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Scritto Giovedì 19 marzo 2020 alle 19:03

San Leopoldo Mandic: un po’ di storia per non dimenticare l’altra grande battaglia combattuta per l’autonomia del presidio

In queste giornate di sosta forzata, durante le quali virus e ospedale sono diventati l'unico argomento, c'è spazio per la memoria. Perché l'indebolimento dei ricordi, unito alle scelte editoriali della solita stampa genuflessa, rischia di offrire al lettore una visione distorta di ciò che è e, soprattutto, di ciò che fu.

Dunque approfittiamo di questo "restiamo a casa" per ripercorrere un po' di storia del nostro caro San Leopoldo Mandic, partendo dall'inizio di questo secolo, quando c'era ancora l'Ussl 14 e l'Azienda ospedaliera era stata da poco costituita. L'A.O. allora era guidata dal compianto dottor Roberto Rotasperti che nel cuore e nella testa - comprensibilmente - aveva solo l'ospedale Manzoni, progettato negli anni novanta per contenere poco meno di mille pazienti e inaugurato nel 2000 quando il concetto di spedalizzazione era nel frattempo cambiato; tanto che i pazienti non hanno mai superato quota 600 con ampi spazi del nuovo gigante di Germanedo, vuoti.

Roberto Rotasperti e l'ospedale Manzoni

Per giustificare l'imponente investimento voluto dai lecchesi Roberto Formigoni e Giulio Boscagli prendeva corpo - soprattutto negli ambienti allora potenti di Forza Italia - l'idea di riservare al solo Manzoni l'acuzie, cioè la cura del malato in fase acuta, destinando la riabilitazione e lungodegenza al San Leopoldo Mandic, per chiudere definitivamente l'Umberto I° di Bellano che, data la sua bellissima posizione fronte lago, avrebbe potuto diventare il terminal alberghiero, di un percorso turistico studiato tra le montagne lecchesi fino a valle.

L'Umberto I di Bellano

Questo era lo scenario che vedeva in campo soprattutto gli esponenti più rappresentativi di Forza Italia, dallo stesso Boscagli al coordinatore dell'epoca Bruno Colombo, al "capo" dei giovani azzurri Mauro Piazza. Anche se qualcuno oggi finge di dimenticarlo. Lo scriviamo senza tema di smentite perché l'archivio storico di merateonline è a disposizione di tutti.

Bruno Colombo e Giulio Boscagli

Curiosamente, proprio quando questa idea trova ufficialità presso l'allora direzione generale della sanità lombarda a opera del Dg Rotasperti, il 19 aprile 2002 si costituisce il "Comitato promotore Fondazione ospedaliera San Leopoldo Mandic" che il giorno successivo, con uno spiegamento massmediatico eccezionale viene presentato a Palazzo Albini, allora quartier generale di "Vera Brianza", l'associazione di industriali locali, voluta da Nando Caldirola (vini) e guidata da Franco Spreafico, proprietario di diverse unità dello storico Palazzo di via Trento a Merate. Mente e promotore della "Fondazione" era il parlamentare di Forza Italia Maurizio Lupi che dal collegio di Bareggio era stato catapultato in quello di Merate, prima destinato al sindaco della città Dario Perego. Quattordici gli industriali aderenti all'associazione costituita dal notaio Minussi. Versamento iniziale, circa 150 milioni di lire gran parte delle quali da destinare a uno studio sulla situazione dell'Azienda ospedaliera e sul Mandic in particolare. Altra curiosità: l'incarico di redigere lo studio veniva affidato alla KPMG, la stessa società che certificava il bilancio dell'azienda ospedaliera........!

Il comitato promotore Fondazione ospedaliera San Leopoldo Mandic

Vittore Beretta, presidente dell'associazione e potente industriale del salume con sede a Barzanò e stabilimenti in tutto il mondo, assicurava che entro il 31 dicembre dell'anno 2002 lo studio sarebbe stato pronto e presentato. Nel frattempo partono le grandi manovre. L'obiettivo è chiaro: togliere il Mandic dall'azienda e inserirlo in una Fondazione. Ecco venire alla luce la parola magica: FONDAZIONE. A sua volta costituita da enti pubblici (regione, provincia e Comuni) al 51% e dai privati (gli industriali stessi) al 49%. Sarebbero poi seguiti statuto e patti sociali per stabilire chi veramente avrebbe gestito il presidio. Ma il Mandic ha un perdita di 14 miliardi di lire. E i comuni non ne vogliono sapere. Di più - rimandiamo agli articoli del 2 e 3 novembre 2002 - protestano vivamente contro Bruno Dozio, sindaco di Robbiate e presidente dell'assemblea dei sindaci del distretto, nonché direttore di Vera Brianza, perché, dicono, conduce le trattative con l'Associazione di Lupi e Beretta, senza informare né interpellare gli altri sindaci.

