Scritto Domenica 01 maggio 2022 alle 18:56

Viaggio in Brianza/36: la chiesa di S.Giorgio a Pagnano fra storia, curiosità e ''miracoli''

Questa settimana il nostro Viaggio in Brianza ci porta in una frazione del comune di Merate dove sorge una meravigliosa chiesa settecentesca che racchiude nei suoi archivi cinquecento anni di memoria. Stiamo parlando della parrocchia di San Giorgio di Pagnano.

LA NASCITA DELLA PARROCCHIA
Inizialmente il territorio di Pagnano dipendeva religiosamente dalla Chiesa plebana di Brivio che, impossibilitata nel tenerne la direzione, decise di designare un sacerdote che rimanesse nella frazione per educare, istruire ed assistere I fedeli del luogo. Non è possibile dire quando venne giuridicamente istituita ma, dall’elenco dei cappellani incluso nel Codice Metropolitano citato dallo storico brianzolo Giovanni Dozio si può comprendere che i rettori delle chiese della Pieve di Brivio, in cui si poteva trovare un battistero e qualche confessionale, venivano chiamati anche parroci. In questo elenco viene registrato anche il nome del sacerdote inviato nel 1398 nella chiesa di “Sancti Gregorii de Vizzago” appellandolo con l’incarico di Parroco.
Ma perché questa chiesa si trova a Vizzago?
Alla caduta dell’Impero romano il quadro storico subì grandi mutamenti e tra il Quinto ed il Sesto secolo dopo Cristo, una famiglia Sassone venne a stabilirsi a Vizzago dalla lontana Inghilterra, ed essendo nobile e potente, non ebbe difficoltà ad imporre la dedicazione a San Giorgio della chiesetta costruita poco lontana dal proprio castello. Anche in questo caso il passare dei secoli ha visto una radicale evoluzione dell’edificio originario, senza però toccare il nome e la dedicazione, facendo rimanere ancora oggi San Giorgio come patrono di Pagnano, oltre che della terra natale della potente famiglia insediata a Vizzago.
Oggi purtroppo questa chiesina è stata tramutata in abitazione privata, ma se ne possono riconoscere i muri perimetrali (soprattutto dell’abside) passando in via Don Arnaboldi, all’altezza dell’incrocio con via Teresio Olivelli, dietro all’ossario costruito in tempi assai più recenti.


