• Sei il visitatore n° 366.738.336
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
bandi e concorsi
cartoline
Scritto Domenica 15 dicembre 2019 alle 08:12

Bulciago: a 50 anni dalla strage di Piazza Fontana, Davide Conti presenta il suo libro

Il Consorzio Villa Greppi, con la collaborazione del comune di Bulciago, ha invitato lo storico Davide Conti, consulente dell'Archivio Storico del Senato della Repubblica, a discutere della strage di Piazza Fontana mercoledì sera, presso la sala consiliare del paese. Il vicesindaco Raffaella Puricelli ha ricordato in apertura l'importante attività del Consorzio nel mettere a disposizione del pubblico iniziative culturali di grande spessore, in questo caso grazie al consulente storico Daniele Frisco e al lavoro dietro le quinte di molti altri operatori.

Da sinistra il vicesindaco Raffaella Puricelli, il sindaco Luca Cattaneo, lo storico Davide Conti,
il presidente del Consorzio Villa Greppi, il consulente storico Daniele Frisco

"Avevamo già ascoltato Conti durante il progetto "Percorsi nella memoria", riguardante anniversari importanti. A 50 anni da quello della strage di Piazza Fontana, lo abbiamo richiamato perché ha svolto molte ricerche sull'avvenimento che ha segnato l'avvio della strategia della tensione" ha detto il presidente del Consorzio Brianteo Marta Comi.
"A cosa serve la storia oggi?", si è chiesto Davide Conti, coautore del libro "L'Italia di Piazza Fontana" presentato per l'occasione. "In una società molecolare, disgregata, tecnologica, non va considerata solo come una cronaca, ma come un legame dialettico tra passato e presente, per costruire un orizzonte di senso ai fatti accaduti e ai loro eredi.
Nel 1969 a Roma e Milano furono piazzate delle bombe, le ultime di una lunga serie esplose dal febbraio 1969 in avanti in diverse città. L'Italia era stata sconfitta in guerra, faceva parte nella Nato, si trovava tra nord e sud del mondo, aveva al suo interno il Vaticano ma anche il partito comunista più importante e grande d'Occidente. Piazza Fontana è quindi il culmine di un processo lungo dieci anni. Fu un'operazione paramilitare contro civili inermi in un periodo di pace, per fare ricadere la colpa sull'avversario politico. Insomma, fu la strage più grave dopo la fine della guerra" ha detto il relatore.

Davide Conti, coautore del libro "L'Italia di Piazza Fontana"

Quell'anno era finita l'università d'élite, era diventato più che mai evidente che la crescita economica era molto sbilanciata, perché il Nord e il Sud non erano ancora uniti: l'obiettivo era fallito e tanta migrazione interna aveva portato molti abitanti del Sud a spostarsi a Nord. "Ci fu anche una crisi di sistema: era impossibile un'alternanza fisiologica al governo e il Partito comunista era visto come il nemico. Ma fu anche la fase dell' "autunno caldo", quando una mobilitazione operaia di massa si era organizzata per reclamare i propri diritti dopo la perdita di numerosissimi posti di lavoro. La dignità dei lavoratori veniva lesa dalle perquisizioni in fabbrica, dall'assenza di pause per andare in bagno, dalla costrizione a portare catene con l'acqua alle ginocchia per urinare. Nel 1969 finirono questi soprusi e gli operai, iscritti principalmente alla DC, riunirono ciò che la politica aveva diviso" ha detto lo storico. "Lo Statuto dei lavoratori fu una rottura di impianto ideologico, una riforma della struttura e un rovesciamento del diritto: per la prima volta tutelava il ceto lavoratore a danno dei proprietari, non proclamando un diritto uguale per tutti. Rispecchiava anche un'integrazione negativa delle masse nello Stato, quindi bisognava destabilizzare l'ordine pubblico per stabilizzare ordine politico. Il 15 dicembre 1969 il questore e il prefetto di Milano diedero la responsabilità della strage ai gruppi anarchici, ma uno di loro, Pino Pinelli, cadde da una finestra e morì dopo un fermo illegale. Il popolo milanese fu intervistato al funerale delle vittime: per la prima volta, sulla TV pubblica, parlavano i "pezzenti", le masse, di cui 100.000 erano operai. Si chiesero a chi mai potessero giovare queste vittime innocenti, con estrema indignazione" ha aggiunto il consulente della Procura di Bologna, in passato anche collaboratore della Procura di Brescia.

