Scritto Marted́ 14 aprile 2015 alle 15:02

Il 19 aprile nella parrocchiale di Cassago si inaugura l’organo restaurato

Il prossimo 19 aprile, domenica pomeriggio, alle 16, nella chiesa dei santi Giacomo e Brigida di Cassago si terrà un concerto d'organo in occasione del restauro dello storico "Organo Vero" che fu trasportato da Missaglia a Cassago il 18 febbraio 1799, come ben raccontato dall'amico prof. Luigi Beretta sul bollettino parrocchiale "Shalom". Vorrei quindi anch'io aggiungere un piccolo contributo volgendo il pensiero allo splendido strumento (ben diverso da quello proverbiale e dipinto sul muro di Baggio, tra Milano e Magenta) che sta per essere finalmente "restituito alla comunità" grazie anche a una generosa donazione e all'impegno del nostro parroco don Adriano Valagussa.

Quando ero ragazzo, nella mia ignoranza avevo un'istintiva diffidenza verso la musica; la "colpa" non era tutta mia comunque, ma anche degli strascichi dell'estenuante obbligo del solfeggio scolastico e della devastante pena del flauto dolce (battaglia persa e mia personalissima Waterloo). Eppure la musica in sé mi piaceva, e anzi provavo un fascino particolare nell'ascoltare le voci acute e gravi dei "nostrani" tenori, baritoni e bassi che si riunivano all'epoca sotto il pergolato del "Crusumm" (sarebbe poi diventato "ul Pana") e che - se opportunamente "carburati" da un buon fiasco di vino - si cimentavano nelle arie più famose di opere e operette. Io me ne stavo lì buono, accanto al papà Arturo, e col mio bicchiere di spuma godevo dell'ascolto di "quella furtiva lacrima", per quella "donna è mobile" e di tanti altri brani, fra cui l'immancabile "libiamo" che vedeva il contemporaneo svuotarsi di ogni bicchiere.

Ho poi cominciato ad avvicinarmi alla musica "seria" nella nostra chiesa. All'epoca, in occasione delle celebrazioni "importanti", era come oggi presente la generosa vocalità del coro, ma in più c'era l'accompagnamento - per lunghi anni ahimè perduto - della straordinaria e rigogliosa ricchezza che più mi affascinava: il suono dell'organo. Perché quando suonava l'organo io, chierichetto, volavo via dall'altare e dal mio servizio alla funzione perdendomi in quelle note, affascinato dall'irrequieto muoversi dell'organista che lassù mi sembrava quasi prigioniero delle maestose canne simili ad argentei zufoli per giganti, delle quali pareva impossessarsi per poi piegarle alla forza straordinaria delle note.
Più grandicello, ho iniziato ad assistere alle funzioni seduto sulla panca, e se da un lato era peggio (mi era impossibile girare le spalle all'altare e osservare strumento e musicista) dall'altro avevo la possibilità di ascoltare le note con maggiore attenzione. Ricordo che nella mia soave ignoranza mi spingevo persino a dare "i voti" a quei brani di cui non sapevo nulla e che pure cominciavo ad apprezzare maestosi com'erano, soprattutto se paragonati alle canzonette che fischiettavo andando al lavoro. Così cresceva in me il rispetto verso quel maestoso strumento musicale che mi sentivo quasi "obbligato" a privilegiare rispetto a ogni altro e che poco a poco mi entrava nell'animo: volevo scoprirlo, conoscerlo, carpire i segreti di quell'amabile potenza.

