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Scritto Sabato 07 dicembre 2019 alle 18:14

Maestri che deludono: controrecensione e qualche consiglio per i libri da regalare a Natale

Stefano Motta

Tra quelle di prammatica che il pubblico fa a uno scrittore a margine degli eventi cui è invitato c’è sempre quella sugli altri colleghi: “Qual è il suo scrittore preferito?”, mi chiedono gli studenti delle scuole in cui mi invitano a parlare, o gli affezionati dei “caffè letterari” nelle librerie che li organizzano.

“Tra i defunti Stendhal”, rispondo sempre con calore. Tra i viventi ho provato un’invidia feroce nei confronti del Zafón dei tempi de “L’ombra del vento”, di quella che ti brucia dentro perché ti dici che quel libro lì dovevi scriverlo tu, ¡carajo! (Zafón è catalano: l’esclamazione è dovuta). Ma il mio preferito è senza ombra alcuna di dubbio Robert Harris. Scoperto dal mondo grazie a “Fatherland”, ha poi sfornato capolavori inarrivati come la trilogia di romanzi dedicati al cursus honorum di Marco Tullio Cicerone, perle da non dormirci la notte come “L’indice della paura”, e libri da cui un regista altrettanto geniale come Roman Polanski ha tratto due capolavori: “The Ghostwriter”, da cui una pellicola con Pierce Brosnan (mica pizza e fichi!) e “L’ufficiale e la spia”, sull’affaire Dreyfus, raccontata proprio in queste settimane al cinema dal film omonimo presentato al Festival di Venezia. “Conclave”, il suo terzultimo lavoro è un libro di una forza disarmante.

Perciò quando è uscito il suo ultimo romanzo, “Il sonno del mattino”, i miei amici della Libreria di Desio già sapevamo di dovermelo mettere da parte.

Appena apertolo ho imprecato contro il dilettante che aveva steso il testo della prima di copertina, il cosiddetto “risvoltino”, in fondo al quale già aveva svelato l’arcano del libro: “un romanzo distopico, ambientato in un Medioevo che segue una catastrofe che ha distrutto la nostra civiltà tecnologica”. Sono cose che non si fanno, per rispetto dei lettori, diamine. Che se uno del genere lavorasse per me lo caccerei a calci, dopo averlo esposto al pubblico ludibrio.


Ho rimosso la sovracopertina, perciò, e attaccato il libro autosuggestionandomi a dimenticare quanto avevo letto. E poi, a pagina 28, è lui, lui, Robert Harris, a svelare apertamente la cosa. Ho riabilitato il povero editor e accettato la sfida: il mio amico Robert giocava a carte scoperte come solo gli spregiudicati o i geni fanno. Uno scrittore da poco avrebbe gigioneggiato per tutte e duecento le pagine con allusioni, indizi, riferimenti criptici, per poi arrivare all’agnitio finale. Il mio maestro no: chissà allora quali carte aveva in mano per scoprirsi da subito in maniera così sfacciata.

Ho letto con sacro rispetto questo romanzo, che avrebbe potuto spostare lo stato dell’arte della prosa. E mi si è sfarinato in mano. Niente: come un giocatore di poker che punta alto ma ha in mano una coppia di sei. Quando gli altri lo “vedono”, quasi quasi ci rimangono male per lui.

Una storia stentata, senza spannung, chiusa in fretta come un deus ex machina chiudeva le commedie plautine: anche i maestri declinano, e a volte deludono. Ed è triste.

Mi sono ritrovato senza il libro pronto per i regali di Natale, che di solito ne compro a borse piene, e vado sul sicuro. Avrei regalato a occhi chiusi Harris. Devo ripiegare sul nuovo libro della Allende, “Lungo petalo di mare”, sul nuovo libro di Xavier Marías, “Vite scritte” (d’obbligo per chi ama la letteratura!), sull’ultimo della mia amica Rosa Teruzzi, “Ultimo tango all’ortica”. Al limite sul mio “Di vento forte”, ma solo per gli amici quelli veri: gli altri altrimenti pensano che abbia il braccino corto. In tutti i casi è un bel ripiegare, che di libri belli e di scrittori bravi grazie al cielo non siamo privi, in attesa che il maestro ritorni a stupirmi, perché so che lo farà.
Stefano Motta
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