Eppure lo stato di emergenza non fu firmato dal presidente del consiglio Rumor, l'unico che aveva partecipato ai funerali e aveva assistito alla richiesta della fine dello stragismo. Come da sentenza della Corte di cassazione nel 2005, le cellule neofasciste di Ordine Nuovo sono state dichiarate responsabili della strage, ma agirono con l'idea di far ricadere la responsabilità sugli anarchici e con la certezza dell'impunità. Così avviarono una trasmissione di notizie e piste false e fecero un uso politico della strage per ottenere lo stato di emergenza. Ciò però non avvenne: secondo Maletti, accusato per i depistaggi, il perché è da ricercare nel fatto che l'Italia nel Mediterraneo era l'unica democrazia attorniata da dittature.

"Lo stato di emergenza avrebbe portato a una guerra civile, con la mobilitazione di forze armate e inevitabili scioperi" ha sottolineato l'autore. "La storia quindi non è mai un fermo immagine, ma ha una dimensione circolare. Adesso sappiamo che il capo del controspionaggio e del servizio militare fascista inviato nel '36 in Spagna si era poi occupato di aggiornare il casellario dei nemici del fascismo e di controllare i servizi segreti. Era stato incaricato dagli alleati di guidare le prefetture di Ancona e Foggia e poi era diventato comandante dei carabinieri. Era insomma il braccio destro del nuovo ministro degli interni, a capo di una rete ombra di prefetti che doveva sostituire quella ufficiale e operare un giro di vite contro le sinistre. La vedova del ferroviario Pinelli, volato dal quarto piano della questura milanese, disse che questo personaggio poco noto si era procurato in Grecia gli esplosivi usati per la strage e che il padre era stato incriminato per il tentato golpe del 1970. Latitante a Malta, tornò in Italia solo quando tutti gli imputati vennero assolti, compresi i reo confessi, caso unico al mondo. Ma del resto dopo la strage di Piazza della Loggia a Brescia venne trovato un documento che parlava di un servizio segreto clandestino fondato da un generale fascista nel 1943/44. Cosa c'entra questo con la strage? Be', è evidente che questa tragedia non rivendicata era mirata a un'operazione di nascondimento della matrice (ricordiamo che 62 prefetti su 64 erano di carriera fascista) e voleva punire lo Stato per la mancata involuzione autoritaria nel paese. Questa strage di stato finì nel 2005 con l'assoluzione di tutti i responsabili e la condanna al pagamento delle spese processuali da parte dei familiari delle vittime. Un vero scandalo, che mostra l'esistenza di un ordine gerarchico preciso che nessuno vuole rompere" ha detto lo storico.

Per concludere, l'autore ha sottolineato che la storia ci insegna chi siamo e da dove veniamo e offre la possibilità di scegliere dove indirizzare la società in cui viviamo e come costruirla su modelli di consapevolezza. Quindi ha aperto una riflessione sulle giornate della memoria esistenti oggi, scelte per fare in modo che lo stato costruisca un passato selettivo, senza ricostruire bene cosa è accaduto. "Il 27 gennaio è l'unica giornata in Italia della memoria, mentre si sarebbe potuto anche ricordare il rastrellamento degli ebrei avvenuto il 16 ottobre 1943 a Roma. Il 10 febbraio è stato scelto per ricordare gli eccidi delle foibe ma è la ricorrenza del trattato di Parigi a termine della seconda guerra mondiale, quindi cancella l'impunità dei responsabili dei crimini. A maggio le vittime del terrorismo sono celebrate il giorno 9, anniversario della morte di Aldo Moro. Però bisognerebbe spiegare che il terrorismo nacque dal cuore dello Stato già il 12 dicembre 1969" ha concluso Conti.
Il pubblico ha molto apprezzato la serata, che ha suscitato riflessioni profonde su uno dei più cruenti episodi della nostra storia.
Roberta Scimè
© www.merateonline.it - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco