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Scritto Sabato 21 marzo 2020 alle 08:14

Eppure....

Faceva il falegname, era un "artigiano" si direbbe oggi, titolare di una piccola impresa familiare. Abitava a Nazareth, in Galilea, la Partita IVA non esisteva ancora (ma le tasse si dovevano pagare già, a Cesare) e lui non era ancora "San", era solo Giuseppe. Non credo sapesse che gli avrebbero dedicato un intero giorno di inizio primavera, festeggiandolo e festeggiando con lui - che padre a dirla tutta non era - ogni papà del mondo. Sono passati più di venti secoli, ed ecco che quella festa è tornata puntuale portando con sé una bella giornata di cielo limpido, in cui i giardini (almeno da noi, in Galilea il clima era ed è diverso) si trasformano in luminosi tappeti di fiori.
Eppure... oggi il cuore è opaco nonostante la Festa del papà, perché si deve rimanere in casa e mica tutti ce l'hanno un giardino, e a qualcuno manca persino un balcone e si deve accontentare di una finestra sperando che mostri almeno un bel panorama e non soltanto una strada vuota, silenziosa anche nelle ore normalmente "di punta".
E così una festa che dovrebbe essere gioiosa, nel mezzo di un cammino che ci conduce fuori dalle buie sere invernali, diventa "corona" per una paura che così, sostanzialmente, nessuno l'aveva mai conosciuta. Forse i miei genitori, che erano nati all'inizio del secolo passato, si ricordavano qualcosa della "spagnola" che aveva fatto vittime a milioni appena dopo la Grande Guerra, ma anche quella generazione è scomparsa e quindi è lecito dire che no, questo tempo che stiamo vivendo è inedito per tutti, con questo virus di cui sappiamo ben poco e che ascoltando i bollettini quotidiani sembra in costante espansione.
Insomma, questi giorni sono un tempo di prova, simili a una lunga notte piena di ombre, di quelle che si passano insonni e in cui sofferenza e paura si sentono più facilmente, in cui rimbombano le voci raccontate dal telegiornale e che parlano di camion militari pieni di bare, di familiari portati via in ambulanza e poi morti in solitudine, lontani dai loro cari.
Eppure... anche tutta questa angoscia passerà. È passato tutto a questo mondo e passerà anche questa, così come sono passate la peste nera, il vaiolo, per non parlare delle guerre. Certo minimizzare sarebbe sciocco a questo punto: quotidianamente siamo testimoni di una gravità che ferisce il cuore e scombussola la mente oltre che di una sofferenza che incatena il nostro agire.
Eppure... quello che possiamo e che dobbiamo fare è essere ligi nell'obbedire alle regole che sono state indicate dalla autorità per la nostra protezione; certo sono regole che forse ci irrigidiscono proprio perché vengono imposte, sono restrizioni che limitano la vita che eravamo abituati a condurre, ma siamo chiamati a seguirle con intelligenza, tenacia e perseveranza per una questione non di "cieca" obbedienza ma di morale civile.
Eppure... poiché sono cristiano, e come tale professo una fede che si fonda sulla speranza, devo con sereno coraggio e fiduciosa sicurezza affermare che dopo il deserto arido di una lunga quaresima arriverà anche la Pasqua di Resurrezione.
Tutti questi "eppure" non sono l'aggrapparsi a una corda, come fanno quelli che stanno annegando e s'aggrappano a tutto, ma sono una voce: la voce di un sollievo che mi arriva ascoltando il linguaggio semplice e magari ingenuo, ma certamente fresco e generoso, con cui le mie nipotine cercano di alleviare la fragilità che leggono negli occhi del nonno. È un linguaggio, il loro, che scaturisce dal cuore e perciò supera la sapienza dei dotti e conforta il mio timore davanti a questa svolta imprevista del tortuoso sentiero della vita. Perché magari è vero che la realtà ci mostra un mondo tutt'altro che fatato, ben distante dalle fiabe che le mie nipotine amano ascoltare, ma quando vedo i loro bei disegni e i loro sorrisi ancora più belli mi viene proprio da dirlo: eppure!
Benvenuto Perego
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