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Scritto Lunedì 09 marzo 2020 alle 17:36

La sindrome di don Rodrigo

Ho sempre simpatizzato per don Rodrigo. Nonostante il carattere  velleitario del suo piglio malavitoso (l'innominato gli sta talmente  tante spanne sopra da farlo apparire niente più che un /parvenu/, un bulletto capriccioso e arricchito come tanti - purtroppo - ne ho  conosciuti), sono sempre stato convinto che fosse davvero innamorato di  Lucia. Dopo la prima boutade con il cugino Attilio, che riempiendo le  reticenze manzoniane oggi declineremmo così: "Scommettiamo che entro  l'11 novembre me la faccio?", forse anche a causa del fatto che quella contadinotta l'ha respinto, con quella sua modestia guerriera, i neri e lunghi sopraccigli di Lucia non gli sono rimasti indifferenti, e quegli  "occhioni", come donna Prassede ben li individua, gli hanno scavato dentro qualcosa di ben più profondo di una questione d'onore. Un fremito del cuore più che una /pruderie /nelle pudenda.
E poi nei romanzi i cattivi sono spesso più interessanti dei buoni, ecco, anche se non sempre fanno una bella fine.
La fine di don Rodrigo inizia al cap. XXXIII: è a Milano, in fuga più  che dai Lanzichenecchi e dalla peste, dallo scorno di non essere  riuscito a far sua Lucia, e dalla tristezza. Che crede di affogare nel vino e volando fior da fiore con un po' di donnine prezzolate, pronte a soccorrere con le loro grazie i gentiluomini ben forniti. Di denari, intendo.
Rientrava da una di quelle serate di stravizi quando lo colse un malessere, tipico di chi si era impegnato a fondo tanto nei piaceri di Bacco che in quelli di Venere. E il suo fido, il Griso, vedendolo così spossato ed emaciato, si teneva discosto, giacché la peste imperversava a Milano, e non faceva distinzione tra buoni e cattivi, tra poveri e ricchi. E /"in quelle circostanze, ogni mascalzone aveva dovuto acquistar, come si dice, l'occhio medico. - Sto bene, ve', - disse don Rodrigo, che lesse nel fare del Griso il pensiero che gli passava per la mente. - Sto benone; ma ho bevuto, ho bevuto forse un po' troppo [...]. - Scherzi della vernaccia, - disse il Griso, tenendosi sempre alla larga. - Ma vada a letto subito, ché il dormire le farà bene."/
E poi, non riuscendo a prendere sonno, don Rodrigo lo chiama di nuovo: "/- Griso, tu sei sempre stato il mio fido./
- /Sì, signore./
- /T'ho sempre fatto del bene./
- /Per sua bontà./
- /Di te mi posso fidare...!/
- /Diavolo!/
- /Sto male, Griso./
- /Me n'ero accorto./
- /Se guarisco, ti farò del bene ancor più di quello che te n'ho fatto per il passato./
/Il Griso non rispose nulla, e stette aspettando dove andassero a parare questi preamboli./
- /Non voglio fidarmi d'altri che di te, - riprese don Rodrigo: - fammi un piacere, Griso./
- /Comandi, - disse questo, rispondendo con la formola solita a quell'insolita."/
E gli chiede di andare a chiamare il Chiodo chirurgo, medico, ma senza farsi scoprire dalle autorità, perché nessuno sospettasse che quel piccolo malessere passeggero potesse nemmeno lontanamente essere collegato alla peste. Perché i ricchi non si ammalano. E se si ammalano non è colpa loro. E chiede "per piacere" a Griso, lui, abituato a comandare, chiede un favore.
Mi aggiro tossicchiando per il paesello dopo che ieri ho compiuto un'escursione un po' impegnativa in alta montagna con le ciaspole, alle pendici del Catinaccio fin sotto le torri del Vajolet. C'era un bel sole, e la tentazione di togliersi la giacca da alpinismo e stare in maglietta era troppo forte. Ho fatto una bella sudata, *ho preso freddo, nulla di più. *Eppure mi sento come don Rodrigo: guardato a vista, schivato, tenuto a distanza. E mi accorgo di avere sulla punta della lingua questa scusa pateticae non richiesta: /*sto bene, ve'*/. E di aver riscoperto anche io le formule di cortesie, come quel don Rodrigo che chiede *"per piacere"*.
Tra le molte cose che ancora dovremo imparare in questo frangente, sarebbe bello se diventasse virale anche questa cosa.
In attesa che ognuno guarisca dai suoi mali, e dai suoi fantasmi, si chiamino Corona o Lucia.
Stefano Motta
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