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Scritto Giovedì 07 novembre 2019 alle 17:11

Oggiono, 'crac REC Tec': il PM propone 5 condanne e una speciale tenuità del fatto

Il sostituto procuratore Paolo Del Grosso
Lo ha ammesso lo stesso PM: "può sembrare una richiesta un po' bizzarra". Il sostituto procuratore Paolo Del Grosso, chiusa l'istruttoria dibattimentale del procedimento penale originato dal fallimento, nel 2015, della REC Tec in liquidazione con sede in via per Molteno a Oggiono, ha chiesto per il liquidatore della società la dichiarazione di non punibilità per speciale tenuità del fatto (ex articolo 131 bis cp) in relazione all'unica contestazione mossa al professionista - a processo con altri 5 soggetti, tutti amministratori, in tempi diversi dell'impresa - ovvero una supposta bancarotta semplice. Entrato in carica nel 2014 e "decaduto" con il fallimento, Filippo R. - classe 1957 - non avrebbe compiuto, essendo appunto il liquidatore, scelte operativa e sì, la mancata presentazione per tempo dei libri in Tribunale contestata all'uomo avrebbe poi aggravato il dissesto, ma trattandosi di un solo anno fiscale e di una cifra minima (19 mila euro, in gran parte ascrivibili alla svalutazione dei cespiti della società) la Procura ha scelto di... desistere. Chiesta poi l'assoluzione - per non aver commesso il fatto - in riferimento alla medesima accusa, anche per 4 imputati ovvero i signori Mirco G., Gianni L., Marco B. e Maurizio A. in quanto provato che gli stessi non era più amministratori della srl al 31.12.2012 momento in cui la società aveva già perso il capitale sociale e risultava avere un patrimonio netto negativo di migliaia di euro. Di contro suggerita invece la condanna del sesto e ultimo rinviato a giudizio ovvero Gianfranco M.- classe 1950 - in carica come amministratore fino alla nomita di Filippo R. 3 anni e 4 mesi la richiesta di pena formulata da PM, mettendo in continuazione la bancarotta semplice con la bancarotta fraudolenta - decisamente più "pesante" - altresì contestata al 69enne così come agli altri quattro membri - in tempi diversi - del CdA finiti a processo. La distrazione a loro ascritta dalla Procura riguarda una cessione in comodato d'uso gratuito ad una controllante, in vista di una fusione - che avrebbe poi risistemato poste attive e passive - prospettata ma di fatto mai avvenuta. "Il progetto viene meno prima della proroga del contratto di comodato gratuito che già di per sé è un danno perchè depaupera la società. Viene concessa quanto Gianfranco M. era amministratore e senza giustificazione economica perchè la fusione era già saltata" ha evidenziato il dr. Del Grosso nella propria disquisizione, sostenendo come a beneficiarne sarebbero stati comunque i co-imputati che usciti dalla srl erano comunque amministratori della controllante. Chiesta quindi per Mirco G., Gianni L., Marco B. e Maurizio A. la condanna a 3 anni, "reiterata" dalla parte civile rappresentata dall'avvocato Tomalino il quale, per tutti gli imputati, in solido tra loro, ha chiesto altresì la condanna al pagamento di un risarcimento di 150.000 euro, con provvisionale da stabilire a discrezione del Tribunale. Di senso contrario, chiaramente, le conclusioni delle difese, "capitanate" dall'avvocato Consoloni, rappresentante di quasi tutti gli amministratori. La toga lecchese, affiancato da colleghi che hanno poi trattato ciascuno un aspetto specifico della vicenda, ha metaforicamente sostenuto che, per quanto riguarda la supposta bancarotta fraudolenta, ci si sia limitati alla crosta del pane, senza arrivare alla mollica. A suo giudizio, infatti, il castello accusatorio si baserebbe su una premessa distorta - un contratto a titolo gratuito è di per sé distrattivo - e su di un "errore genetico", evidenziato dal dr. Landriscina, consulente tecnico della difesa, arrivato a dimostrare sostenere come, contrariamente a quanto sostenuto dal curatore, nel 2011-2013 la società non fosse già in crisi, arrivando dunque a ricondurre il comodato ad un accordo in vista di una reale fusione tra più imprese in quale momento sul tavolo. Il 27 febbraio la sentenza.
A.M.
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