IL PRIMO DOCUMENTO DELL’ARCHIVIO: LA VISITA PASTORALE DEL 1571
Il documento più antico conservato negli archivi della Chiesa di San Giorgio di Pagnano è una lettera del Cardinale Arcivescovo Carlo Borromeo datato 28 ottobre 1571, redatta in occasione della visita pastorale. Quella era un’epoca densa di avvenimenti storici e profondi cambiamenti sia nell’ambito civile che in quello religioso: da un lato il culmine del Rinascimento, dall’altro il Concilio di Trento in risposta alla riforma protestante di Lutero.
In questa lettera si ricorda la data di domenica 2 agosto del 1564 quando furono solennemente promulgati i decreti del Concilio Tridentino nella vecchia Chiesa di San Giorgio di Vizzago; con questo atto formale, si diede inizio alla redazione dei registri parrocchiali e determinò le modifiche che si sarebbero dovute svolgere nella piccola chiesina. Nella lettera indirizzata alla parrocchia di San Giorgio si possono leggere le richieste dell’Arcivescovo riguardo alle decorazioni: “… il fondo della lunetta del tabernacolo delle Processioni che de intorno è troppo piegato in su et con difficultà si leva fuori dal tabernacolo, si Levi detto contorno che resti il fondo pulito, il che servirà anche che si leverà. Fuori facilmente, punto al Battistero, si faccia il suolo un poco più elevato dal pavimento et se li metta la ferrata che lo circondi…”.
Questo fu solo l’inizio: infatti nella lettera vennero evidenziate dall’Arcivescovo molte modifiche che a suo parere sono da considerare necessarie, modifiche sia materiali, ma anche spirituali affinchè la diocesi potesse raggiungere quel livello di cristianità auspicato dalla conclusione del Concilio di Trento. Oltre alle osservazioni riguardanti l’edificio, l’altare, i paramenti, gli arredi e tutto il resto, l’Arcivescovo ebbe da dire anche sulla condotta di un certo Marco Antonio Lovadello che, secondo le indicazioni dell’odierno Santo, si sarebbe dovuto sposare con Anna Tedesca che viene definita come “…da molti anni sua concubina…”. Per tale situazione insostenibile per il diritto canonico, l’Arcivescovo aveva concesso diverse deroghe alla normale prassi per la celebrazione dei matrimoni: “… havremo concesso che possi sposar senza far alcuni pubblicazioni in chiesa, ma solo alla presenza del Curato et testimoni”. Per aver certezza del rispetto di questo termine, l’Arcivescovo impose anche una pena di cento scudi d’oro da dare in beneficenza e l’allontanamento definitivo dei due nel caso in cui entro sei giorni non si fossero celebrate le loro nozze.
San Carlo Borromeo intervenne anche nelle questioni amministrative della piccola parrocchia, soprattutto per quanto riguarda gli affitti e gli usufrutti che davano il sostentamento a quest’ultima. Questo suo intervento è testimoniato da una nutrita serie di provvedimenti nei confronti di inquilini ed affittuari poco abituati a versare regolarmente le decime dovute. Tra questi viene citato un certo Giosefo da Gra di cui vi riportiamo un estratto delle cronache: “… Giosefo da Gra possessore di quei beni detti alla Rampina  che già possedeva un messer Gio Antonio da Merate […] qual pagava certa decima alla detta chiesa et sopra la qual decima fu anche certa conventione fra il curato di detta chiesa ed il messer Antonio da Gra avo di detto Giosefo al quale conzione è poi stata soppressa per il già Messer Polidoro, padre del detto Giosefo […] fra termine de dieci giorni sotto pena di cento scudi d’applicarsi ai luoghi pii et in sussidio di excomunicazione, si roconosca della vera decima verso la detta chiesa a detti beni et frutti di essi, ovvero di quella quantità che verificasi esser stata solita di pagarsi inscontro di detta decima…”.


In questo modo si volle rendere chiaro che gli affitti che prima venivano pagati regolarmente e col tempo erano decaduti, oppure non rilevati col passaggio di proprietà da una famiglia all’altra, dovevano sollecitamente rientrare in vigore imponendo pagamento delle somme adeguate, altrimenti la parrocchia non avrebbe potuto sussistere autonomamente dati gli oneri che sarebbero gravati su di essa una volta divenuta ufficialmente parrocchia.
Ulteriore e più intrigante questione risolta dal Cardinal Borromeo riguarda messer Cristofro Ghilio che ne aveva combinata una grossa: aveva ingombrato la strada che conduceva alla chiesa, impedendo il passaggio: “… Messer Christoforo Ghilio fra uno mese prossimo sotto pena di scudi duecento d’applicarsi ai luoghi pii et excomunicatione in sussidio non obstnte […] levi ogni impedimento fatto et posto alla strada vecchia per la quale si viene alla chiesa di Santo Giorgio parrocchiale di questo luogo quale lasci lei libera et spedita nel suo primo stato che vi possano per essa come al solito andare tutti gli uomini alla suddetta chiesa parrocchiale et il curano se ne possa servire liberamente nel portare i morti et andarvi comodamente con il baldacchino si per le processioni come per la comunione delli infermi et per altri exerciti parrocchiali in tutti i tempi etiam di vendemmia ne impedirgli in alcun modo massimamente che per le visite passate fatte per le informationi della presente visita che abbiamo fatto fare della detta strada vecchia et della nova”.


