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Scritto Mercoledì 22 gennaio 2020 alle 07:50

Annone: una vita di coraggio. La storia di Giorgio Ambrosoli nelle parole del figlio

"Io non posso insegnare ai miei figli a non fare ciò che vogliono per paura". Sono queste le parole che l'avvocato Giorgio Ambrosoli rivolgeva a chi gli domandava perché proseguisse con l'incarico di commissario liquidatore della banca privata italiana, anziché pensare a se stesso, alla sua famiglia e alla sua carriera da giovane avvocato civilista.

Umberto Ambrosoli

Il figlio Umberto, a quarant'anni dall'uccisione, è intervenuto nella sala teatro dell'oratorio di Annone Brianza per l'ultimo della serie di incontri promossa dalla comunità pastorale. "Mio padre è stato un esempio di vita e di coraggio, se per coraggio si intende la volontà di usare la propria vita sapendo che può comportarne la fine. Rappresenta la coerenza dell'utilizzo con le finalità quando, per utilizzare la vita, si va incontro alla fine. A differenza delle altre persone, poliziotti, carabinieri e uomini dello stato, mio padre era un libero professionista e non aveva deciso di fare una scelta di vita che lo esponeva a determinati rischi" ha spiegato Umberto. "La vita lo ha condotto, ad un certo punto, ad acquisire un'esperienza che ha fatto di lui una delle poche persone adatte ad assumere la responsabilità della liquidazione della banca privata italiana, riconducibile a un finanziere-avvocato, una persona che nel 1994 è arrivata ad avere 264 società in tutto il mondo a lui riconducibili: aziende agricoli, studi cinematografici, una catena alberghiera e, in Italia, partecipazioni nell'ambito manifatturiero e finanziario".


Questa persona era Michele Sindona, un uomo "che ha utilizzato i soldi dei depositanti nelle banche, realizzando operazioni fittizie, alternando dati contabili sfruttando tantissimo l'arretratezza della normativa italiana". Un uomo in grado di far incontrare gli interessi e di ampliare il proprio ambito di influenza. "La sua crescita va avanti senza che nessuno rappresenti sospetti su questo uomo, che viene anzi portato sul palmo di mano dal potere di turno, sia politico che ecclesiastico. È un finanziatore della politica, del partito di maggioranza di allora, la democrazia cristiana e in particolare della corrente che faceva riferimento a Giulio Andreotti. Lui cresce sapendo che il parlamento non mandava avanti riforme per il principio della trasparenza in ambito finanziario, permettendogli di operare". Ha avuto come nemico Ugo La Malfa, che riuscirà a bloccare alcune operazioni in cui la trasparenza era particolare oggetto di lesione, senza però riuscire a scoperchiare tutto il sistema che era stato creato dietro: "La titolarità dei denari l'ha sempre presentata come propria quando invece non era così: a un certo momento di crisi, questo cartello di carta però crolla".

