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Scritto Venerdì 10 aprile 2020 alle 19:02

Anche il Creatore stanco di stare solo dopo aver inventato l’universo sentì il bisogno di abbracciare l’umano per cancellare la solitudine esistenziale

Le autoambulanze si muovono per le strade anche in questo mattino di venerdì di Pasqua. Tutte le volte che il suono si avvicina e si allontana è un pugno allo stomaco, ti senti come un boxeur messo all'angolo che cerca di difendersi dagli assalti dell'avversario, temi il colpo sotto il fegato, il gancio improvviso che parte dal basso per raggiungere il mento e vai al tappeto. Sei stretto all'angolo, bloccato dalle corde del ring. Il round è scandito da secondi imprecisati, è una lotta asimmetrica, l'arbitro non c'è sul rettangolo.

Nel frattempo le gocciole cadono, rimbalzano sul tappeto bagnandolo e creano cerchi vuoti che vivificano l'immagine di una casa, di un paese che scompare. E' come se si camminasse tra le vie di Cernusco Lombardone, Osnago, Montevecchia, Lomagna, oppure lungo la sponda del lago tra il comune di Lierna, Varenna, Bellano, Dervio, Dorio e ci si accorgesse che i balconi, i terrazzi e le case fossero abitate da oggetti inanimati: armadi, sedie, stoviglie. La caffettiera lasciata sul fornello è spenta, l'unico oggetto che brilla è la malinconica falce. Non c'è un fiore. Solo in questo lembo di terra lombarda diecimila se ne sono andati. Troppi. Altre gocce cadranno sul tappeto e lasceranno segni.

Lo spazio racconta l'assurda ionesca storia di questo momento Lo spazio della vicinanza è pericoloso, meglio la distanza. Più ci si avvicina e più c'è il rischio di essere catturati dalle gocce mortifere. Non c'è uno spazio sicuro. Nelle case, tra famigliari, figli, amanti, amati c'è la separazione: vicinanza uguale a danger, pericolo. C'è chi dorme nella stanza accanto, chi porta la mascherina, chi guarda i figli dalla porta vetro, chi saluta i parenti dalla finestra.

Il desiderio della vicinanza, dell'affetto è stato messo al bando, cacciato dalla terra promessa. Il desiderio perde la funzione di richiamo dell'incontro, del piacere che ha accompagnato l'umano sin dalla nascita. Anche il Creatore, stanco di stare solo, dopo avere inventato l'universo stellato, sentì il bisogno di abbracciare l'umano per cancellare la solitudine esistenziale. Come diceva il poeta Quasimodo: "Ognuno sta solo sul cuor della terra,/ trafitto da un raggio di sole:/ ed è subito sera."

In questo momento storico la sera precipita come un lampo nell'Ade e cancella dal vocabolario il sostantivo femminile vicinanza perché è un sostantivo di morte, non di vita.

Il virus è attratto dalla vicinanza, è famelico e insaziabile, è come un vampiro alla ricerca di sangue da bere. Bisogna stare lontani. E' indispensabile mantenere le distanze. E' come se la nostra mente debba rivivere il processo evolutivo della separazione del distanziamento per crescere e rompere il cordone ombelicale. Solo la distanza può farci vivere come specie in questa fase storica fino a quando non ci saranno farmaci, medicamenti opportuni. Sì, il contenimento, il distanziamento sociale è l'unico strumento che abbiamo per combattere questa lotta biosociale asimmetrica.

In questa fase di desertificazione della vita umana delle categorie sociali imprenditoriali, e non solo, sostengono che l'economia, la produzione vada rimessa al centro della questione comparando l'uno con l'altro. E' una concezione darwiniana che rischia di seminare solo danni. Non è ancora il momento, non si possiedono altri strumenti per affrontare il diverso biologico che è in noi.

Il retro pensiero di questa logica darwiniana capitalistica mette in atto un meccanismo psicosociale difensivo di rimozione, di spostamento e di razionalizzazione del problema. E' pericolosa. Non ci sono condizioni ancora per scendere sul terreno e giocare la partita. E' ancora presto.

Non basta evocare l'etica del lavoro, l'etica aziendale, l'etica della produzione per presentarsi come anime belle. Il virus uccide l'etica del lavoro e della produzione. Max Weber avrebbe consigliato l'etica della salute e avrebbe messo al centro l'etica sociale prima del capitale. Prima il sociale poi il capitale. Stiamo facendo un passaggio e non sappiamo quale sarà la terra che ci aspetta.

dr. Enrico Magni
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