LA NUOVA CHIESA ED IL NUOVO CAMPANILE
L’inizio della costruzione della nuova chiesa parrocchiale si può dedurre dal testamento del signor Giuseppe Gargantino redatto il 28 febbraio 1749. Questo pagnanese si trasferì a Gessate e qui sotto la Pieve di Gorgonzola, si fece assistere da Camillo del Frate, notaio di Milano, per destinare un terreno di sua proprietà sul culmine della collina del suo borgo di origine, per la realizzazione della nuova chiesa e casa parrocchiale. Il testo del lascito contiene ben specificate le disposizioni affinchè la fabbrica non sia strumentalizzata con fini di lucro, ma che si proceda celermente sino al termine dei lavori per la tanto auspicata chiesa.
Nell’archivio parrocchiale è possibile consultare la lettera-promemoria che consente di fissare la data e la situazione in cui ebbero inizio i lavori. Il manoscritto fu redatto il 22 marzo 1775 dal Reverendo Vicario di Giustizia durante una visita in cui ottemperava al suo incarico di sovraintendente amministrativo. Durante questa visita il Vicario rilevò che il parroco Gianbattista Ghezzi ebbero inizio ai lavori della nuova chiesa parrocchiale sulle terre lasciate dal Garghentino; scelta determinata dalla posizione centrale di quel terreno rispetto al paese, quindi più facile da raggiungere dai fedeli, ma anche per la possibilità di costruire un tempio di più ampie dimensioni.
Dalla medesima lettera si può comprendere che lo stesso parroco Ghezzi aveva investito molti dei suoi averi per realizzare le fondamenta della chiesa e della sagrestia, ma anche per realizzare il coro per potervi celebrare ed animare le celebrazioni. Di questo coro, posto tutt’oggi nell’abside della chiesa, si sono conservati i progetti in cui sono riportate le misure non in metri, come sarebbe di uso oggi, ma in braccia. Questo è solo un primo esempio di come un tempo anche le unità di misura erano diverse, fondate non su elementi teorici, ma concreti.
I pagnanesi, sotto la guida del parroco Ghezzi, mattone su mattone, anno, dopo anno, alternando il lavoro nei campi con quello sul terreno del fu Garghentino, furono in grado di realizzare una costruzione veramente grande in rapporto alle dimensioni del centro abitato ed al numero delle anime che lo costituivano allora. Secondo una rilevazione demografica svolta nel 1782, infatti, la popolazione della parrocchia era composta da ottocentoventidue persone comprendendo l’allora comune di Sabbioncello e le porzioni di altre cascine di Olgiate, Bagaggera e Cernusco Lombardone.


Il primo documento archiviato che parla del campanile è sempre una lettera con cui i due fabbriceri della nuova chiesa informano con doverosa cura l’Arcivescovo di Milano di quanto avanzati siano i lavori sulla torre e di quale entità siano gli sforzi compiuti dalla mano d’opera popolare e dalle finanze della chiesa di San Giorgio: “Non per lusso, ma per pura necessità, li fabbriceri della Chiesa Parrocchiale di Pagnano Pieve di Brivio […] hanno intrapresa da fondamenti nel percorso Maggio l’erezione del Campanile”.
Nella medesima lettera viene richiesta con molta umiltà di poter usufruire di una parte dei sussidi disposti a favore delle povere Chiese Parrocchiali o di qualunque altro mezzo arbitrario disponibile all’Arcivescovo per poter sostenere le spese. Purtroppo negli anni a seguire i lavori non vennero finanziati sufficientemente, portando a svolgerli a singhiozzo, prevalentemente nei mesi estivi in durante le stagioni dei raccolti e del lavori nei campi. La data di ultimazione della torre campanaria non è documentata da annotazioni specifiche nell’archivio parrocchiale, resta solo un cippo di granito alla base del campanile, sul lato della strada, in cui è incisa la data “1 Agosto 1818”, probabile data della deposizione della prima pietra.
Nello stesso anno venne acquistato un nuovo concerto di campane realizzato dalla fusione di quelle più piccole che erano poste nella vecchia chiesa di San Giorgio in località Vizzago. Infatti quelle piccole campane erano state poste sulla cima del campanile, ma le loro dimensioni le rendevano poco udibili da tutti i parrocchiani: da lì venne presa la decisione di rinnovare il concerto, cosa che venne autorizzata dalla diocesi.
Per poter risparmiare, come abbiamo detto, vennero fuse le vecchie campane per realizzare le nuove; per sapere se questo avrebbe potuto essere possibile, venne consultato un esperto in materia che ne accertò la possibilità. Fatto interessante di questa perizia è l’unità di misura utilizzata per indicare il peso delle leghe: i Rubbi, ovvero l’unità di misura che oggi, come allora, si utilizza per le granaglie. Questa un’unità di misura  era allora più comprensibile da tutti coloro che lavoravano la terra nei dintorni di Pagnano, come anche, probabilmente, il parroco.
La conclusione dei lavori avvenne nel 1782 e la consacrazione venne svolta il 4 aprile 1886 da Monsignor Eugenio Biffi, allora Arcivescovo di Cartagine nelle Indie. Il documento che attesta la consacrazione è conservato nell’archivio con tanto di ceralacca rossa in cui è ancora ben visibile il sigillo dell’Arcivescovo. Come ulteriore promemoria di questo avvenimento, venne realizzata una lapide che è tutt’oggi nel muro dell’abside della chiesa.
Il parroco Giovanni Battista Ghezzi chiese di essere seppellito nella chiesa che si era tanto impegnato a costruire. Infatti, nonostante fosse stato assegnato ad una parrocchia del centro di Milano prima che la chiesa fosse completata, tenne una costante corrispondenza per sapere dello svolgimento dei lavori. Oggi riposa ai piedi dell’altare, come indicato da una incisione sui gradini dello stesso.


