel materiale scottante. Ma chi è Raul? E' Raul Ghiani, un elettrotecnico, conoscente di Fenaroli. E il movente del delitto? Una polizza di assicurazione che faceva ricco Fernaroli se la moglie fosse morta, anche di morte violenta.
Ed ecco il castello accusatorio, tutto indiziario, formulato dai magistrati inquirenti: Fenaroli ha bisogno di soldi ed incarica Ghiani di uccidere la consorte. Compenso per il killer: un milione di lire che lo stesso avrebbe trovato in casa della vittima. Il guaio, per l'accusa, è che Ghiani ha un alibi a prova di bomba, un alibi che, però incredibilmente, la polizia riuscirà a demolire. Ma in questa storia sono tante le prove che non tornano e per questo la soluzione di questo caso è ritenuta da molti ancora da ricercare.
In seguito a questi eventi, la grande villa venne acquistata dall'Associazione Italiana Giornalisti e trasformata in casa di riposo per autori anziani, e fu intitolata a Giovanni Amendola, uno dei grandi eroi della resistenza antifascista.
La nuova casa di riposo ebbe un ospite d'onore nella primavera del 1967: il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat giunto appositamente ad Airuno per l'inaugurazione ufficiale. La cronaca di questo evento è possibile ritrovarla nel Notiziario parrocchiale del maggio di quell'anno: "La voce dapprima vaga, ma poi ufficialmente confermata, che il Presidente della Repubblica sarebbe giunto nel nostro paese il 14 aprile per inaugurare la Casa di riposo dei giornalisti, ha riempito di trepida attesa il cuore dei cittadini che, sin dalle prime ore del pomeriggio, si sono via via ammassati lungo le strade che sarebbero state percorse dal corteo presidenziale, sino a costituire una siepe compatta. Bandiere tricolori, striscioni e manifesti rendevano più festosa l'aspettativa che si è trasformata in una spontanea popolare ovazione, quando, puntuale alle 17:30 preceduta da una staffetta motociclistica della Polizia e scortata dai Corazzieri motociclisti, l'auto presidenziale ha attraversato il paese per raggiungere l'edificio da inaugurare.

Nell'atrio della casa di riposo il Commendatore Lanfranchi, presidente dell'Associazione Giornalisti Lombardi, dava il benvenuto al Presidente Giuseppe Saragat. Erano presenti il Dottor Zecchino, prefetto di Como, il nostro Sindaco e la Giunta Comunale, il Parroco don Giuseppe, nonché personalità politiche, autorità civili e militari ed importanti firme del giornalismo italiano.
Il Presidente della Repubblica, dopo aver visitato l'interno dell'edificio e dopo essersi soffermato sul grande terrazzo ad ammirare la vallata del fiume Adda, scendeva nella sala di soggiorno per ascoltare il commosso saluto ed il ringraziamento del commendator Lanfranchi. Il Capo di Stato, prendendo a sua volta la parola, formulava voti augurali per i giornalisti anziani che per primi fruiranno di questa realizzazione, la prima del genere riservata alla categoria. Dopo un breve rinfresco, il Presidente della Repubblica lasciava il nostro paese nuovamente applaudito dalla popolazione che certamente ricorderà a lungo l'eccezionale avvenimento".
Purtroppo la casa di riposo per giornalisti ebbe durata breve dato che nel 1972 vi subentrarono le Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli che la utilizzarono come casa di riposo per le consorelle più anziane.

