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Scritto Giovedì 12 marzo 2020 alle 13:53

Un libro non è il Piave, leggere non è rinculare

Luis Sepùlveda e Stefano Motta
Sapeva leggere. Fu la scoperta più importante di tutta la sua vita. Sapeva leggere. Possedeva l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia
(Luis Sepùlveda, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”)

Ciascuno ha le sue debolezze, e in tempi di ipocondria diffusa, io sto incominciando a sviluppare forme inattese di misoginia e insofferenza.
In particolare ho raggiunto il livello di soglia nei confronti dell’adagio “se non altro questo isolamento ci fa riscoprire la bellezza della lettura!”. Lo sento in bocca di persone insospettabili delle quali sinora pensavo che leggessero più di quanto la loro attuale insipienza ha manifestamente dichiarato. Ammetto che piuttosto che stare ripiegati accaventiquattro sullo smartphone sono quasi contento che il volgo prima disperso ora confinato nelle proprie magioni abbia riscoperto il piacere di leggere un buon libro, ma c’è bisogno della peste per ritornare a leggere? Perché detto così sembra l’estremo baluardo di difesa, il Piave della depressione, il fondo del barile che si raschia quando ogni altra cosa più piacevole è venuta meno, come un rinculo: dopo Caporetto ci si attesta sull’Isonzo, che cede. Allora sul Tagliamento, poi sul Livenza, per tornare sul Piave, da cui si era partiti il 24 maggio.
E a me, che mi occupo di libri da sempre, che amo leggerli prima ancora di scriverli, che ho speso per casa mia più soldi in librerie che in guardaroba (e chi mi conosce bene sa quanto spenda in vestiti) mi prudono le mani (ho detto “a me mi”, lo so) quando mi accorgo che la lettura viene ridotta e vieppiù nobilitata come passatempo per il tempo vuoto che uno volentieri spenderebbe in altre faccende affacendato, ma prima ci si ritira al di qua della scuola, poi al di qua delle biblioteche e dei teatri, poi al di qua degli ipermercati, poi giù dalle seggiovie, finché non ci rimane che un libro.
Se è vero che gli amici si vedono nel momento del bisogno, allora non ci sono amici più fedeli dei libri.
Mi piacerebbe che essi stessi divenissero un bisogno, essenziale come l’aria e l’acqua, così che la prossima peste che dovremo affrontare, medica, economica, esistenziale o quale che sia, ci veda più preparati di quanto sinora non ci si sia dimostrati.
A scanso di equivoci, la foto sopra mi ritrae in compagnia dell’autore della citazione in esergo. Non è un virologo, non è un politico: è uno scrittore. Non sa fare un tampone, ma appartiene alla specie benedetta dagli dèi e dalle Muse che sa catturare un pezzo di infinito e trasmettercelo, come antidoto contro il Male.
Stefano Motta
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