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Scritto Domenica 01 settembre 2019 alle 12:19

Casatenovo da scoprire/1: viaggio virtuale tra i gioielli artistici partendo dalla Chiesina di Santa Giustina

Casatenovo è il primo comune per estensione della zona del Meratese. Occupa quasi 13 chilometri quadrati e ospita circa 13.000 abitanti. Quanti di questi abitanti, però, conoscono la storia e le meraviglie di questo vasto territorio? Con questa rubrica, vogliamo promuovere e far conoscere le ville, le chiese e i palazzi che hanno fatto la storia del Casatese e che ne rappresentano la miglior espressione artistica. Pochi ancora sanno che, nel nostro territorio, sono nascoste decine di piccoli gioielli architettonici, che non solo contengono artefatti d’arte di grande valore, ma che rappresentano una parte della storia casatese. Il nostro viaggio, che vi terrà compagnia ogni due settimane, vi porterà a scoprire questi luoghi da vicino, anche grazie all’aiuto di Rachele Vergani e Luca Salaorni, due ragazzi appassionati d’arte e architettura che ci accompagneranno in questo percorso, fornendoci il loro parere artistico e condividendo le loro conoscenze con noi.
Non rimane che seguirci e, insieme, scoprire e rimanere ammaliati dalle bellezze nascoste del nostro territorio… Buon Viaggio!

In questa puntata, andremo a conoscere la Chiesina di Santa Giustina.
Situata nei pressi di Villa Lurani, costituisce, unitamente all’altra chiesa di Santa Margherita, uno dei più significativi edifici religiosi di rilevanza artistica primaria della Casatenovo antica. Voluta e costruita dai Casati in epoca anteriore al 1062, essa svolse la funzione di cappella signorile della famiglia stessa, il cui stemma si riscontra in una pietra scolpita, inserita all’interno del campanile, presumibilmente di epoca romanica. Anticamente vi erano sepolcri sia all’interno che all’esterno dell’edificio: si trattava di cavalieri Casati, tre dei quali furono ritrovati nel 1720, mentre si allargava la strada di accesso alla proprietà Lurani. Degli affreschi di epoca rinascimentale che un tempo ornavano le pareti della chiesina resta ormai ben poco: si conservano gli affreschi delle pareti e della volta della Cappella Laicale, sulla sinistra dell’ingresso; di particolare rilevanza, la Madonna in trono con Bambino.

La storia della Chiesa di Santa Giustina è inscindibilmente legata a quella del paese che la accoglie, Casatenovo. Gli eventi che hanno avuto come cornice questo caratteristico paese immerso nel territorio brianteo ha inciso profondamente su di essa, lasciando tracce spesso ripercorribili con non poche difficoltà. Le sue origini si fondono con quelle di Casate Vecchio, antico nome con cui era indicato il sito su cui essa sorge e che venne unito al nuovo nucleo, Casate Nuovo, solo nel XVII secolo; la sua storia si intreccia senza soluzioni di continuità, a testimoniare una fede che, dal 1062 ad oggi, ne ha con- servato con affetto e attenzione le vestigia. Legame tanto stretto anche grazie alla fami- glia Casati, il cui stemma è rintracciabile sia su una pietra scolpita inserita nel campanile della chiesina nel 1100, sia come stemma del Comune stesso dal XX secolo. La chiesina di Santa Giustina è stata presa come effige del paese, tanto da comparire sulla copertina di alcune riviste della Pro Loco negli anni Ot- tanta; testimonianza in cui i casatesi riconoscono la propria identità culturale e religiosa, le proprie origini e la propria storia.