LA FACCIATA E GLI INTERNI
La prima cosa che si può osservare di ogni edificio è la sua facciata. Il volto di questa chiesa è visibile da lontano ed è spesso, insieme al campanile, un punto di riferimento per coloro che vagano per sentieri o nelle strade intorno alla collina di Pagnano.
La facciata di questa chiesa è imponente, ma non è sempre stata così come la vediamo oggi: era probabilmente più classica e con decorazioni lineari, addirittura “troppo nuda” come viene definita dal già citato Dozio nel suo libro dedicato alla Pieve di Brivio in cui, inoltre, auspicava che fosse abbellita,
Queste modifiche furono possibili nel 1901 quando iniziarono i lavori di restauro che interessarono tutto l’edificio, a cominciare dall’interno della chiesa. I lavori continuarono fino al 1907-1908. Nell’archivio parrocchiale è conservata una fotografia scattata nel 1910 che ritrae il cantiere dei muratori ad opera conclusa, con la struttura esteriore appena terminata, così come la vediamo oggi. Su di essa si può osservare al centro una rappresentazione di San Giorgio che uccide il drago, elemento aggiunto successivamente per coprire quello che originariamente era un finestrone; a sinistra di questo si ha una statua di Sant’Ambrogio ed opposta ad essa, una statua di San Carlo Borromeo, Spostandoci sul registro inferiore si può osservare a sinistra del portone una statua di San Giuseppe con il Bambino, mentre sulla destra si ha una statua di San Domenico di Guzman.
Negli anni successivi si sono svolti molti altri lavori: nel 1956 è stato rifatto l’altare maggiore ed il pavimento, lavoro quest’ultimo, che ha fatto rimuovere due botole di Bronzo che reggevano i paletti di sostegno della tenda divisoria fra uomini e donne, in uso fino alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso. Alcuni  potrebbero ancora ricordare che la domenica pomeriggio per il catechismo come per i vespri, veniva issata una tenda mediana dalla cima al fondo della chiesa, sostenuta da un cavo teso dai gradini dell’altare alla maniglia del portone: questo tendaggio porta ancora la firma di San Carlo Borromeo che l’aveva introdotto per migliorare l’ascolto delle omelie impedendo che i fedeli si potessero distrarre per lanciare una rapida occhiata a coloro che erano sedute o seduti dall’altra parte della navata.



