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Scritto Sabato 14 marzo 2020 alle 10:01

Il Coronavirus azzera i contatti e ci rende sterili persino di fronte al dolore. Ne usciremo più consapevoli di ciò che è davvero importante

Sono giorni difficili per tutti quelli odierni, caratterizzati dall'emergenza Covid-19. Un nome che fino a qualche settimana fa ci sembrava così lontano dal nostro mondo, dalle nostre abitudini e che invece silenziosamente, passo dopo passo, ci ha bussato alla porta. Non abbiamo avuto possibilità di scelta in verità, se farlo entrare o meno: il nemico si è presentato con tutta la sua forza. Si è insidiato nella nostra vita, nel nostro quotidiano, colpendo indistintamente persone di tutte le età: soprattutto anziani, ma anche giovani. I nostri amici, familiari, vicini di casa. Ragazzi nel fiore della loro età, sportivi, e anche infermieri, oss, medici. Figure che siamo abituati a chiamare quando stiamo male, crollati anche loro nella morsa di questo virus, che fino a qualche tempo fa consideravamo alla stregua di una banale influenza. Eroi con il camice e la mascherina che si stanno prodigando con tutte le loro forze per contenere - a fatica - il sovraccarico di pazienti in arrivo nei pronto soccorsi del territorio. Giorno dopo giorno vanno avanti, tra l'angoscia e la paura, tra il senso del dovere e il peso della responsabilità di questa emergenza.

Se l'indicazione che viene ripetuta come un mantra dalle istituzioni è quella di restare in casa per evitare la diffusione del contagio, la paura dell'isolamento è forte e ci paralizza. Mai come in questo momento ci rendiamo conto di quanto sia straordinario il gusto della libertà, che oggi non possiamo assaporare. E' un sacrificio grande quello che ci viene chiesto: rinunciare a vedere i nostri familiari, i nostri amici, a sbrigare le più banali e scontate commissioni. Ma va fatto per una causa importantissima: la salute di tutti noi. Solo quando questo incubo sarà finito potremo - con le ossa rotte - riassaporare davvero il gusto di ogni gesto, anche il più banale e scontato. Dare il giusto peso ai rapporti, alle relazioni. Stabilire una scala di priorità.
C'è poi un altro aspetto, non secondario: il contatto fisico. In questi giorni ci viene chiesto di ridurre ai minimi termini, persino azzerare, l'interazione con il prossimo. E così ci accorgiamo di quanto vorremmo stringerci la mano, accarezzarci, abbracciarci. Ci rendiamo conto di quanto questi gesti siano parte della nostra essenza, di quanto siano imprescindibili. Comprendiamo quanto la comunicazione non verbale sia insita nella nostra quotidianità e ci aiuti ad esprimere quei sentimenti che a volte con le parole non riusciamo ad esternare. Di contro in questi giorni abbiamo tanto tempo, forse troppo, per pensare, riflettere, emozionarci, angosciarci.

Infine un ultimo inciso: il dolore. Perdere una persona cara in questi giorni è straziante. Ci è impedito poter salutare i nostri cari ricoverati in un letto di ospedale per evitare il rischio di contagio. Non possiamo raccogliere i loro ultimi pensieri, stringerli in un caldo abbraccio, l'ultimo. Quasi non ci rendiamo nemmeno conto di quello che sta capitando, talmente sono vorticose le emozioni che ci attraversano la mente. Non possiamo vivere compiutamente la dimensione del dolore e neppure garantirgli un doveroso funerale, perchè non ci è consentito. Al di là della fede insita in ognuno, l'ultimo viaggio terreno dovrebbe essere un diritto di tutti. E invece neanche quello è scontato in questi giorni così surreali da sembrare un incubo. Dal quale speriamo di svegliarci in fretta, sbocciando a nuova vita come la primavera che sta per arrivare. Stanchi, tristi, privati in alcuni casi dei nostri affetti, ma con una maggiore consapevolezza di quello che siamo e che vogliamo - perlomeno tentare - di essere.
Gloria Crippa
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