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Scritto Venerdì 06 marzo 2020 alle 11:58

In memoria di Clive: un onesto artigiano della scrittura

Ogni tanto in qualche intervista qualcuno mi chiede quali siano i miei maestri, gli scrittori da cui ho imparato qualche trucco del mestiere, o quelli per i quali ho provato invidia, perché quel romanzo lì avrei voluto scriverlo io.
A seconda del pubblico, del momento e delle pose che intendo spararmi, cito Manzoni, Stendhal, Fogazzaro, ma anche Conan Doyle e Gadda, per l'inarrivabile maestria linguistica (e a questo proposito ci fu persino chi in una nota critica a un mio romanzo mi paragonò, nano sulle spalle di tale gigante, al Gran Lombardo). Mi capita anche di citare qualche regista, per esempio il mio amico Renzo Martinelli, e tra i viventi Valerio Massimo Manfredi, e Luis Sepúlveda (che ha visto la dittatura di Pinochet e non sarà il Coronavirus a togliercelo), e Robert Harris.
Solo agli amici più cari rivelo che in realtà devo molto a uno scrittore che non passerà alla storia della letteratura come perno imprescindibile di un canone degli immortali, ma che mi ha fatto e continua a farmi un sacco di compagnia. Solo che temo reazioni blasé al nominarlo, e sovente lo tengo per me, nelle valigie delle vacanze al mare, sul comodino per le lunghe e voraci sedute notturne, quando ho voglia di viaggiare in mondi che non ho ancora visto e probabilmente non vedrò mai, ma - come diceva Salgari, uno che ha descritto le foreste della Malesia senza mai essersi mosso dalla biblioteca di Torino - "leggere è come viaggiare, ma senza la seccatura dei bagagli".
Dopo Jules Verne e Salgari della mia infanzia, dopo Tolkien e Terry Brooks della mia adolescenza, devo a Clive Cussler tanti miei viaggi indimenticabili. La letteratura è fatta di poche voci indimenticabili, talenti baciati dalle Muse, e di una pletora di meteore e pennivendoli, di best-seller confezionati ad hoc perché vendano, durino e spariscano nell'arco di una stagione.
In fondo a questa tribù ci sta il vanity publishing, l'autopubblicazione di chi ha scritto qualcosa e ritiene di doverne a tutti i costi farne dono all'umanità. In mezzo ci sono molti onesti artigiani della scrittura, cui si deve rendere quotidianamente grazie perché è a loro che va il merito di averci avvicinato ai libri, di averci introdotto con gradualità ai segreti di un piacere che è irripetibile, solitario e rivoluzionario. Clive Cussler & Co. (poiché negli ultimi suoi anni era chiaro a tutti che ci fosse una schiera di ghostwriter più o meno appalesati nelle copertine) è il maestro di tutti questi onesti e meritevoli artigiani della scrittura.
Di lui si dice che avesse coniugato "letteratura" e "vita", secondo la famosa formula di Oscar Wilde per cui dovrebbe essere la vita a imitare l'arte, e non viceversa. A quanto pare la sua esistenza non fu meno avventurosa di quella dei suoi Dirk Pitt, Sam e Remi Fargo, Juan Cabrillo, scopritori di tesori, archeologi dilettanti, 007 agitati e mescolati ma non in smoking Brioni, Indiana Jones più letterari che cinematografici. Non è un caso che dai suoi romanzi siano stati tratti pochi e poco fortunati film: meglio così, anzi. Se guardate gli scaffali delle biblioteche nei mesi di giugno, luglio e agosto troverete la sezione dei suoi titoli vuota come i banchi-frigo in epoca di Coronavirus. Amatissimo da un sacco di gente, Clive Cussler è morto il 20 febbraio scorso, alla venerandissima età di 89 anni, perché se leggere fa vivere un sacco di altre vite, scrivere evidentemente la allunga mica male, la vita.
Solo agli amici - e mi piace pensare che tra i lettori di Merateonline gli amici non manchino - rivelo che Clive Cussler è per me un maestro nella quotidiana fatica di scrivere bene, in modo interessante, avvincente e facile. Perché si fa più fatica a scrivere facilmente che a impiccarsi su ragionamenti astrusi, e di inutili intellettuali onanisti della penna è purtroppo pieno il mondo. E invece abbiamo bisogno di onesti artigiani che ci facciano compagnia. Addio Clive. Voglio dire: arrivederci, nei tuoi libri.  
Stefano Motta
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