Bruno Dozio e Vittore Beretta

La notizia della probabile parziale privatizzazione del Mandic viene rilanciata con forza da questo giornale e il Comitato di difesa che già nel maggio 2002 aveva raccolto 30mila firme a favore del presidio pubblico, il 4 maggio aveva sfilato per le strade della città con oltre 500 cittadini, diventati quasi 1.500 alla fiaccolata del 7 giugno, torna a mobilitarsi e annuncia un imponente presidio per il 30 novembre.

Francesco Riva, Giancarlo Carniti e Giovanni Confalonieri

L'aria si surriscalda soprattutto perché filtra la notizia che secondo i piani di alcuni industriali i padiglioni Airoldi e Terzaghi potrebbero essere smantellati e destinati a una casa di cura privata per interventi di chirurgia plastica. Una bomba che si unisce alle voci assennate di chi mette in guardia: se passa la Fondazione e il Mandic esce dall'azienda ospedaliera nel giro di 10-15 anni sparisce come presidio per acuti. E si torna al progetto iniziale di alcuni esponenti di Forza Italia - qualcuno ancora attivo - di destinare la struttura di via Cerri alla lungodegenza e a prestazioni fuori dai livelli essenziali di assistenza, esclusivamente di natura privatistica.

Marco Panzeri

 

Ma i mesi passano e lo studio non arriva. La Lega, allora Nord, sulla vicenda Fondazione è sempre più divisa al proprio interno: il ministro Roberto Castelli è schierato con Lupi e gli industriali mentre il duro Stefano Galli presidente della commissione terza sanità della Lombardia, appoggiato dai leghisti del territorio, è su posizioni opposte: "Fumo - dice col tono incazzato ai giornali - è solo fumo. L'ospedale di Merate deve restare pubblico fino all'ultimo sottoscala, e dentro l'azienda ospedaliera, come secondo presidio per acuti della provincia di Lecco. Tutte le altre ipotesi sia di utilizzo di parte degli edifici per una ipotetica casa di cura, sia di gestione attraverso una Fondazione o che altro, sono semplicemente impercorribili"

Ma l'onorevole Lupi ? . . . . . azzarda un giornalista. "L'onorevole Lupi risponde ad altre lobby. Ha altri interessi che non sempre coincidono con quelli del territorio. Anzi . . . . Io invece rispondo alla gente. E la gente vuole che l'ospedale di Merate resti così com'è...."

Ecco, questo scambio di battute, se fossero state ricordate oggi, avrebbe evitato qualche riga di piombo davvero inutile e fuorviante.

Ma andiamo avanti. L'1 gennaio 2003 Rotasperti lascia Lecco per Varese. Ma prima di salutare il "suo" Manzoni, nel quale aveva percorso tutta la carriera, si toglie un sassolino dalle scarpe:

Non credo alla Fondazione, perché col sistema tariffario oggi vigente tutti gli ospedali pubblici sono in perdita e non vedo all'orizzonte mecenati disposti a ricapitalizzare il Mandic nella misura di 12, 13 miliardi di lire all'anno. Vedo invece personaggi che mi ricordano Paperon De Paperoni, con gli occhi a forma di dollaro. Se l'ipotesi della Fondazione passa, ciò implica un cambiamento della "Mission" per Merate. Dopo di che, chi si occuperà della Psichiatria, della cronicità, del Pronto soccorso??

Una stroncatura netta da parte di un tecnico nato e cresciuto nella sanità fino a raggiungere i livelli più elevati di carriera.

