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Scritto Giovedì 20 febbraio 2020 alle 09:23

E io rileggo Camus e capisco che ha ragione

Stefano Motta
Era difficile descrivere lo sconvolgimento della peste meglio di quel che fece Tucidide a proposito della peste di Atene del 430 a.C., ma poi venne un "porculus de Epicuri grege", come si definiva Lucrezio, e alla fine del suo De rerum natura riprese Tucidide e lo sublimò: "Potrei non sapere del mondo le origini, ma dai segni del cielo e da molte cose create io sono certo che il mondo non è fatto per noi: tanto esso è fonte di male", scrive, con un misto di rassegnazione epicurea che non riesce a coprire del tutto la rabbia irrazionale di chi vorrebbe una spiegazione, eppur non la trova, eppur non si accontenta. Al diavolo Giobbe: l'uomo vuole sapere perché.
E poi capitò un signore chiamato Giovanni Boccaccio e la pestilenza che flagellò Firenze nel 1348, e proprio quel male ci diede quella che io considero l'opera letteraria più bella del nostro Medioevo, superiore - per quanto mi riguarda - alla stessa Commedia, proprio per quella sua tragicomica mistura di clamori e dolori, di sguaiatezze e purezza che sono la nostra commedia umana di tutti i giorni, non solo dei dieci in cui si articolano le novelle del Decameron. Era difficile fare meglio di Boccaccio, ma poi vennero i Lanzichenecchi, scesero dai Grigioni, dalla Valtellina, dalla Valsassina e si sparsero per il Ducato di Milano, facendo razzia di bestiame, cibo e donne, e lasciando in pegno i sozzi bubboni della peste. Era il 1629, e duecento anni dopo venne il mio amico Alessandro, e immortalò quello strazio nelle pagine dei Promessi Sposi. E fare meglio di lui è impossibile. Siamo amici, io e Ale: guai a chi si cimenta contro di lui. C'era stato Defoe, a dire il vero, che cento anni prima aveva scritto il Diario dell'anno della peste, sull'epidemia che colpì Londra nel 1665, ma Defoe lo conoscono tutti solo per Robinson Crusoe: questo libro e Moll Flanders (un capolavoro) sono per pochi eletti, suvvia.
Eppure un contemporaneo del mio amico Manzoni scrisse proprio nel 1842, l'anno in cui si esaurisce la pubblicazione dell'ultimo fascicolo dell'edizione "Quarantana" dei "Promessi Sposi", il racconto La maschera della morte rossa, forse le pagine più cariche di suspense che mi sia mai capitato di leggere. Si chiama Edgar Allan Poe: fare meglio di lui è impossibile.
Ma poi venne José Arcadio Buendía, che architettò una quarantena al contrario nella Macondo raccontata da Garcia Marquez: "Quando José Arcadio Buendía si accorse che la peste aveva invaso il villaggio, riunì i capi famiglia per spiegar loro quello che sapeva sulla malattia dell'insonnia, e fu deciso di adottare delle misure per impedire che il flagello si propagasse ad altre popolazioni della palude. Fu così che si tolsero ai capri le campanelle che gli arabi barattavano coi pappagalli, e furono messe all'entrata del villaggio a disposizione di coloro che trascuravano i consigli e le suppliche delle sentinelle e insistevano nel voler visitare il villaggio. Ogni forestiero che in quell'epoca percorreva le strade di Macondo doveva far suonare la sua campanella perché i malati sapessero che era sano. Non gli si permetteva né di mangiare né di bere nulla durante il soggiorno, perché non c'era dubbio che la malattia si trasmetteva soltanto per bocca, e tutte le cose da bere e da mangiare erano contaminate di insonnia. In quel modo si mantenne la peste circoscritta al perimetro dell'abitato. La quarantena fu così efficace, che giunse il giorno in cui lo stato di emergenza venne considerato come cosa naturale, e si organizzò la vita in modo tale che il lavoro riacquistò il suo ritmo e nessuno si preoccupò più dell'inutile abitudine di dormire".
A Macondo i campanelli non li mettono i monatti al piede, né i tangheri campagnoli come Renzo quando vuole sgusciare dentro il Lazzaretto travestito da monatto per cercare la sua Lucia, ma le cose non cambiano, la solitudine e l'oblio sono pesti che durano più dei Cent'anni di Garcia Marquez.  
Da sempre nella storia della letteratura la peste è il racconto di un male e il pretesto per parlare di un altro Male, più radicale e feroce. Che non è il contagio del bacillo, ma il sospetto che serpeggia, la paura dell'altro, la ricerca a tutti i costi di un untore, il crollo delle normali leggi non dico della solidarietà ma persino dell'umanità. I racconti che ne fanno tutti questi grandi scrittori insistono con accenti drammatici proprio su questo.
Così arriviamo al più grande, che nel 1947 raccontò l'epidemia che chiuse la città algerina di Orano in un isolamento che ricorda quello della cinese Wuhan.
Siamo a soli due anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ed è abbastanza perspicuo che la peste raccontata da Camus nell'omonimo romanzo sia un riferimento al Male che ha dilaniato l'Europa fino al '45, e oltre.
Per la città di Orano si aggirano impotenti ma non arresi padre Paneloux, e Tarrou, e il dottor Rieux, e il mercante Cottard. Quest'ultimo gode della situazione, poiché vi intravede una prospettiva lucrosa. Tarrou annota ogni cosa su taccuini che saranno preziosi per il dottor Rieux nel redigere poi la cronaca della peste. Padre Paneloux tuona contro i peccati per i quali Dio avrebbe mandato questa punizione, salvo rimanere senza parole di fronte alla morte dell'innocente figlioletto del giudice Othon, come Renzo rimane disarmato di fronte alla scena della madre di Cecilia.
Ma la pagina più cupa arriva alla fine, quando la malattia sembra in remissione e i problemi risolti. È Tarrou che parla dalle sue pagine: "l'epidemia non mi insegna nulla, se non che bisogna combatterla al suo fianco [...]. Io so di scienza certa che ciascuno la porta in sé, la peste, e che nessuno, no, nessuno al mondo ne è immune".
Mi si affollano in testa in questi giorni le pagine di queste opere che tanto ho letto, amato, spiegato, in anni di lezioni, a volti di giovani studenti liceali che si credevano e si credono a buon diritto invincibili e immortali.
Per puro caso il compito assegnato dalla maestra di quinta elementare di mio figlio ("fai un articolo per il giornalino scolastico sul Coronavirus") si è sovrapposto al messaggio da Merateonline ("ci scrivi un pezzo?"), e così ci siamo messi alla scrivania insieme, lui con le sue domande e io con i miei fantasmi letterari.
Che ogni tanto la vita non dovrebbe imitare l'arte, e di "pesti" ne abbiamo già avute a sufficienza nei secoli come nei libri, senza che un nuovo virus dal nome dinastico venga a turbare i sonni e i mercati. Gli untori adesso non vengono da Lecco, come il povero Renzo, ma hanno gli occhi a mandorla, e i rutti della propaganda xenofoba si sono trasformati in sinofobi.  
E io rileggo Camus, e capisco che purtroppo ha ragione: "Ascoltando, infatti, i gridi di allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell'allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce, e che forse verrebbe un giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice".  
Stefano Motta
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