Se, quindi, da un lato abbiamo la certezza che questa terra sia stata abitata sin dall’epoca celtica, probabilmente per la sua posizione favorevole e la fertilità del suo terreno, dall’altra, l’atto di nascita di Casatenovo, la questione si fa certamente più complicata. Alcuni vogliono riferibile all’anno 867 la prima menzione di Casati in un documento scritto. Tuttavia, non a caso così scrive Longoni: “Di Casate, che significa abitato o quartiere, ce ne erano un po’ ovunque“. Ritroviamo infatti questo nome ad Indicare diversi luoghi della Brianza: sicuramente sia Vimercate, sia a Monza esistevano rioni così dominanti e c’era gente che veniva per questo denominata di casate. Longoni ricorda che cappellini parla di casale per indicare il nucleo primitivo del paese; per questo, per lungo tempo si identificò Casatenovo con la corte di casale che Albertino di Intimiano aveva nel 1045, lasciata per testamento ai canonici di Monza: in seguito, vennero a trovate alcune prove che verificarono come tale corte si trovasse in realtà sul Seveso. In conclusione risulta che la prima vera menzione di Casati sia anteriore al 1100, precisamente del 1062; si tratta di un atto di vendita di un certo Erlembaldo del fu Lanfranco, del luogo di Besana, di legge longobarda, vende ad Ariprando, prete della chiesa di San Giovanni a Monza, due campi una selva del fondo di Casate: “L’anno dell’incarnazione di nostro signore Gesù Cristo 1062, nel mese di marzo, indizione 15ª.

Risulta a me Erlembaldo figlio del fu Lanfranco del luogo di Besana, osservante la legge longobarda, di aver ricevuto, come in presenza di testimoni di chiaro, da te prete Ariprando della chiesa di San Giovanni di Monza, detto maestro di scuola, 10 lire in buoni denari d’argento, come prezzo convenuto di due terreni ed una selva di castani, con la relativa superficie, a me appartenenti per diritto che si possono vedere né luogo a fondo di Casade. […] il secondo campo si chiama in Galgiana (Galexana) E tieni ad est ed ovest i beni di San Giovanni, a sud proprietà di Santa Giustina, a nord e tenuto da Giovanni e misura tale campo nei suoi confini…“.

Nello stesso documento troviamo menzionata per la prima volta la chiesa di Santa Giustina la sua costruzione e quindi sicuramente eccedente il Al 1062. Ecco già la storia di Casatenovo sempre c’è con quella che certamente possiamo affermare essere la chiesa più antica sita sul suo territorio. Prima di questa data, non abbiamo notizie certe riguardo alla sua costruzione; se si volesse andare alla ricerca di dati relativi a fondazione e dedicazione della stessa, ci si troverebbe provi il mente a brancolare nel buio, un’ipotesi può essere che siano state ritrovate tombe e aree votive di epoca sicuramente precedente il 1062, ed è quindi lecito supporre che il terreno su cui sorge ora la chiesa di Santa Giustina fosse un luogo sacro anche per le popolazioni primitive che abitavano quell’area in tempi remoti.