In sostituzione di Rotasperti arriva da Niguarda il dottor Pietro Caltagirone, medico, top manager, di riconosciuta capacità e competenza. Presa visione del quadro generale il nuovo Dg viene subito attaccato frontalmente dal Comitato di difesa dell'Umberto I° di Bellano che chiede con fermezza quale futuro per il presidio già fortemente ridimensionato dalla precedente gestione. Caltagirone chiede tempo per capire. Probabilmente verifica in regione quale orientamento prevale. Sempre probabilmente avverte che né l'assessore né il direttore generale della sanità hanno intenzione di scontrarsi con le popolazioni per andare incontro a un disegno tutto locale, per quanto siano allineati con Forza Italia, per lo più corrente Comunione e Liberazione, di cui Lupi è uno dei massimi esponenti.

Quindi richiama il Comitato e annuncia che l'Umberto I° andrà avanti con la sua "mission".

Pietro Caltagirone

Evitato uno scontro che sarebbe stato durissimo, Caltagirone affronta la questione Mandic.

Intanto lo studio della KPMG ancora non arriva nonostante si sia giunti a settembre (2003). Quasi un anno è trascorso dalla costituzione del gruppo Mandic ma nonostante le continue rassicurazioni del presidente Beretta il malloppo non arriva. Nel frattempo però il dibattito sulla proposta si fa sempre più incandescente. Tutto il centrosinistra è contrario e la Lega locale la pensa allo stesso modo. Ma anche dentro Forza Italia i pareri discordano. E' lo stesso Stefano galli a spiegarlo in una intervista: "..... neppure gran parte di Forza Italia la pensa come Maurizio Lupi. Pochi tra i militanti lecchesi hanno in mente di utilizzare qualche padiglione del Mandic per attività private. Ma siccome a parlare è il deputato del collegio di Merate, si crede che tutta Forza Italia la pensa come lui. Ma non è vero".

Stefano Galli

E infatti la sera del 2 settembre, dalla sede di Forza Italia di via Carlo Baslini 10 si odono le urla del coordinatore di collegio, Amelio Galbusera, sindaco di Rovagnate: "..Così non si può più andare avanti. O arriva un chiarimento o me ne vado. Lupi agisce in proprio, intrattiene rapporti con alcuni industriali e Vera Brianza ma ignora la base e non è presente sul territorio.....".

Il castello comincia a mostrare le prime crepe. I Comitati sono in allerta, il personale ospedaliero partecipa in massa ad ogni assemblea. L'idea della Fondazione, che di fatto apre la strada alla privatizzazione dell'ospedale non piace a nessuno degli operatori sanitari.

Finalmente il 12 settembre (2003) arriva lo studio. Avviato dalla KPMG e stato poi sviluppato dalla Deloitte, altro colosso nella certificazione dei bilanci.

Merateonline si attrezza con la consulenza di esperti e per la modica spesa di 800 euro commenta, punto per punto, il ponderoso studio costato 70mila euro. Chi avrà tempo e voglia trova in questa ricostruzione sia lo studio Deloitte sia la nostra replica. Crediamo sia meritevole di una lettura per comprendere meglio tutta la vicenda.

Presumibilmente aderendo ai desiderata del Comitato lo studio cita l'ipotesi di un "...adeguamento di una parte della vecchia struttura per la creazione di una casa di cura...". Ma non riesce ad evitare di indicare la necessità che il Mandic resti parte integrante di "...un network sanitario...". Un'azienda ospedaliera, insomma. Come merateonline aveva anticipato un anno prima ecco prendere corpo e forma l'idea di una possibile privatizzazione attraverso il conferimento delle attività e passività del solo Mandic nella Fondazione capitanata da Beretta e Caldirola (fondazione cui oggi, incredibilmente, si attribuisce il merito della sopravvivenza dell'ospedale). Dunque dentro il presidio si studia l'apertura di una casa di cura privata, più che altro destinata alla chirurgia plastica - che, come noto, è di largo e generale interesse (!) - nei padiglioni Fossati-Airoldi (sede Asl) e nel Terzaghi dove un tempo c'era l'Ortopedia.

La palazzina ex Asl

Intanto - e ci avviamo alla conclusione - l'assemblea dei sindaci, presieduta, dopo la scadenza del mandato di Dozio, dall'ingegner Marco Panzeri, sindaco di Rovagnate, chiede in modo pressante un incontro con Carlo Lucchina, direttore generale della sanità lombarda, ma a porte chiuse, senza la presenza né del Comitato Mandic né - soprattutto - dei rappresentanti della supposta Fondazione. Panzeri è lapidario: "La forma migliore per discutere è un tavolo istituzionale. Lì si valuteranno eventuali forme alternative di gestione del Mandic".