All’interno della chiesa si trovano quattro altari minori che meritano di essere brevemente descritti:
Sacra Famiglia (a destra del portone): la Sacra Famiglia è rappresentata su un quadro ad olio che cela un dubbio ancora oggi non risolto; oltre a Maria, Giuseppe e Gesù Bambino, si ha una donna a cui viene attribuito il nome di Anna, ma non è chiaro se si tratti della madre di Maria (sposa di Gioacchino) oppure della Profetessa omonima che vide Gesù nel tempio ebraico. Queste due interpretazioni possibili danno due significati diversi ai calcinacci che si trovano ai piedi della Sacra Famiglia: possono essere i resti dei tempi pagani, che hanno lasciato posto alla nuova religione cristiana se si concepisce Anna come la nonna di Gesù, altrimenti sono le macerie del tempio ebreo in cui la profetessa ha visto Gesù interrogare i sacerdoti.
San Carlo Borromeo (a sinistra del portone): in questo altro altare minore attira l’attenzione il piccolo quadro posto sulla destra in cui è raffigurato San Carlo: si può notare facilmente che il volto ha dei lineamenti fotografici, probabilmente svolti da un artista fatto e finito, mentre il resto del corpo è lineare e semplice, realizzato quindi da un allievo dell’artista. La datazione è incerta, ma secondo la nostra guida è possibile che il volto dell’Arcivescovo meneghino sia stato svolto da Giovan Battista Moroni, ma si tratta solo di una supposizione. Dalla parte opposta possiamo osservare degli indumenti posseduti da Monsignor Antonio Fustella, vescovo di Saluzzo, dove è rimasto impresso nella memoria dei fedeli per la sua opera.
Vergine Maria (a sinistra dell’altare): statua lignea realizzata probabilmente in Valsassina, venne consacrata nella vecchia chiesa di San Giorgio nel 1758, ma poi riposta in questo luogo nel 1782 anno del termine della costruzione della chiesa nuova.
Crocifisso (a sinistra dell’altare): acquisito a metà Ottocento, è caratterizzato dall’anima in legno, poi ornato in stucco e laccato.
Altri elementi che meritano di essere citati sono i due pulpiti che fanno bella mostra di sé ai lati della navata. Il motivo della presenza di questi due balconcini la si può comprendere dalle diverse decorazioni che li ornano: a destra si hanno chiari richiami all’Antico Testamento (le tavole della Legge, l’acqua che sgorga dalla roccia, Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden…) mentre dall’altra parte si hanno delle raffigurazioni che hanno come oggetto il Nuovo Testamento (L’Annunciazione, il discorso sul lago di Tiberiade, la parabola del seminatore…).
In un tempo ormai lontano al momento della lettura, uno dei celebranti saliva al pulpito di destra per leggere la prima lettura e poi di seguito un altro celebrante leggeva l’epistola; la terza lettura, o meglio, il Vangelo, veniva annunciato dal diacono che prendeva posto sul pulpito di sinistra.



IL MIRACOLO DELLA PIOGGIA
Fra le curiosità che si raccontano e tramandano a Pagnano legate alla chiesa di San Giorgio, non si può non citare i fatti avvenuti nel 1881. In quell’anno si vide moltissima gente raccolta in chiesa per concludere un triduo di invocazione alla Vergine Maria allo stesso modo con cui si faceva nel Diciassettesimo Secolo per implorare la pioggia di cui la gente di campagna aveva bisogno nei periodi di siccità.
Quel sabato pomeriggio dell’estate 1881 alla cerimonia di chiusura del triduo, alle tre o poco più tardi, nella chiesa gremita di gente erano presenti contadini e paesani di ogni frazione e di tutti i paesi vicini. Quel pomeriggio, dopo varie settimane di siccità, cadde tanta di quell’acqua che non fu possibile mettersi in strada per coloro che dovevano tornare verso Osnago con il proprio carretto.

Questo episodio conclude il racconto di oggi su un altro tassello della storia del nostro territorio che non smette mai di stupirci con le proprie piccole curiosità. Vorremmo concludere ringraziando molto il parroco di Pagnano, don Riccardo Sanvito e la nostra guida, nonché storico archivista della parrocchia, Maurizio Galbusera di cui ammiriamo la passione e l’impegno con cui mantiene viva la memoria di questo luogo.

Rubrica a cura di Giovanni Pennati e Alessandro Vergani
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