AIZZURRO: ORIGINE ED EVOLUZIONE
"Dietro Airuno sta la montagna scabra e selvosa del Sangenesio, a mezza costa della quale trovasi Aizzurro". Con queste parole Cesare Cantù collocava al più importante frazione di Airuno. All'altitudine di 487 metri sopra il livello del mare è posto Aizzurro, nel bel mezzo di campi tutt'ora coltivati e dai margini di boschi di castagni che si arrampicano sul Monte di Brianza.
Le origini di questo nucleo sono incerte, la sua prima citazione scritta la si trova nell'Archivio Storico Lombardo su un documento datato 10 luglio 1412, giorno in cui il Procuratore di Aizzurro venne convocato a Milano dal Duca Filippo Maria Visconti per prestargli giuramento di fedeltà. È altrettanto incerta l'origine del nome di questo villaggio che, in via ipotetica, si potrebbe far derivare dal colore limpido del cielo che lo ricopre.
Un avvenimento che di nuovo ci fa ripensare ad una tappa superata del nostro Viaggio in Brianza l'ascesa in queste zone della famiglia Sormani di Missaglia che venne insignita del titolo di Conte da Re Filippo IV per i servizi resi dalla famiglia missagliese verso la corona di Spagna e l'importanza del loro feudo in Brianza. Nel 1648 il conte Paolo per dare maggior lustro al suo nuovo titolo volle estendere il feudo da Missaglia a Montevecchia, fino al San Genesio ed ai paesi sottostanti. Per fare questo acquistò Giovenzana, Nava, Tegnone, Cagliano, Campsirago e Veglio. Giunto ad Aizzurro, il Conte Sormani trovò una forte opposizione da parte degli abitanti che erano sempre stati sotto l'influenza dei Vimercati e con il feudo di Missaglia non avevano mai avuto contatti. Pur di non essere infeudati e conservare la propria indipendenza dovettero pagare un'oblazione, ma non si hanno documenti che attestino di cosa si trattasse.

Questo desiderio di autonomia trovò soddisfazione in ambito amministrativo nel 1786 quando gli austriaci diedero inizio ad una revisione generale dei territori conquistati, compilando un preciso catasto. Successivamente costituirono province, distretti e comuni generali in cui dividere il territorio annesso al loro impero; in questa sede Aizzurro venne identificato come indipendente da Airuno. Questa situazione durò sino al 1927 quando, con decreto governativo del regime fascista, si ebbe una revisione del territorio nazionale, facendo tornare a dipendere Aizzurro da Airuno così com'è tutt'oggi.
Per secoli gli abitanti di Aizzurro furono autonomi e autosufficienti, vivendo nel loro splendido isolamento; piuttosto che con Airuno, erano sopratutto collegati con Beverate tramite la mulattiera che si snodava verso il Rapello e la Crosaccia. La strada per scendere ad Airuno era interamente acciottolata, molto stretta e con curve a gomito: il tutto la rendeva pericolosa e percorribile solo con carri realizzati su misura chiamati "traèt" (derivante dal termine dialettale del verbo "trainare").
Tra le due guerre mondiali, Aizzurro venne riscoperta dai milanesi che vi trovarono ospitalità prima per le vacanze estive, poi per rifugiarsi durante i bombardamenti. In queste occasioni, specialmente durante il secondo conflitto mondiale, le ragazze di Aizzurro scendevano alla stazione di Aizzurro ad accogliere le eleganti famiglie milanesi per aiutarele con i bagagli. Nel tragitto che dalla stazione di Airuno portava sino alla frazione, queste ragazze trovavano modo di divertirsi: mentre i milanesi raggiungevano Aizzurro sul carretto, le ragazze che portavano i loro bagagli non perdevano occasione di indossare i bei vestiti delle signore meneghine, che poi rimettevano in ordine prima di restituire le valige ai loro proprietari. In questo modo le giovani ragazze riuscivano a strapparsi una risata nonostante il terribile periodo che stavano affrontando.

Intorno al 1950 gli abitanti di Aizzurro iniziarono a sfruttare l'attrattiva turistica della loro località, per questo fecero pressioni alle autorità locali per la costruzione di una moderna strada carrozzabile. Riconoscendo la propria incapacità nel riuscirci da soli, fecero sentire la loro voce attraverso la stampa sino a raggiungere il Prefetto di Como che fu il primo a stanziare dei fondi utili per la costruzione della strada. La vocazione turistica di Aizzurro proseguì anche negli anni Sessanta con la costruzione di ristoranti, ville e villette vissute prevalentemente d'estate o nei fine settimana. In questo modo si ebbe un enorme sviluppo urbanistico che, nel 1981, fece registrare il patrimonio edilizio di Aizzurro come composto per il 65% da questo tipo di edifici, contando solo centoventidue persone come residenti stabili.