Carlo Lucchina

Ma già l'idea di una parziale apertura ai privati viene vista negativamente. Anche perché la Fondazione dovrebbe poi farsi carico ogni anno delle perdite (7,5 milioni di euro nel 2002), in quanto, a quel punto, il Mandic sarebbe finito fuori dalla gestione regionale, fuori dall'Azienda ospedaliera e conseguentemente fuori dalla possibilità di fare ricorso ai contributi in conto esercizio che la Regione assegnava annualmente alle Aziende per pareggiare i bilanci dei Presidi. Il sistema tariffario prevedeva allora un valore economico dei DRG basso, con copertura del disavanzo, in media dell' 8-10%, attraverso contributi specifici alle strutture pubbliche. Quelli che venivano presentati come "disavanzi" dei Presidi erano di fatto la conseguenza di questa scelta programmatica regionale.

I sindaci a questa prospettiva però non ci stanno. Appare sempre più nitida la finalità dell'operazione: consentire ai privati di gestire nei fatti l'intero complesso ospedaliero che però, così facendo, perderebbe tutti i servizi di emergenza-urgenza, dal Pronto soccorso alla Rianimazione. E nel giro di 10-15 anni il destino sarebbe segnato: diventare una casa di cura, una clinica con ambulatori e, magari, anche una residenza assistenziale per anziani. Di lusso.

Una follia che oggi viene spacciata, per un salvagente.

Davanti ai sindaci Carlo Lucchina conferma quello che questo giornale andava sostenendo: si possono valutare forme alternative di gestione ma la legge nazionale e quella regionale non prevedono Fondazioni di gestione, semmai società senza scopo di lucro, a capitale misto ma a prevalenza in mano al pubblico (secondo Galli almeno al 70%).

E' la fine del grande progetto al quale, ne siamo tuttora certi, la maggior parte degli industriali partecipò con sincero desiderio di essere d'aiuto. E non per speculare o peggio convertire una struttura pubblica di straordinaria importanza in una clinica privata per ricchi. La buona fede della maggioranza dei partecipanti, dallo stesso sindaco di Merate Dario Perego, prima entusiasta poi sempre più tiepido, all'indimenticato Antonio Galbiati della Lamp di Verderio, è per noi fuori discussione. Ma non per tutti si può parlare di assoluta buona fede.

Maurizio Lupi tentò un ultimo affondo facendo giustificare così l'operazione, dal megafono di casa .... La tradizione lombarda che riscopre le ragioni sociali del proprio essere impresa ecc. ecc.".

In risposta, dopo una battaglia durata due anni - e l'archivio è lì a testimoniarlo, poi certi successi editoriali non arrivano per caso - scrivemmo che: "..... il cerchio si chiuderebbe ottimamente se gli industriali invece di finanziare progetti e vagheggiare modelli gestionali riprendessero l'antica tradizione dei Rusca, dei Villa ecc. di donare beni mobili e immobili in cambio di una targhetta sui reparti e l'iscrizione all'albo marmoreo".

Ecco per chi si fosse dimenticato o non l'avesse mai conosciuta questa è la vera storia del più pericoloso e infido attacco subito dal nostro ospedale. E se, pur con tutti i problemi e le deficienze, oggi è tuttora in prima linea nella lotta contro il coronavirus con le sue donne e i suoi uomini, medici, infermieri, oss, ausiliari, impiegati, tecnici, operai, manutentori lo si deve a manager spesso contestati ma di cui ci si dimentica il valore di fondo: Pietro Caltagirone, innanzitutto e con lui Alberto Zoli e Isabella Galluzzo. E poi Ambrogio Bertoglio e Mauro Lovisari. Quelli che sono venuti dopo e Paolo Favini e Vito Corrao che, pur con mezzi limitati, stanno combattendo anche loro la più difficile battaglia che si potesse immaginare. Dopo della quale, ne siamo certi, il San Leopoldo Mandic avrà il riconoscimento che merita. L'ospedale e tutti coloro che vi lavorano.

Ambrogio Bertoglio, Mauro Lovisari e Alberto Zoli

Claudio Brambilla
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