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Scritto Mercoledì 10 luglio 2019 alle 16:12

Incontri speciali tra i ''marmi'' del cimitero, fra fede (e non) e speranza, dolori e lacrime

Sarà magari capitato anche a voi - quando visitate i vostri cari al cimitero - di trovare delle persone in quel "giardino" lucido di marmi, adorno di immagini sacre e tutto colorato di fiori. Allora ci si ferma, si scambia qualche parola... in fondo è usanza dire che le voci hanno gambe e che, girando, si fermano qua e là interessando chi è per natura curioso e anche chi non lo è (o crede di non esserlo).

Capita a tutti ed è capitato anche a me, che del resto (quasi) tutti conosco in paese così come tutti, o quasi, conoscono me. Sono incontri personali che non di rado si fanno confidenziali arrivando a toccare a volte pieghe intime: quando succede occorre avere rispetto perché ciascuno è libero di accettare come di rifiutare i contenuti del dialogo, cosa che capita spesso - specialmente qui al camposanto - quando si incontra qualcuno che convive col dolore e le lacrime mentre la ferita è ancora aperta, e sanguina.
Dico questo perché capita che in questi scambi di pensieri emerga quella domanda vigliacca che magari permettiamo all'ingenuità propria dei bambini ma che invece noi adulti coltiviamo con ribrezzo: "perché?". Perché il dolore? Perché la morte? La vita è forse una finestra aperta sul nulla?

Oppure, sapendo che frequento la chiesa, mi è stato rivolto con ironia l'invito a "non credere più ai Re Magi", ovvero a un Dio che se c'è si rivela impotente, a propria volta ammalato davanti alla dura realtà della sofferenza. Mi è capitato di sentirlo: che non esiste un altro mondo (ancora più bello poi, figuriamoci!), che Dio non sembra poi così paterno o così onnipotente, che la Chiesa non è né madre né maestra e che... alla fine, in sintesi estrema... "Inn tücc ball!".
Poi c'è chi confida una vera e propria fatica, persone che sembrano non avere più il coraggio di sedersi in chiesa, o lo "stomaco" per ascoltare una qualsiasi omelia che "mi impasticca... de ball". Qualcuno arriva a dire che la fede è come la politica: ognuno dice la sua per "tirà a cà".
Quando mi capita, lo confesso, ci rimango male. Non tanto per le parole, che in fondo sono sempre da comprendere quando vengono da qualcuno che soffre, quanto per il luogo in cui vengono dette. Raramente quando succede sono preparato, ed è difficile avere una risposta pronta.

L'ultima volta la persona incontrata non era solo un conoscente, ma un amico provato duramente dal dolore, il cui sguardo rivolto in basso stava fisso su di una foto imperlata di umidità e attaccata a una lapide. Prima di aprir bocca avevo dovuto pensarci perché mi era venuto il dubbio che le mie parole sarebbero state ben misere dato che il mio affranto "avversario" in tema di fede aveva da un pezzo chiuso il cancello e gettato la chiave. Invece abbiamo iniziato a parlare e mentre lo facevamo si era fermata un'altra persona, poi un'altra ancora, e dalle loro espressioni mi pareva condividessero le espressioni graffianti e dure del mio amico, tutte rivestite di una cappa di "realismo" come un cavaliere si riveste dell'armatura.
Io, timidamente, avevo provato a rispondere in uno dei rari momenti in cui lui taceva, e avevo detto che Dio c'è, e che se c'è un modo per "raggiungerlo" è attraverso la Parola, l'esempio e la reale presenza che Gesù ci ha donato e che i nostri padri ci hanno trasmesso col filo robusto della loro stessa fede. Poi avevo visto la vecchietta.
Stava poco distante, recitava quasi con severità il rosario. La sua preghiera sembrava mite, solitaria e veritiera, come se fosse un "Credo" adulto e certo senza tutti i "ma" che si possono dire a sé stessi; appariva in unione serena sulla tomba dei suoi cari, senza rabbia né ribellione. Teneva quei grani come se incoronassero le sue dita e accarezzava le foto (più di una e fra queste quella di un bambino) col delicato bacio che a volte accompagna quel sorriso che convive con le lacrime; pareva realmente in compagnia dei suoi cari defunti. C'era una tenerezza nei suoi occhi capace di contagiare anche i miei.
Il mio amico tacque, nessuno più parlava e io mi ero accorto di mormorare una silenziosa preghiera, allora fu naturale tracciarmi il segno della croce. Mi sembrava di poter dire che - se anche vacillavano le colonne - le volte restavano salde.

Intanto dal campanile giungevano i rintocchi delle undici, e avevo allora deciso di fare ai miei vicini (l'amico, le due persone che ascoltavano) una confidenza. Perché proprio in quel giorno cadeva il mio anniversario di nozze, e tanti anni prima proprio in quell'ora stava iniziando la cerimonia che davanti all'altare mi avrebbe unito alla mia sposa. La donna della mia vita. La moglie, la mamma delle mie figlie, la nonna delle mie nipotine; i miei veri gioielli. Il vertice più alto e prezioso, il centro più bello e di valore della mia vita. La mia amata che da qualche mese, purtroppo, giace proprio in quel camposanto.
Nessuno ha aggiunto parola alla mia confidenza e anzi, tutti - a testa bassa, con pudore privo di vergogna e di vanto, con un timido sorriso - se ne sono andati con i loro fiori, con le proprie idee, forse senza conforto, o magari meditando su quello che veramente conta, o ancora sbollendo, o mantenendo intatte le proprie ire, disperazioni, sentimenti.
Ancora una volta, insomma, non avevo convinto nessuno.

Eppure, tornando a casa, non mi sono sentito né convertito al pessimismo né sconfitto nella mia speranza: ho pensato che magari è vero, a volte la ragione sembra respingere la fede, e a volte quando parliamo di queste cose tutto sembra ridursi a una "guerra" di parole, e succede che il bene appaia "fragile" e destinato a soccombere, e che la "realtà" sia destinata a vincere. Eppure...
...Eppure mentre mi guardavo attorno e mi accorgevo di essere rimasto da solo, ho sorriso: ho cercato in me stesso un po' di umiltà, ho provato a modificare il mio sguardo perché forse la questione aperta con Dio non è tanto di "raggiungerlo", ma di lasciarsi raggiungere da Lui, di non scappare troppo in avanti. Dio non si possiede, Dio bussa, e occorre lasciarlo entrare.

E poi era il quattro di luglio, e c'era un bel sole caldo, e l'aria era tiepida mentre mi accarezzava il viso. Allora ho asciugato l'occhio umido, ho pulito la tomba, ho sistemato i fiori, ho dato una carezza alla foto di mia moglie e - recitando un Requiem - mi sono avviato verso casa.

Benvenuto Perego - Cassago
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