Per quanto riguarda l’apparato pittorico che in questa cappella laicale conserva gli affreschi del primo Rinascimento:
⦁    Sulla volta dipinti i volti dei 4 padri della Chiesa:  Sant’Agostino, Sant’Ambrogio, San Girolamo e San Gregorio Magno.
⦁    Sulla parete di sinistra, anche se l’affresco è molto rovinato, ben si riconosce la scena dell’adorazione dei Magi; sulla parete opposta non si sa cosa ci fosse dipinto in origine dato che Bernardo Vannotta fece dei pessimi restauri nel 1643 quando la chiesina era sotto la sua proprietà. Nel progetto Vanotta previde l’apertura di una monofora nel mezzo dell’affresco, nonostante questo è ben conservato il ritratto di San Carlo Borromeo in preghiera in ginocchi di fronte alla Vergine Maria, rappresentato in questo luogo come omaggio alla sua visita pastorale nel 1571. È probabile che l’altro personaggio presente sulla parete, opposto a San Carlo, potrebbe essere San Pietro Abate, fondatore del monastero benedettino di San Pietro di Perugia.
⦁    Dipinto sulla parete centrale vi è un affresco della Vergine in trono con Bambino. Non è conosciuta l’identità del pittore, ma si capisce che è del primo Rinascimento dato che imita un quadro di Piero della Francesca, riprendendo l’architettura classicista e rappresentando Gesù bambino  che curiosamente gioca con strumento musicale dell’angelo; altro carattere che ne riesce a semplificare la datazione è l’utilizzo della prospettiva ribassata ricordando lo stile del Mantegna. In fine è da notare che i personaggi sono stati rappresentati come a voler rappresentare delle statue monumentali che guardano I fedel dall’alto di un piedistallo.
⦁    I quattro santi che sono stati affrescati in questa cappella laica sono (partendo da sinistra):
⦁    San Bernardino l’oratore: questo epiteto gli è stato affibbiato dato che è conosciuto come un grande parlatore; era invocato da contadini per proteggerli o curarli dai problemi alla gola.
⦁    San Rocco il pellegrino: si parla di lui come un francese che guariva malati durante l’epoca della peste nera; ciò si può anche vedere direttamente dalla rappresentazione del santo con il chiaro riferimento iconografico del bubbone sulla gamba del santo.
⦁    San Sebastiano il legionario: era un romano sotto imperatore Diocleziano; venne condannato a morte ma le frecce che avrebbero dovuto eseguire la pena non lo uccisero, ma gli provocarono solo delle ferite. Queste ferite ricordano piaghe della peste ed è proprio per questo che veniva invocato contro questa malattia; questo riferimento è anche raffigurato nell’affresco mediante le piaghe causate dalle frecce per San Sebastiano.
⦁    San Francesco: conosciuto da tutti come il santo della natura e degli animali.

Tutti questi santi erano invocati dai contadini contro malattie che più li colpivano, oppure venivano ricondotti alla dimensione agreste, anche la stessa Santa Giustina, a cui è dedicata la cappella , era invocata dai contadini contro problemi intestinali e proprio per questi era spesso prescritto l’oli di Santa Giustina.
 I Casati scelsero di far rappresentare questi santi come “omaggio” alla terra e al lavoro contadino da cui la loro fortuna era scaturita (fortuna dei Casati nasce da proprietà terriera).

Nella navata oggi possiamo riconoscere il colore rosato delle pareti e delle finte colonne entrambe opere commissionate durante il  restauro del 1643 che hanno coperto ciò che vi era rappresentato in antecedenza. In origine, infatti, le pareti erano decorate con ritratti di membri illustri della famiglia Casati e affreschi di età medioevale.
I saggi dei restauri moderni hanno dimostrato che Vannotta staccò la loro pellicola pittorica degli affreschi presenti nella chiesina, causandone la totale perdita. Questa operazione venne fatt anche 
 dell’affresco di santa Giustina che, secondo le fonti, si trovava nell’abside ora dipinto di bianco; la figura della Santa a cui è stata dedicata la cappella, dopo l’eliminazione dell’affresco, si dice essere stata sostituita da un quadro di età moderna, ma che è oggi scomparso.

Infine la  volta a botte del soffitto presenta delle cornici in stucco con soffitti a sfondo puntinato e con  dei pattini, anche questi frutto della pessima rappresentazione del restauro commissionato da Vanotta a metà del milleseicento; vi è anche un’imitazione delle decorazioni barocche tipiche delle ville aristocratiche di XVII secolo, periodo in cui questi lavori furono eseguiti.
Il restauro è stato probabilmente svolto con il fine di  rimodernare la chiesetta secondo la moda dell’epoca, ma oggi lo si può vedere solo come causa della perdita di un patrimonio meraviglioso.
L’affresco principale della cappella laicale di Santa Giustina rappresenta una Madonna in trono con Bambino, affiancata da un angelo cantore e alcuni santi.

All’interno di uno spazio architettonico dipinto a trompe-l’oeil, a sua volta immerso in un paesaggio montagnoso visibile sul lato sinistro della pittura, di ascendenza ferrarese, l’anonimo maestro della chiesina ricava una nicchia poco profonda, decorata con tavole di marmo e un conchiglione ribaltato. Questa struttura dipende da un’invenzione di Piero della Francesca che si può facilmente osservare a Brera, nella pala di Montefeltro, e che fu portata a Milano da Bramante, l’architetto urbinate, grazie alla sua famosa incisione Prevedari (dal nome dell’incisore milanese che ne tradusse il disegno). Si tratta di una delle incisioni più famose del Rinascimento italiano, di certo la più grande mai realizzata, di cui si conservano due sole versioni superstiti (una al British Museum di Londra, l’altra a Milano nella civica raccolta di stampe “Achille Bertarelli” del Castello Sforzesco).