Come non ricordare il "Tamtum ergo" che al tempo della mia infanzia scuoteva le pareti della chiesa? Allora sembrava che tutti esprimessero la propria fede con la solennità della musica e nel canto, e d'altronde perché tacere? La commozione diffusa dalla marcia nuziale che usciva da quelle canne era potente e generale, e la monumentale presenza dell'organo aveva un ruolo importante in tutto questo.
Da ragazzo ricordo bene che quando passavo davanti alla casa di Angelo Finetti mi soffermavo per ascoltarlo mentre si esercitava al pianoforte: mi pareva di vederlo al di là della parete, teso nello studiare i singoli pezzi per eliminare le debolezze e migliorare sino a impadronirsi della perfezione. Oppure rivedo lassù in alto una giovane e bella ragazza, Giancarla Redaelli che tutti chiamavano "la Galeazza": ne intravvedevo il viso riflesso nello specchio, e posso dire che quando suonava il suo volto cessava di essere quello di tutti i giorni ma si illuminava al punto che pareva in simbiosi con lo spartito mentre le note e la sua lunga treccia bionda ondeggiavano insieme, cullati dalla musica.
O ancora come non ricordare il Maestro don Alberto Antonini, religioso guanelliano, all'epoca in forza all'Istituto Sant'Antonio dei Campi Asciutti e recentemente scomparso? Lo ricordo bene quando la domenica pomeriggio, libero da altri impegni, correva all'organo in chiesa parrocchiale per suonare; chi lo ha visto lassù certamente ricorda come paresse l'uomo più felice del mondo mentre nuotava nel mare di note che riempiva i fogli di brani celebri - e non di rado anche di qualche sua composizione - poggiati sul grande leggio.
"L'è bel sentì la müsica che vegnn giò de l'orghen: el fa propi bell e anca se capissi minga la me piass!": così diceva la maggior parte delle persone - ammetto senza problemi di essere stato tra costoro - magari poco colte ma di sicuro appassionate che prestavano attenzione ad armonie capaci di coinvolgere anche il più distratto nella preghiera e nella celebrazione. Ma a catturare era soprattutto la partecipazione attiva al canto sacro: era come se il grande strumento stimolasse ciascuno a godere dell'ascolto di un racconto musicale, e questa grande bellezza procurava gioia e una crescente ammirazione che si condensavano, appunto, alla domenica pomeriggio, quando la chiesa era vuota e don Antonini - Maestro con la tonaca - poteva dare libero sfogo al proprio talento e alla propria passione.
Devo riconoscere di essere stato felice in quei momenti, e di aver capito che quelle note musicali, non erano per "pochi eletti", come avevo temuto sui banchi di scuola. Anzi, la grandezza della musica era proprio di essere sempre giovane, forte e trionfante, e scoprire che tutti potevano godere del potere di tanta bellezza è stato per me come trovare un tesoro: là dove, anche a causa della mia scarsa educazione scolastica, pensavo che avrei visto solo la noia e il gesto ripetitivo del solfeggio, ecco che c'era invece un'immensa ricchezza da cogliere.

Così quando nelle scorse settimane osservavo il monumentale strumento, quasi smembrato durante il restauro finanziato dalla generosità di una fedele cassaghese, o quando oggi passo dalla chiesa e sento il protrarsi delle note dei collaudatori impegnati nell'accordatura, mi dico che davvero non vedo l'ora di sentirlo ancora suonare solennemente tra le mura della nostra chiesa parrocchiale, proprio come lo sentivo negli anni cinquanta e sessanta, quando ero bambino e giocavo con i grossi mantici dismessi giù alla falegnameria Molteni e poi andavo in chiesa e dall'altare guardavo con l'ammirazione la selva di canne lucenti.
Attendo con ansia, quindi, di sentire di nuovo la musica erompere dall'alto della cantoria quando, domenica 19 aprile alle 16, toccherà al Maestro Pietro Cattaneo mettersi alla tastiera, coadiuvato dalle trombe dei cassaghesi Samuele Ratti e Andrea Colzani e dalla nostra Corale diretta dal Maestro Yutaka Tabata. Mi sembrerà allora di vedere lì ancora le figure della mia infanzia e giovinezza: Angelo Finetti, la "Galeazza", don Antonini... quelli insomma che hanno instillato in me e in tanti altri l'incanto della melodia. Perché al di là dei toni acuti e gravi ben ordinati sulla tastiera, grazie al miracolo dell'armonia si può passare una vernice lucente anche sui momenti più bui, e amare la musica che accompagna le nostre "funzioni" espletando il compito di avvicinarci al senso della nostra fede, sua principale "funzione".

Benvenuto Perego
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