VEGLIO: UN ESEMPIO DI NUCLEO RURALE MONTANO A CORTINA CHIUSA
Poco distante da Aizzurro si può trovare uno dei pochi esempi di nucleo rurale montano a cortina chiusa. Si hanno notizie della piccola comunità di Veglio fin dal 1412 ma l'attuale conformazione può essere fatta risalire al Diciottesimo secolo., epoca in cui i documenti riportano notizie di aratri e ronchi di proprietà dei marchesi Manteggazza, dei Testori e del monastero della Bernaga di Perego.
Il piccolo nucleo è addossato sul versante del monte San Genesio rivolto verso l'Adda e si compone di edifici costruiti in pietra a due piani; questi cascinali hanno delle piccole finestre rivolte verso la valle, mentre sul lato del versante montano non ne hanno: questo è dovuto alle condizioni atmosferiche che, soprattutto nei secoli passati, sferzavano con un vento gelido già a queste altitudini. Al contrario, le facciate delle case che si rivolgono verso la corte interna sono dodati di ballatoi in legno, utilizzati un tempo anche per essiccare le granaglie raccolte. Per poter accedere al cortile lungo e stretto è necessario attraversare un arco in pietra che rappresenta un elemento architettonico tra i più antichi della corte.

LA FERROVIA MONZA-CALOLZIO
Nella prima metà del Diciannovesimo secolo, nella brianza orientale per accelerare il processo di industrializzazione, i principali comuni e alcuni facoltosi privati costituirono la "Società Anonima Briantea per la Ferrovia Monza-Calolzio". La linea venne realizzata nella prima metà degli anni Settanta dell'Ottocento trovando compimento il 27 dicembvre 1873. Con questa ferrovia venne realizzato l'ideale collegamento della Lecco-Calolzio-Bergamo, già in funzione dal 1863, e la Milano -Monza conclusa nel 1840. Nel 1914 venne elettrificato il tratto che congiunge Lecco a Monza con un sistema che, negli anni successivi, venne introdotto su tutta la rete nazionale.
Nel corso dei decenni si sono avute delle interruzioni al servizio ferroviario che sono rimaste impresse nella memoria. Intorno al 1890 una frana staccatasi dalla collina sopra Beverate impedì il transito dei treni; per la risoluzione del problema venne costruita una galleria di protezione, tutt'ora esistente e funzionante, chiamata "Tunnel della frana".
Altra interruzione passata alla storia è quella avvenuta nel 1944 per colpa del danneggiamento del ponte sull'Adda in località Lavello ad opera dei cacciabombardieri Alleati. Per questa ragione Airuno divenne il capolinea per i treni che arrivavano da Milano ed il trasbordo per Calolzio veniva svolto con dei carretti data l'assenza totale di corriere o camioncini requisiti dalle autorità per esigenze belliche.
Con l'avvento della ferrovia, a fine Ottocento, la popolazione di Airuno subì una grande trasformazione: se prima si divideva in due classi sociali, quella degli sciuri e dei paisòn, in seguito allo sviluppo ferroviario si ebbe la nascita di nuove categorie come gli operai ed i ferrovieri che iniziarono ad uscire dai confini del paese per lavorare nelle industrie del Lecchese e del Milanese, dando vita al fenomeno del pendolarismo.

Quello di oggi è un racconto ricco di storia che ha il dovere di essere ricordato per far comprendere quanta vita sia stata vissuta fra le strette viuzze di questi paesi, apparentemente semplici ma ricchi di avvenimenti e fatti che hanno segnato la storia di tutto il nostro territorio.
Vorremmo ringraziare Rita Mauri e Matteo Tavola per averci guidato in paese raccontandoci tanti meravigliosi ricordi su Airuno. Le informazioni riportate in questo articolo sono tratte poi dal volume III "Architettura e Territorio" della collana "Storia della Brianza" di Cattaneo Editore e dal libro "Airuno un paese da amare" di Tarcisio Longhi e Angelo Tavola; quest'ultimo è un interessantissimo volume che vi invitiamo a consultare per approfondire ancora di più la storia di Airuno e Aizzurro.

Rubrica a cura di Giovanni Pennati e Alessandro Vergani
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