A destra il parroco don Maurizio Mottadelli

Durante un momento di crisi, Sindona si è trovato esposto finanziariamente e ha iniziato a speculare sulle valute, fatto che ha portato via via al crollo della banca. Nel settembre del 1974 la banca è stata dichiarata fallita ed è stato nominato un commissario liquidatore, nella figura di Giorgio Ambrosoli. Tutto quello che il commissario avrebbe recuperato con il suo lavoro, sarebbe stato riconosciuto allo Stato per farlo rientrare da un'esposizione che era ormai divenuta importante.
Vengono piano piano ricostruite le ragioni che avevano portato al fallimento della banca e si comprendono le modalità con cui Sindona aveva utilizzato i denari dei depositanti.
Sindona, che si trasferirà negli Stati Uniti, è poi divenuto destinatario di una richiesta di estradizione dalla quale ha cercato di difendersi. Nel frattempo ha cambiato la strategia per cercare di far risorgere dal fallimento la banca privata: si è adoperato con la sua rete di relazioni per muoversi in questa direzione e ha trovato una sponda nella parte politica che lo ha sempre sostenuto. Ci sono due soggetti, determinanti, che si sono sempre opposti al piano: la banca d'Italia e il commissario liquidatore. La banca d'Italia viene fatta oggetto di diverse pressioni, nella persona del direttore e del governatore. "Il commissario liquidatore diventerà oggetto di altri tipi di pressioni. Se all'inizio aveva incontrato consigli di tante persone che lo scoraggiavano, aveva subito tentativi di corruzione, aveva ricevuto in seguito minacce di morte che dopo un paio di mesi si sono realizzate" ha proseguito Umberto. Sul finire del 1978, Ambrosoli aveva infatti ricevuto telefonate minatorie: le prime erano volte alla corruzione del professionista, poi non c'era possibilità di equivoco. I fatti erano da lui stati denunciati all'autorità giudiziaria, ma l'11 luglio 1979 l'avvocato è morto sotto i colpi d'arma da fuoco.
Il lavoro di Ambrosoli è sempre proseguito nel silenzio e soltanto in seguito se n'è compresa l'importanza: "Pochi, nel luglio 1979, sapevano cosa aveva fatto, con che forza si stava confrontando mio padre e con quali forze Sindona si accompagnasse. Due giorni dopo l'uccisione, un articolo di giornale descrive quello che papà stava facendo e la tipologia di poteri con cui aveva dovuto confrontarsi. Mi ha colpito perché descriveva la professionalità, definita come "colui che subordina tutto se stesso agli scopi dell'ordinamento". Si parla di quel valore della professionalità come qualcosa di straordinario nell'Italia di quegli anni perché tanti altri la usavano quel potere per il proprio tornaconto professionale. Mio padre, invece, per questa sola ragione ha incontrato la morte".

Ha poi aggiunto il figlio, incoraggiando a seguire l'esempio di normalità del padre: "Il coraggio è nella normalità delle cose che si fanno: essere un operaio per costruire qualcosa che può servire a tutti. Se usciamo da questo paradigma e affidiamo il coraggio alla straordinarietà dei gesti di pochi, non possiamo lamentarci che in questa società crescano i Sindona piuttosto che coloro che crescono in una gerarchia di valori molto diversi".
Giorgio Ambrosoli era ben cosciente dei rischi a cui andava incontro ricoprendo quell'incarico e lo era sin dall'inizio quando aveva scritto una lettera alla moglie, da lei trovata casualmente tra le carte del marito. "In quella lettera spiegava il suo impegno, le sue motivazioni, le ricordava il desiderio di fare politica nell'interesse del paese, spiegava le difficoltà incontrate e poi il presagio. Diceva di vedere in lontananza delle ombre, ma sul cammino". Quella lettera proseguiva con l'affidamento alla moglie l'educazione dei figli e con l'indicazione che, qualunque cosa fosse successa, lei avrebbe potuto fare affidamento su alcuni amici.

Ma guai a definirlo "eroe" per il figlio, che ha perso il padre a 7 anni. "Quando diciamo che queste persone sono eroi, stiamo sfuggendo al confronto di quello che loro hanno fatto. L'eroe continua a essere la persona diversa dall'essere umano, chiamato a fare qualcosa che l'umano non può fare. Io preferisco guardare alla normalità di quello che hanno fatto, non alla straordinarietà: questo può essere di stimolo per essere un cittadino migliore. Se pensiamo che il destino della società debba essere affidato alla straordinarietà di pochi, chiediamoci invece se il destino non può essere cambiato dalla normalità di molti. C'è bisogno di essere dei cittadini più responsabili, di assumersi delle colpe che scarichiamo su altri, di essere severi quando esercitiamo il nostro potere di cittadini elettori senza turarci il anso, senza dire scegliere il meno peggio. Questa normalità è quella su cui possiamo fare affidamento, non la straordinarietà di altri".
Michela Mauri
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