Davanti al nicchione in cui alberga la Vergine, assisa più che su un trono su una sorta di panca, troviamo due dadi di marmo, su cui si impostano gli archi delle volte. Su questi piedistalli, decorati con due medaglioni all’antica di gusto rinascimentale e di sicuro marmorei per via delle finte venature colorate realizzate con la pittura, stanno, come fossero due statue di piccole dimensioni, i Santi Rocco e Sebastiano. La presenza di queste figure è assai rilevante dato che, come abbiamo già detto, sono protettrici in caso di peste; ciò i permette di dire che il ciclo fu realizzato nel tardo Quattrocento in concomitanza con una pestilenza. Anche nel caso dei due santi su elementi architettonici si ha un modello illustre alle spalle: il San Sebastiano martire di Vincenzo Foppa, pittore bresciano che ha dato avvio al nostro rinascimento in Lombardia, ora alla Pinacoteca di Brera.

Al di fuori della costruzione architettonica, in uno spazio più aperto, si trovano San Bernardino e San Francesco, rispettivamente riconoscibili per il libro con il sole radioso e le stimmate. Hanno dimensioni ben maggiori di quelle di tutte le altre figure e permettono di dire che i Casati, che sicuramente avevano dato indicazioni precise per il frescante, avevano una devozione particolare per l’ordine francescano. La Madonna, infine, dallo sguardo dolce e sereno, porta un abito rosso, allacciato con qualche cucitura rustica sul seno, in pendant con un mantello dello stesso colore. Le pieghe dell’abito sono ancora tardogotiche, ovvero molto mosse e sinuose, ma nel complesso la tridimensionalità del corpo è ben leggibile e perciò rinascimentale. Il Bambino si muove in modo molto libero, completamente nudo, forse incuriosito dalla musica dell’angelo, senza ali, che lo culla sulla sinistra. Un atteggiamento così naturale si può ritrovare solo in alcune Madonne con Bambino di Donatello. Nonostante alcuni errori di prospettiva che si possono facilmente scorgere nel pavimento e negli elementi architettonici o altri di proporzione, come si nota nei rapporti fra i Santi più esterni e la Madonna, l’affresco presenti degli elementi tecnici eccezionali, come la luce che modella la gamba di San Rocco (un bellissimo bianco su bianco) e il conchiglione dorato, il corpo e il movimento aperto di Gesù Bambino, i finti marmi colorati. Infine, si può notare come la costruzione architettonica proseguisse idealmente, con un effetto di sfondato poco riuscito, nella parte dove si trova ancora oggi lo spettatore. Due colonne proseguono infatti dall’arco dipinto alla parte sottostante la Sacra Conversazione.

Vogliamo ringraziare la ProLoco di Casatenovo e le studentesse Teresa Amorelli, Marina Ghattas, Mouna Ghedamsi, Valeria Negri che, seguite dai docenti Susanna Bortolotto, Lucia Toniolo, Franco Guzzetti hanno stilato la ricerca sulla storia della Chiesina di Santa Giustina  all’interno del corso di Architettura delle costruzioni della scuola di architettura civile presso il Politecnico di Milano. Altro ringraziamento va conferito ad Alessia Galbusera e ai nostri due appassionati, Rachele Vergani e Luca Salaorni che ci ha fornito le informazioni ed l’approfondito commento sull’apparato pittorico presente e purtroppo scomparso della cappella laica.

Conosci qualche tesoro nascosto di Casatenovo che vorresti conoscere o fare conoscere? Non esitare a contattarci! email: redazione@casateonline.it
Rubrica a cura di Giovanni Pennati e Alessandro Vergani
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