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Scritto Venerdì 24 maggio 2019 alle 18:32

Dolzago: con un complice, morto folgorato, tentò il furto all'ex Passerini. Condannato

Una scarica elettrica violentissima aveva ucciso, folgorandolo all'istante, Fabio Mannarino, 30 anni di Calolziocorte, nella tarda sera del 26 aprile 2015 a Dolzago, nell'area occupata dall'ex ditta Passerini. A poco più di 4 anni di distanza è stata definita -in primo grado- la posizione dell'uomo che si trovava con il calolziese in quegli istanti; infatti secondo la ricostruzione effettuata dai carabinieri intervenuti sul posto, Luciano Caliò -anch'egli di Calolziocorte, classe 1958- si era recato quella sera presso l'area industriale dismessa insieme al 30enne tragicamente deceduto, nel tentativo di asportare del rame dalla centralina dell'Enel (pochi mesi prima, sempre nello stesso luogo, era stato trovato il cadavere di un 46enne rumeno che aveva tentato di rubare i cavi di rame). Per questo motivo l'uomo doveva difendersi dalle accuse di tentato furto aggravato - in concorso - e possesso ingiustificato di chiavi alterate o grimaldelli, ai sensi degli articoli 624, 625 e 707 del codice penale.

L'intervento di soccorsi e forze dell'ordine nel 2015 all'ex Passerini

L'istruttoria dibattimentale ha visto "sfilare" come testimoni diversi calolziesi amici dei due che avrebbero riferito sulle circostanze che hanno portato alla terribile morte del loro compaesano. ''Ricordo che quella sera il Caliò mi ha telefonato dicendo che Fabio aveva preso la corrente e siamo andati là per aiutare" ha riferito oggi in aula un teste, rispondendo alle domande del vpo Mattia Mascaro, "ma quando siamo arrivati era già morto, non si poteva fare nulla". Di lì a poco -sempre secondo la ricostruzione effettuata dal testimone- sarebbe sopraggiunta l'ambulanza allertata nell'immediatezza del tragico evento proprio dall'imputato, l'unica persona presente anche all'arrivo dei ragazzi.
Il Caliò tuttavia, una volta giunte sul posto le forze dell'ordine, si sarebbe dileguato, notato da alcuni presenti correre sul tetto dei capannoni, dimenticando sul posto alcuni attrezzi che gli sarebbero serviti, insieme al suo complice, per mettere a segno il colpo e trovati dai carabinieri.
L'avvocato Filippo Bignardi, difensore dell'imputato, prima della chiusura della fase istruttoria ha chiesto al giudice monocratico Enrico Manzi un confronto tra le versioni fornite da alcuni testimoni, a suo parere discordanti sul posizionamento del suo assistito al momento del loro arrivo. Tenuto conto anche dell'opposizione della pubblica accusa, il giudice Manzi ha respinto la richiesta della difesa, ritenendo che le prove fossero sufficienti per procedere alla decisione, e ha chiuso così la fase istruttoria.
Il Vpo Mattia Mascaro ha chiesto la condanna dell'imputato, concesse le attenuanti generiche e tenuto conto della continuazione dei reati, a un anno di reclusione e al pagamento di 1500 euro di multa; di diverso avviso è stato l'avvocato Bignardi. Secondo il difensore infatti non sarebbe stata raggiunta la piena prova che il suo assistito avesse partecipato all'episodio e ha chiesto in prima istanza l'assoluzione per non aver commesso il fatto e in subordine il minimo della pena, il riconoscimento delle attenuanti generiche e tutti i benefici di legge concedibili.
Il giudice Manzi ha condannato l'imputato a 7 mesi di reclusione e al pagamento di 300 euro di multa, nonché delle spese processuali.
B.F.
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