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Scritto Venerdì 12 luglio 2019 alle 17:38

La prima gallina che canta

Le "excusiatones non petitae" sono sempre un'arma a doppio taglio, come la famosa "prima gallina che canta" che mia nonna mi citava sempre e io, anche se sono sui monti coi figli, a passare per gallina non ci sto. Ma non ci sto nemmeno al tiro al bersaglio offensivo e becero che in questi giorni si sta consumando, sulla stampa e da parte dei tanti leoni da tastiera, contro la scuola. La pubblicazione da parte dell'INValSI - per chi non lo sapesse è l'acronimo di Istituto Nazionale di Valutazione del Sistema di Istruzione, dicitura invero non felicissima: forse era persino meglio il vecchio MINCULPOP! - delle tabelle con i risultati a livello nazionale e dei quadri disaggregati per regione e provincia (per quelli delle scuole c'è tempo: di solito arrivano ai presidi a ottobre...) ha scatenato un putiferio: "uno studente su tre alle medie non riesce a comprendere il senso di un testo in italiano", "Scuola da incubo: allarme ignoranza" titolava ieri il Giornale con un bell'editoriale del mio amico Luigi Mascheroni, e via discorrendo.
Ci sono tre errori che la fretta estiva di sparare caratteri cubitali in prima pagina fa compiere:
1. il fraintendimento progressivo della funzione dell'INValSI, che in origine avrebbe dovuto permettere al sistema scolastico di valutarsi nel suo complesso e non era nato per la valutazione del singolo studente, salvo poi slittare nel corso degli anni e affiancarsi - con la sua logica di test oggettivi a crocette - alla valutazione dei singoli alunni da parte dei docenti. Ma "misurare" è diverso da "valutare", e questo lo sa chiunque abbia un minimo di conoscenze pedagogiche. La valutazione tiene conto di molti fattori: il discostamento dai risultati attesi, persino dalla media della classe, ma soprattutto il punto di partenza di un alunno e il cammino compiuto rispetto al contesto socio-culturale e familiare di provenienza e agli stimoli che la scuola è stata capace di fornirgli. Un test fatto al PC nel mese di aprile ha questa pregnanza? Mah...
2. La generalizzazione del problema, senza comprendere le realtà geografiche e socio-economiche in cui le diverse scuole della Penisola si trovano a operare. Davvero la forbice amplissima tra Nord e Sud a livello di risultati di questi test può essere imputabile alla scuola?
3. La schiavitù della causa ultima. Siamo tutti istintivamente attenti all'ultima goccia che farà traboccare il vaso, senza renderci conto che il vaso ha incominciato a riempirsi dalla prima, di goccia. Così la scuola è l'ultimo anello di una catena lunga che parte dalla famiglia, passa per le compagnie di amici, per i condizionamenti sociali, per i nuovi linguaggi dei media, e approda ai test. Di tutti questi anelli, la scuola è quello cui compete la valutazione. Per questo è il più debole, perché continuamente attaccato e messo in discussione. Davvero i test dei nostri ragazzi sono andati così male per colpa esclusiva della scuola? Dico "nostri" perché mi rifiuto di appiattirmi al giochino "eh, ma tanto le scuole del nord vanno bene", né tantomeno sui risultati della mia, di scuola, che non mi preoccupano. Chiudersi nel campanilismo provincialistico in una società globalizzata è davvero una cosa sciocca: un problema di uno studente di Acireale deve essere anche un mio problema di preside di una scuola della ricca Lombardia.
Se poi si vogliono a tutti i costi i dati, tanto per non nascondersi dietro un dito, dirò che nella mia scuola la media ottenuta nel test di italiano, in un range di livelli da 1 a 5 è stata di 4,04, e in matematica di 3,91.
Se invece si vogliono capire le ragioni profonde di così tante fatiche nella scuola, si potrebbe anche guardare cosa ci sta dietro le dita dei suddetti leoni da tastiera, e controllare quanti strafalcioni infilano, quanti congiuntivi creativi coniano, in quanti luoghi comuni si impantanano proprio mentre dardeggiano critiche feroci al "sistema" (quale sistema?) o compilano lunghi cahiers de doléances (ovviamente con lo smartphone brandito come fosse una Magnum 44), intonando come prefiche altisonanti deprofundis alla scuola. La mia nonna, quella della famosa prima gallina, diceva che "le mele non cadono tanto lontano dall'albero", e la scuola ha il compito a volte improbo di accudirle, queste mele. Ma se il regalo preferito per la Prima Comunione è uno smartphone e non dei libri, se il passatempo in cui i ragazzi vedono impegnati i genitori è Fortnite, se la reazione di fronte a un suggerimento di un docente è la difesa per partito preso del proprio angelicato figlio, è difficile che la scuola possa far crescere in un terreno così arido i semi che comunque, ostinatamente, pianta.

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Per ovviare al problema basterebbe non testare più queste competenze: ma non sono i test il problema. Che bello sarebbe se si tornasse a leggere davvero (non chiedendo ai docenti "faccia leggere tanti libri a mio figlio": leggiglieli tu, diamine!), a comunicare davvero (non a parlare senza dire niente), a scrivere con cura: un diario personale quando si è ragazzi, una bella lettera per corteggiare quella ragazza che ci fa battere il cuore (generazione di millennials whatsappari, credete a un quarantenne: una lettera scritta bene, a mano, "cucca" più di una chat!), ma anche persino tra marito e moglie a volte, scegliendo le parole, scrivendole bene persino nella grafia, attingendole da qualche libro "vero", non dagli aforismari sul web. "Chi parla male, pensa male" urlava Nanni Moretti alla sprovveduta giornalista in "Palombella rossa", ed eravamo nel 1989! Ma per parlare bene (e per capire un testo e persino per riuscire nei test INValSI), occorre anche vivere bene.
Stefano Motta Preside del Collegio Villoresi di Merate
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