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Scritto Lunedì 24 febbraio 2020 alle 16:09

Senza concorso di popolo


 È l'11 giugno del 1630 quando i decurioni della città di Milano rompono l'anima all'arcivescovo di allora, tal Federigo Borromeo, perché porti in giro con una bella processione le spoglie del di lui famosissimo cugino, quel Carlo fatto santo a tempo di record dopo poco più di vent'anni dalla morte (record battuto come un razzo da Giovanni Paolo II, canonizzato dopo nove anni). E Federigo che aveva tanti difetti ma non era sciocco si schermì dapprima con ragioni nobili e pratiche, perché quando sei di Milano e soprattutto quando acquisti un po' di potere capisci che la ragion di stato è più importante di ogni altra considerazione, e bisogna essere concreti: che se era vero che bisognava evitare che la gente riponesse fiducia in un mezzo a dire il vero un po' superstizioso, quello che lo trattenne dal concedere da subito una tale processione fu più la paura che se la pompa magna non avesse sortito alcun effetto (e nonostante avesse vaghe simpatie astrologiche e credenze un po' oblique in materia esoterica, lo sapeva bene che portare un giro un catafalco non avrebbe fatto guarire nessuno), la fiducia della gente si sarebbe tramutata in scandalo.

Così, testualmente, ci riferisce Manzoni al trentaduesimo capitolo del "Promessi Sposi", citando la Memoria delle cose notabili successe in Milano intorno al mal contaggioso l'anno 1630, ec. raccolte da D. Pio la Croce, Milano, 1730. "Temeva di più - aggiunge Manzoni - che, se pur c'era di questi untori, la processione fosse un'occasion troppo comoda al delitto: se non ce n'era, il radunarsi tanta gente non poteva che spander sempre più il contagio: pericolo ben più reale (Si unguenta scelerata et unctores in urbe essent... Si non essent... Certiusque adeo malum. Ripamonti, pag 185.). Ché il sospetto sopito dell'unzioni s'era intanto ridestato, più generale e più furioso di prima". Quando finalmente cede, e la processione si fa, la città affannata sembra respirare di una fiducia presuntuosa, e si alimenta della fanatica sicurezza che la processione avrebbe stroncato la peste come un pugno di Bud Spencer abbatte il malcapitato di fronte a lui. Ma i pugni di Bud sono finzione: la peste no. Così già "il giorno seguente [...] le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l'occasione, nella processione medesima". Ma non perché tutta quella gente accalcata era ovviamente la condizione migliore per la diffusione del bacillo ma perché "gli untori hanno sfruttato l'occasione per infiltrarsi apposta!". E ci sono delle volte che di fronte alla stupidità del volgo si rischia di diventare malthusiani! "Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col loro unguento quanti più avevan potuto. Ma siccome questo non pareva un mezzo bastante, né appropriato a una mortalità così vasta, e così diffusa in ogni classe di persone; siccome, a quel che pare, non era stato possibile all'occhio così attento, e pur così travedente, del sospetto, di scorgere untumi, macchie di nessuna sorte, su' muri, né altrove; così si ricorse, per la spiegazion del fatto, a quell'altro ritrovato, già vecchio, e ricevuto allora nella scienza comune d'Europa, delle polveri venefiche e malefiche; si disse che polveri tali, sparse lungo la strada, e specialmente ai luoghi delle fermate, si fossero attaccate agli strascichi de' vestiti, e tanto più ai piedi, che in gran numero erano quel giorno andati in giro scalzi". Dagli untori alle scie chimiche dei giorni nostri la distanza sembra annullata, quando "il povero senno  cozza co' fantasmi creati da sé", scrive il mio amico Manzoni. Il 23 febbraio 2020 l'arcivescovo di Milano che oggi siede sul soglio che fu dei cugini Borromeo ha giustamente disposto la sospensione delle Celebrazioni Eucaristiche "con concorso di popolo" a partire dall'orario vespertino di domenica 23 febbraio 2020 e fino a data da definire a seguito dell'evolversi della situazione.  Io non ho conoscenze mediche tali da potermi pronunciare sull'effettiva virulenza di questa epidemia. Leggo, ascolto e non mi distolgo dall'idea che si tratti di much ado about nothing, per dirla con quel "barbaro non privo d'ingegno" (così il mio amico Alessandro al cap. VII del romanzo cita il vecchio Guglielmo Scrollalancia da Stratford-on-Avon). Ma mi intendo un po' di Manzoni, per nulla di virologia, e abbastanza della gente per sapere che una messa in più o in meno non cambia nulla nella crescita della fede personale di ciascuno e il buon senso, se non riesce a fare del bene, almeno fa meno male della religione dei baciapile. In attesa di sguazzare come Renzo in quella pioggia benefica del trentasettesimo capitolo, che, "principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie. Renzo, in vece d'inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel susurrìo, in quel brulichìo dell'erbe e delle foglie, tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente e più vivamente quello che s'era fatto nel suo destino.
[...] che quell'acqua portava via il contagio; che, dopo quella, il lazzeretto, se non era per restituire ai viventi tutti i viventi che conteneva, almeno non n'avrebbe più ingoiati altri; che, tra una settimana, si vedrebbero riaperti usci e botteghe, non si parlerebbe quasi più che di quarantina; e della peste non rimarrebbe se non qualche resticciolo qua e là; quello strascico che un tal flagello lasciava sempre dietro a sé per qualche tempo". Che anche la pioggia viene dal cielo, come l'eucarestia, e l'intelligenza delle persone, e la lucidità dei medici, e l'abnegazione degli infermieri, e le intuizioni dei ricercatori, e il rigore dei pubblici ufficiali, e la prudenza delle persone comuni, che forse sono più utili a tutti di un pateravegloria.
Stefano Motta
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