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Scritto Venerdì 19 luglio 2019 alle 09:32

Viganò: infedeltà patrimoniale e truffa, a processo l'ex direttore operativo di 'FIMI'

Il tribunale di Lecco
Nella causa civile all'ormai ex dirigente sono stati chiesti danni per oltre 3 milioni di euro. Dinnanzi al collegio giudicante del Tribunale di Lecco, giovedì si è aperto il processo penale: infedeltà patrimoniale e truffa le accuse - ancora tutte da dimostrare - formulate a carico di G.G.V., difeso dall'avvocato Stefano Pelizzari, al tempo dei fatti oggetto del procedimento direttore operativo della FIMI di Viganò, società fondata nel 1963 dai fratelli Vittorio e Pompeo Rovelli, divenuta "leader mondiale nella progettazione e costruzione di linee per la spianatura e il taglio di coil in fogli e nastri metallici" come orgogliosamente indicato sul sito internet aziendale.
Assunto quale disegnatore tecnico, l'imputato - nel tempo, conquistandosi la "fiducia illimitata" della proprietà - era arrivato a ricoprire la carica di direttore operativo diventando "il direttore generale di fatto" dell'impresa come affermato in Aula da Antonio Pensotti, attuale amministratore delegato della FIMI, nonché titolare - tramite altra società - del 61% delle quote della realtà viganese dal settembre 2017. Proprio l'ingresso di quest'ultimo avrebbe acceso un faro sull'operato di G.G.V., con tanto di querela a suo carico posta poi alla base del procedimento incardinato al cospetto dei giudici Enrico Manzi, Nora Lisa Passoni e Martina Beggio.
Nel corso della due diligence prima e, una volta diventato il "capo" poi, muovendosi utilizzando il metodo del buon padre di famiglia per cercare di riportare a galla una impresa di qualità messa in ginocchio dalla crisi del settore siderurgico e dunque dal crollo degli ordinativi e dei pagamenti con conseguente mancanza di liquidità, il lecchese si sarebbe imbattuto in una serie di "anomalie" in relazione ai rapporti intrattenuti dalla FIMI con alcuni fornitori, gestiti direttamente da G.G.V., nell'ambito delle incombenze a lui delegate.
Nel dettaglio l'attenzione si sarebbe focalizzato su due imprese che - nei fatti - lavoravano solo per l'azienda di Viganò, in rapporti commerciali con clienti di rilievo quali Tata India, Thyssenkrupp, Arcelormittal e la "vecchia" Ilva, solo per citare i più noti. Si tratterebbe di uno spedizioniere e di una società operativa in Moldavia. Il primo avrebbe imputato alla FIMI, in quattro anni, costi per circa 350.000 euro relativi alle soste dei macchinari partiti dalla Brianza presso il porto di Genova. "Io per l'altra mia società ho pagato forse 1.500 euro in trent'anni" ha sostenuto Pensotti, puntualizzando come tale capitolo di spesa sia da intendersi come una sorta di multa comminata alla società di trasporto per il mancato rispetto delle tempistiche portuali, per semplificare, e dunque non come un costo fisso.
Della seconda G.G.V sarebbe risultato socio al 33%, avendo dunque interesse - è stato lasciato intendere - a assegnarle lavoro, pur essendo la sede geograficamente lontana e restituendo poi un prodotto "approssimativo" a giudizio di Pensotti che, rispondendo alle domande del pubblico ministero Paolo Del Grosso, non ha mancato di evidenziare come al nostro territorio, nel campo della carpenteria, non manchino esperienza e professionalità senza necessità di rivolgersi ad un Paese dell'Est, fornendo - tra l'altro - al delegato la materia prima. A far arrivare la pulce al naso del nuovo ad, poi, anche il fatto che la società moldava - che fatturava un milione di euro all'anno alla FIMI - fosse una delle "pochissime privilegiate" a venir pagate celermente mentre al suo arrivo in fabbrica il "telefono scottava" a causa delle pressioni degli altri fornitori in attesa di incassare il dovuto. E a suo dire, a disporre "paga questo, paga quello" era ancora G.G.V..
Insomma, mentre Pompeo Rovelli, come ha avuto modo di dire venendo escusso in Aula insieme al nipote Giuseppe, era concentrato nel tentare di salvare il salvabile, a cominciare dai 150 posti di lavoro, uno dei quattro direttori a cui nel passaggio dalla gestione famigliare a quella manageriale aveva affidato di fatto l'azienda, in mancanza di un direttore generale "forte", avrebbe agito per portare acqua al proprio mulino in danno alla FIMI? E' questo il dubbio da sciogliere in Tribunale.
A.M.
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