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Scritto Domenica 04 marzo 2018 alle 15:15

Il coraggio e l’onestà di Franca nella vita e nella professione

La collega Franca Gerosa
E' morta Franca Gerosa. Il lessico crudo e essenziale è un omaggio a una donna e a una giornalista che rifuggiva le figure retoriche e che alle metafore (tipo l'insopportabile se n'è andata in punta di piedi) preferiva un linguaggio scarno, cronistico, fattuale.

E' questa in estrema sintesi la cifra di Franca che esordì con me una trentina d'anni fa, avendo scelto su mio suggerimento la professione verso la quale mostrava già autentica passione rispetto all'insegnamento che pur aveva cominciato subito dopo la laurea.

Gli epitaffi, si sa, sono spesso ispirati dall'ipocrisia e non posso certo barare disegnando un ritratto intinto nel miele piuttosto che nell'inchiostro. E allora dico subito del suo carattere spigoloso, ma anche della sua onestà cristallina, un esempio per i troppi marchettari che battono le redazioni.

E anche il suo stile era un po' ruvido, ma poi ho scoperto, dopo la nostra "scissione " professionale di cinque lustri fa, che la sua penna si è fatta più pungente e sapeva coniugare gli argomenti profondi con la leggerezza.

E' morta di cancro come lei stessa aveva annunciato qualche mese come direttrice del Giornale di Lecco per il quale ha sempre lavorato salvo qualche sortita nelle testate ramificate di quel gruppo editoriale.

Un articolo di fondo che resta il suo congedo ai lettori e una sorta di testamento per una donna che mascherava la sua sensibilità dietro una maschera a volte algida e persino scontrosa. Ma soprattutto fotografava il suo coraggio che l'ha accompagnata nella vita privata e professionale sino all'ultimo minuto. E lo dico con cognizione di causa perché dieci giorni fa ha voluto che andassi a trovarla al Nespolo di Airuno, quando il destino era segnato, e abbiamo trascorso più di un'ora tra ricordi e analisi del presente.

Di tanto in tanto interrompeva la conversazione, per dare ordini al telefono alla redazione con il piglio deciso di una che vuole vivere fino all'ultimo respiro e non si lascia ghermire da una diagnosi spietata. Non mangiava né beveva da mesi e ogni tanto si bagnava le labbra con l'acqua che prendeva dal davanzale della finestra perché fosse fresca.

L'ho poi sentita al telefono nei giorni successivi e la voce sempre più fioca scandiva la sua agonia.

Su di lei potevi contare perché non cambiava facilmente idea né tradiva chi si affidava a lei, anche a costo di apparire talvolta, ai miei occhi, più cocciuta che coerente.

So che non ha condiviso certi miei percorsi professionali, ma proprio in questi ultimi mesi ne abbiamo sorriso, in nome di quel relativismo al quale la malattia spesso ti costringe.

La memoria di Franca va onorata ed io sarei davvero lieto di concorrere con aneddoti e racconti a rendere non effimero il suo passaggio su questa terra. Comincerei col dire che nella mia squadra ideale di giornalisti con i quali ho lavorato, Franca avrebbe un posto da titolare come mediano, instancabile, infaticabile, ma di quelli che sanno anche attaccare se il gioco si fa duro.

Addio Franca e sappi che il tuo coraggio estremo, come mi ha confermato tua mamma, affranta, durante l'ultima visita, lascerà tracce memorabili in ciascuno di quelli che ti hanno incontrato, accorgendosi che, anche nel dissenso, non sei passata accanto a loro inutilmente. Con la tua famiglia, tuo figlio Giulio, tuo marito, tuo fratello, tua mamma piangiamo una donna speciale.

Marco Calvetti
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